Il mio Albero Rosso

Il mio Albero Rosso

Il mio Albero Rosso

In questo periodo di quarantena non sono mai uscita di casa e l’unico contatto con la natura che ho avuto è stato il paesaggio boscoso che si vede dal balcone di camera mia. Guardando con avida attenzione quest’unico paesaggio ho notato con sorpresa che proprio di fronte a me ci fosse quest’albero magnifico. L’ho ammirato a lungo perché mi stuzzicava un ricordo; all’inizio non capivo quale ma alla fine mi è tornato in mente: mi ricordava il quadro Albero rosso di Piet Mondrian, uno dei pochi artisti che mi abbia mai veramente colpito. Ho deciso quindi di ispirarmi a quel quadro per modificare la foto che avevo fatto di quell’albero e questo è il mio risultato:

Albero Rosso, Piet Mondrian (1910)

Lupo Isabella

Serenità

Alla ricerca della serenità..

Sui déjà vu e sul fenomeno della prescienza

Recenti ricerche hanno portato alla luce che il 60% della popolazione mondiale ha avuto un déjà vu almeno una volta nella propria vita. Ma cosa si nasconde dietro questo strano fenomeno? Per la prima volta in Italia ecco una ricerca completa ed esaustiva a riguardo. Sarai pronto ad affrontare questo percorso verso la “Verità”?

Forse

Nessuno sa dove andremo, soprattutto se aspetti che sia qualcuno a darti le indicazioni

e così sia

parole si perdono

The Blank Page

We have changed the paper sheet with the digital one. Ready to be turned off in a moment and get lost forever.

Cos’è meditazione?

Una personale intuizione su una domanda che può interessare ogni libero ricercatore

La caduta degli dèi

Chaos si avvicina, Zeus crolla con l’Olimpo, Apollo si spegne, Chronos è ridotto in schiavitù, Artemide muore a caccia, Eolo è statico, Atena si nasconde, Afrodite viene uccisa da un amante, Poseidone è una statua di sale, Ares muore per vendetta, Ermes cade in picchiata, persino il dio monoteistico abbraccia Dioniso, Era ed Efesto si consegnano da soli ad Ade, egli stesso è affranto. Ora che abbiamo ucciso tutti gli dèi ci aspetta evoluzione o regressione?

Il Foglio Bianco

Abbiamo cambiato il foglio di carta con un foglio digitale. Pronto ad essere spento in un attimo e perduto per sempre.

Swarovski

Gli ultimi raggi del sole fanno brillare gli aspetti più reconditi della strada; il mondo ora risplende orridamente sotto quest’occhio di bue.

Sulla schiavitù dell’umanità

Esiste il libero arbitrio? E se sì, qual è la sua portata? A queste domande hanno cercato una risposta innumerevoli Liberi Pensatori che sembrano non aver raggiunto una soluzione. Ecco esposta, in questa pubblicazione, una rivoluzionaria teoria che potrebbe segnare una svolta al problema del libero arbitrio. Sei pronto ad affrontare questo viaggio nel labirinto?

Motivazione e scopi della fondazione dello Shorinji Kempo

Motivazione e scopi della fondazione dello Shorinji Kempo

Motivazione e scopi della fondazione dello Shorinji Kempo

Una pubblicazione di Lupo Isabella

A gennaio del 2017 ho dato il mio primo (e per ora unico) esame di cintura di Shorinji Kempo, disciplina marziale giapponese che praticavo da un annetto circa. Il giorno dell’esame pratico avrei ricevuto una valutazione anche su due domande di teoria della disciplina. Qui di seguito vi propongo la mia personale risposta al primo dei quesiti, identica a come l’avevo presentata in sede d’esame:

Motivazione e scopi della fondazione dello Shorinji Kempo

La fondazione dello Shorinji Kempo risale al dopoguerra del seconda metà del XX secolo in Giappone. Doshin So fondò questa disciplina di autodifesa nel 1947 nella città di Tadotsu, Prefettura di Kagwa, in seguito agli anni di guerra crudele e spietata di cui era stato testimone in Cina.  Tornato in Giappone si era trovato di fronte a un Paese devastato, il cui futuro sembrava più incerto che mai. Vi era un forte pessimismo antropologico da parte di tutta la popolazione, dovuto ai recenti avvenimenti storici che avevano mostrato un essere umano capace di una fredda e spietata violenza, che aveva macinato tante vittime e che aveva lasciato l’intero pianeta nel dolore e nell’amara consapevolezza della vera natura dell’uomo.

Il maestro capì che in una tale atmosfera di lutto e sconforto, quando l’animo delle persone era men che mai fragile, serviva una guida che li riportasse alla felicità e alla pace. Attraverso lo Shorinji Kempo, i discepoli potevano rinforzare il proprio corpo, riscoprendo una sicurezza nella propria forza, traevano benefici nella salute, segno di speranza per il futuro, ma riflettendo anche sulle questioni della vita e del mondo, cercando di comprendere la natura dell’uomo, attraverso uno studio fisico e filosofico dell’essere umano. Doshin So cercò di creare una comunità capace di vivere in armonia e capace di confidare nuovamente nel prossimo.


Durante gli allenamenti era necessario (e lo è tuttora) lasciarsi alle spalle e dimenticare i propri problemi e concentrarsi solamente su sé stessi. In questo modo il maestro non riuscì solo a far superare questo periodo buio dell’esistenza umana, ma spinse ognuno dei discepoli alla riconciliazione con il proprio corpo e a un perdono della propria appartenenza a una specie capace di tanto odio e sofferenza.

La guerra aveva lasciato un impatto molto forte soprattutto nelle menti più acerbe dei giovani, la cui stabilità emotiva e la cui visione del mondo e delle cose erano ancora instabili e incerte. Doshin li aiutò a vedere il mondo sotto una nuova prospettiva, quella di una società buona e giusta, in cui il reciproco aiuto e affetto contribuiscono a un’esistenza pacifica e duratura.

Solo una mente forte, capace di rimanere lucida e fedele a sé stessa in un periodo di generale sconforto, poteva arrivare a un gesto di questa portata in così pochi anni dalla tragedia della bomba atomica. Ciò rappresenta un segno di incredibile fermezza e certezza delle proprie idee, sviluppatesi già da tempo, ma che hanno trovato questa occasione per essere rivelate. Questo fatto stesso è la prova che questa disciplina è efficace nel far crescere sia fisicamente, ma soprattutto interiormente chi la pratica.

Inoltre, Doshin So avrebbe potuto tenere per sé ciò che aveva appreso attraverso i suoi studi, ma sapeva che, così facendo, questa conoscenza sarebbe rimasta sconosciuta a tutti gli altri e la sua indole altruista andava contro questa possibilità. Inoltre, era consapevole che, per un’esistenza pacifica, c’era bisogno che la stessa comunità di cui era circondato vivesse in pace e armonia, attraverso il reciproco scambio di affetto e conoscenza; ciò poteva essere ottenuto dalla divulgazione del suo pensiero e dei suoi insegnamenti.

Un’altra prova della grandezza di questa disciplina è proprio il fatto che essa abbia avuto un tale successo, da diffondersi non solo in Estremo oriente, ma arrivando presto anche in occidente, dove vi erano approdate altre discipline di autodifesa, le cui origini però erano decisamente più antiche e avevano avuto più tempo per diffondersi.

Sarà anche grazie al fatto che quel pessimismo e sconforto presenti in Giappone, non fossero assenti negli altri Paesi protagonisti del secondo conflitto mondiale; ma anche grazie a quella voglia, o meglio necessità, di rinascita e di pace abbia spinto l’occidente a cercarle in filosofie e ideologie esotiche, che dessero una visione della vita e del mondo diversa da quella a cui erano abituati e, soddisfatti di questa scoperta, vi ci si dedicavano con anima e corpo, con un rinnovato entusiasmo e voglia di cambiamento.

Il cambiamento è alla base di questa disciplina. La crescita avviene sia in maniera interiore che fisica, ma lo scopo non è addestrare il proprio corpo per il combattimento, per l’attacco, per infliggere danni, anzi, questo atteggiamento va proprio contro la filosofia di fondo dello Shorinji Kempo, che predica la convivenza pacifica della comunità. Questa disciplina, non ha l’obbiettivo di creare un esercito, ma di rinvigorire l’animo e il corpo dei membri della comunità, che siano pronti a difendersi solo nell’eventualità del bisogno.

Essere discepoli dello Shorinji Kempo significa sapersi mettere in gioco, cercando di migliorare di volta in volta, raggiungendo i propri obbiettivi, superandoli, essendo, al tempo stesso, consapevoli dei limiti del proprio corpo e dell’importanza basilare della salute nella propria esistenza.  Vengono premiati l’entusiasmo, la voglia di fare, la curiosità, ma anche il rispetto verso i membri più sapienti e, ovviamente, gli insegnamenti della disciplina stessa.

Durante gli allenamenti era necessario (e lo è tuttora) lasciarsi alle spalle e dimenticare i propri problemi e concentrarsi solamente su sé stessi. In questo modo il maestro non riuscì solo a far superare questo periodo buio dell’esistenza umana, ma spinse ognuno dei discepoli alla riconciliazione con il proprio corpo e a un perdono della propria appartenenza a una specie capace di tanto odio e sofferenza.

La guerra aveva lasciato un impatto molto forte soprattutto nelle menti più acerbe dei giovani, la cui stabilità emotiva e la cui visione del mondo e delle cose erano ancora instabili e incerte. Doshin li aiutò a vedere il mondo sotto una nuova prospettiva, quella di una società buona e giusta, in cui il reciproco aiuto e affetto contribuiscono a un’esistenza pacifica e duratura.

Proprio la facilità nel comprendere e nel ripetere i movimenti rende l’allenamento piacevole e soddisfacente, evitando di appesantire l’animo delle persone con altri problemi, dubbi e incertezze, che sarebbero controproducenti per un’esistenza serena dell’individuo.

Si potrebbe pensare che la visione di Doshin So di una comunità che convive pacificamente e armoniosamente sia quasi utopica, ma come l’arciere deve puntare più in alto con il proprio arco perché la freccia si conficchi con precisione nel bersaglio, così egli pone le basi per un obbiettivo ipoteticamente irraggiungibile, nella certezza che almeno in maniera minore i suoi insegnamenti avranno il risultato sperato.

Lupo Isabella

“Rivelazione” – Messaggio dalla coscienza

Un viaggio della coscienza che da Pascal arriva a Schopenhauer, Bruno, Jung e alla filosofia orientale. Tutto è iniziato con l’unificazione di alcune loro riflessioni. Tutto si è compiuto con la constatazione della natura umana.

I cinesi sono tutti uguali?

Ma i “cinesi” sono veramente tutti uguali? Esistono degli studi scientifici alla base di questo stereotipo?
Quali fenomeni sociali possono stare alla base dell’omologazione agli standard di bellezza? Scopriamolo insieme!

Il mio Albero Rosso

La quarantena ci sta veramente distaccando dalla natura? Ecco la mia versione dell’Albero Rosso di Piet Mondrian

Poesia senza titolo per un amore non corrisposto

L’amore a volte strappa il titolo perfino ad una poesia. Ed essa rimane lì, inerte, sperando di essere riportata in vita da un lettore ignoto. Scopri l’emozione e resuscita l’amore perduto.

Tra verità ed illusione

Ti sei mai chiesto se quello che vivi è la verità di ciò che sei o è semplicemente quello che tu vuoi credere?

Burning Flame

As a child, you are so carefree that you are able to express yourself in such a free and authentic way as never again. Here is a drawing of my childhood that retraces the memories of the past by illustrating the flame that shines inside each of us!

Il giorno in cui l’uomo contradisse se stesso

La nostra percezione è basata sulla dualità: qualcosa è o non è. Aristotele denominò questo principio logico “principio di non contraddizione” e noi uomini lo abbiamo posto come fondamenta per il nostro edificio del sapere. Tremiamo, dunque, perché la dualità così come la concepiamo logicamente è giunta alla sua estinzione. Un breve scritto giovanile stilato per un concorso alla Scuola Normale Superiore di Pisa che dà uno spiraglio di luce ad una teoria scientifica sul concetto di “anima”.

Untitled poetry for unrequited love

Love sometimes tears the title even to a poem. And it remains there, inert, hoping to be brought back to life by an unknown reader. Discover the emotion and resurrect the lost love.

Il Perseo Caduto

Un malinconico quanto affascinante epilogo dell’eroe greco che si trasforma in un nuovo inizio

La permanenza dell’Io

Un flusso di coscienza ci porta in viaggio: dal tormentoso mare del “panta rei” eracliteo all’annichilimento dei sostrati dell’Io. Tutto ciò per arrivare nella pianura della nostra Coscienza intima: la nostra vera identità. Una poesia che segna l’atto primo di un Ricercatore del Tutto.

Perché scrivere?

Perché scrivere?

Perché scrivere?

L’IMPORTANZA DELL’IMPULSO ESPRESSIVO CREATIVO
Una pubblicazione di Lupo Isabella

Italia, 17 marzo 2019

Sommario

1 – L’urgenza espressiva dell’uomo

2 – In che modo esprimersi?

3 – Consigli al lettore

4 – Focus: la mia opera è degna di essere pubblicata?

1 – L’urgenza espressiva dell’uomo

Nella mia vita io scrivo, scrivo tanto. Scrivo per lavoro, scrivo per studiare, per ricordarmi le cose, per esprimere sentimenti, per interagire con il mondo e con le persone che mi circondano. Lo faccio io, come lo fanno miliardi di persone nel mondo. Spesso si dice che ciò che ci distingue dagli animali sia la creatività, ma sono portata a credere che ci anche la nostra impellente urgenza espressiva. Nel corso della nostra vita siamo sottoposti ad un numero immenso di stimoli, alcuni dei quali percepiamo in maniera conscia e altri inconscia, essi ci influenzano e ci trasformano attimo dopo attimo. Però, ci sono alcuni stimoli che rimangono particolarmente impressi nella nostra mente: questi sono quelli che ci influenzano maggiormente e, siccome essi ci hanno travolto così profondamente, spesso sentiamo la necessità di esprimere questo nostro sentimento, bello o brutto che sia. Ma oltre l’espressione immediata allo stimolo, quell’emozione si deposita nella nostra mente, ristagnando nei meandri indisturbati della nostra memoria, dove riposa indisturbata fino a chissà quando. Ma quel quando arriva quando meno ce lo aspettiamo, spesso causato da una fievole rievocazione, come un filo sottile che si insinua nella nostra mente in caccia del ricordo e, una volta trovato, lo trascina via, risvegliando in un’esplosione di sensi tutte le emozioni e percezioni che avevamo provato in quel ricordo. La maggior parte delle volte, però, capita che il ricordo non sia un insieme “fatto e finito” di tutte le sensazioni provate, ma solo una o qualcuna di esse, o addirittura un barlume sfocato della stessa, e quando il filo lo ripesca dalle profondità della nostra memoria, esso non fa in tempo ad esplodere e noi non riusciamo a identificare in origine a cosa fosse collegato quello stimolo. Ma il solo fatto che questo stimolo dal passato venga tirato di nuovo alla nostra attenzione, ciò crea uno spunto, un’idea e la nostra mente ci chiede di nuovo di esprimere e di rispondere a questo stimolo. Qui nasce la nostra profonda necessità espressiva. Essa ha infiniti modi per essere trasporta dal mondo delle idee a quello fisico e materiale in cui noi siamo incarnati, scegliere quale modo sta alla volontà e alla capacità dell’autore.

2 – In che modo esprimersi?

Come qualsiasi giovane, la mia adolescenza è stata un’esplosione travolgente e quasi soffocante di stimoli e la mia mente premeva frenetica perché io esprimessi questi miei sentimenti, quale che sia il modo. Per questo motivo, ho sperimentato molti campi diversi dell’espressione artistica. Ho provato a disegnare, ho provato a fare teatro e ho provato a suonare uno strumento. Dando come presupposto che ogni persona ha delle capacità o predisposizioni innate, ciò che mi dava speranza era la consapevolezza che è sempre possibile imparare. In periodi sfalsati, ho provato a coltivare ognuno di quei campi senza riuscire ad ottenere il risultato che speravo: ovvero non quello di diventare brava (questo era un obiettivo secondario), bensì quello di riuscire a esprimere tutto ciò in quel groviglio di sensazioni che mi portavo appresso nella mente. Ma nessuno di queste attività riuscì a soddisfare il mio obbiettivo, nonostante io abbia continuato negli anni alcuni di quegli hobby. Ciò mi fece riflettere su ciò che veramente mi piaceva fare, che facevo con voglia ma che era al tempo stesso un’abitudine, che mi dava piacere ma che non richiedesse quasi alcuno sforzo e la risposta fu: la lettura. E dal mio amore per i libri e per la parola scritta, arrivai alla scrittura; all’inizio per emulazione degli autori delle saghe fantasy che più mi intrigavano, poi come reinterpretazione creativa ed infine, come vera e propria produzione personale. Un elemento che si aggiunse negli anni, oltre alla ricerca di uno stile personale, fu l’esplorazione delle lingue, soprattutto dell’inglese. Io studio, ho studiato e credo studierò per sempre la lingua inglese e, anche se la mia conoscenza prettamente dottrinale è ancora marginale, il mio livello di comunicazione ha raggiunto ormai un livello tale da permettermi una certa fluidità nell’espressione anche creativa. Certo, i dizionari costituiscono ancora uno dei miei più grandi alleati, ma mi capita spesso di “pensare in inglese” e costruire interi discorsi senza difficoltà. Questo mi ha spinto a provare a scrivere direttamente in inglese: l’esperienza ha dato una sferzata di entusiasmo, perché dovevo mettermi in gioco completamente, dovendo esplorare i meandri di una lingua a me non materna, con vocaboli ed espressioni idiomatiche che riescono ad accarezzare sfumature di significato sempre nuove. Potrebbe essere che in futuro, quando la mia conoscenza delle altre lingue che sto attualmente studiando sarà molto più approfondita, troverò gratificante l’espressione in una di esse, nonostante credo che l’italiano rimanga ancora il mezzo che prediligo di più nella scrittura.

3 – Consigli al lettore

Con questo excursus sulla mia ricerca del mezzo di espressione, voglio farti riflettere, caro lettore, su alcuni punti:

  • anzitutto, ognuno ha diversi gusti e predisposizioni, anche nell’espressione artistica, se nel mio caso la scrittura si è rivelata essere mia buona alleata, per te potrebbe esserlo qualcos’altro;
  • non demordere nella tua ricerca, potrebbe essere che il mezzo che più gratifichi la tua espressione tu non lo abbia ancora trovato (prova a cercare tra i modi di espressione meno ovvi, che possono spaziare dal giardinaggio alle arti marziali, alla cucina ecc.);
  • non fermarti a un solo “strumento”, sperimenta tra vari e prova a coltivarne più di uno (io, per esempio, coltivo ancora molto il teatro);
  • non ti demoralizzare se il risultato non ti sembra “bello”, spesso ciò che creiamo deve essere elaborato nel tempo e con calma; per ora hai almeno dato un minimo sfogo alla tua creatività;
  • non metterti fretta, spesso quando non troviamo la soluzione a un dilemma, la cosa migliore è non pensarci e la risposta verrà da sé;
  • una volta trovato lo “strumento” che più ti si addice, non sforzare la tua creatività a una produzione in serie (io, per esempio, spesso non scrivo per mesi interi);
  • tieni a mente che l’obiettivo della tua produzione non è la pubblicazione al mondo esterno, ma la risposta alla tua esigenza espressiva, non tenere a freno alcuni modi di espressione solo per paura di quello che la gente potrebbe pensare: la pubblicazione della tua opera è un passaggio non solo successivo, ma anche eventuale, nessuno ti obbliga e l’opera può tranquillamente rimanere privata; intanto hai comunque soddisfatto la tua creatività.

Video esclusivo di uno scrittore disperato

“Cosa avrò che non va?”

4 – Focus: la mia opera è degna di essere pubblicata?

Viviamo in un’era in cui più di 5 miliardi di persone nel mondo sanno leggere e scrivere, la maggior parte delle quali ha accesso a un mezzo di espressione nazionale o addirittura internazionale, soprattutto dopo la venuta di Internet e dei social networks. Se pensiamo, invece, a poche centinaia di anni fa, le persone che ricevevano un’istruzione e che potevano avere una carriera letteraria (o artistica) erano solo un’élite. E se pensiamo a quanti capolavori sono stati creati ai tempi, quando così poche persone potevano farlo, è naturale pensare, oggigiorno, che: “Su 5 miliardi di persone, sicuramente ci avrà già pensato qualcuno, no?” Ma, rispetto al passato, noi siamo anche soggetti ad un numero enormemente maggiore di stimoli, non solo scientifici, ma anche culturali e artistici: per esempio, anche Omero, se fosse vissuto ai nostri giorni, avrebbe potuto scrivere un’epopea sui viaggi spaziali, ma ai suoi tempi questo stimolo non era presente, oppure ancora Murakami (autore giapponese contemporaneo) che ha scritto la trilogia “1Q84”, non l’avrebbe mai potuta scrivere se prima Orwell non avesse pubblicato il suo famosissimo romanzo “1984”. Questo per dire che, grazie al fatto che siamo tutti diversi e siamo soggetti a stimoli completamente diversi l’uno dall’altro, riusciamo ad avere idee ed ispirazioni uniche rispetto agli altri; nessuno ha vissuto la sua vita come l’hai vissuta tu e questo ti rende speciale e tu hai diritto a esprimere ciò che hai provato e a lasciare libero sfogo alla tua creatività. Ricorda anche che non esiste un supremo “dio dell’arte” che giudica le opere degli umani e decide quali sono degne di essere considerati buone e quali no: l’unicità degli esseri umani sta anche nell’ampissima diversità dei nostri gusti: non a tutti piacciono le stesse cose, ma questo non le rende meno degne di essere apprezzate, in fondo su 5 miliardi di persone a qualcuno piacerà, no?

 

Lupo Isabella

 

Caro Covid-19

La tristezza e il dolore si esprimono in parole rivelando la situazione emotiva che sta circondando il mondo

Sui déjà vu e sul fenomeno della prescienza

Recenti ricerche hanno portato alla luce che il 60% della popolazione mondiale ha avuto un déjà vu almeno una volta nella propria vita. Ma cosa si nasconde dietro questo strano fenomeno? Per la prima volta in Italia ecco una ricerca completa ed esaustiva a riguardo. Sarai pronto ad affrontare questo percorso verso la “Verità”?

Sei

Come annegare in un oceano d’aria per provare a definire chi Sei

Vuoti d’Aria

Un rapporto intimo tra corpo e natura, silenzi e colori

Sulla schiavitù dell’umanità

Esiste il libero arbitrio? E se sì, qual è la sua portata? A queste domande hanno cercato una risposta innumerevoli Liberi Pensatori che sembrano non aver raggiunto una soluzione. Ecco esposta, in questa pubblicazione, una rivoluzionaria teoria che potrebbe segnare una svolta al problema del libero arbitrio. Sei pronto ad affrontare questo viaggio nel labirinto?

On the monopoly of emotions and the chains of will

We are at war. An invisible war for the control of our emotions. Our authentic personality is unconsciously chained every day by our selves. The first defence weapon is conscience. Here it is, enclosed in a synthetic Italian research, everything you need to know on how to avoid staying machines before it’s too late.

Chicco di sabbia

Perdendosi in un mare di sabbia si scopre il viaggio di un singolo granello

Non ti aprirò

Un viaggio fatto di voci, ricordi, odori nei meandri più profondi di sè, fino a giungere dinnanzi ad una porta: una chiusura che lascia aperte mille riflessioni

Vorrei ricordare

Come le onde del mare, il tempo scandisce a ritmi più o meno regolari le nostre esistenze: uniche e indispensabili per noi, del tutto marginali per l’evoluzione dell’Uomo.

Voci

Voci affilano parole per affrontare il silenzio in battaglia

I cinesi sono tutti uguali?

I cinesi sono tutti uguali?

I cinesi sono tutti uguali?

“Ma sì, sono tutti cinesi!”,
Una pubblicazione di Lupo Isabella

Italia, 17 febbraio 2019

Sommario

1 – Introduzione

2 – Una teoria scientifica

3 – Esistono dei “ma”?

4 – Conclusione

1 – Introduzione

Negli anni, mi è spesso capitato di imbattermi in molte battute, sia di persona che nei “meme”, sugli asiatici, come “Ma sì, sono tutti cinesi!”, oppure “Sembrano tutti uguali”. E sebbene fossero in parte divertenti, ciò che mi ha incuriosito è stato il fatto che quelle battute erano molto numerose anche fuori dall’Italia e presenti anche nei confronti di altre etnie e questo mi ha fatto ragionare sul perché dietro questo fenomeno. In effetti, per un occidentale non abituato al contatto con persone asiatiche (così come per un asiatico nei confronti di occidentali) riconoscere le differenze fisionomiche è molto difficile. Perché?

2 – Una teoria scientifica

A questo quesito esistono diverse risposte, una tra queste è la teoria del “Cross-race effect” di Gustav A. Feingold, esposta nel suo saggio “The influence of environment on identification of persons and things” (1914).  

Con questo nome si indica la tendenza a riconoscere più facilmente la faccia delle persone appartenti all’etnia cui si è più familiari (e che spesso coincide con quella di appartenenza). Allo stesso modo, questa tendenza si traduce nel trovare simili tutte le persone appartenenti a un’altra etnia, a noi estranea. Il fondamento che sta alla base è, quindi, che le nostre capacità di riconoscere le caratteristiche distintive tra gli individui è direttamente collegata alla familiarità con quella etnia.

Per chiarire, è la stessa cosa che succede con i generi musicali; una persona ignorante di musica classica non saprebbe distinguere se il compositore di un pezzo è Mozart o Beethoven, così come uno ignorante in musica rock non saprebbe distinguere la differenza tra i Led Zeppelin e i Pink Floyd. Spesso, si sente la frase “Le canzoni del genere X sono tutte uguali”, questo succede perché il suo orecchio non è abituato ad ascoltare quella musica e non riconosce le differenze tra i vari artisti e i loro diversi stili, mentre un appassionato saprebbe riconoscere tutto, nei minimi dettagli, “a occhi chiusi”. La stessa cosa vale per le persone e le loro caratteristiche fisionomiche, diverse di etnia in etnia.

Questa tendenza è un carattere acquisito o fa parte dei nostri geni? È nei nostri geni lo sviluppare un meccanismo di riconoscimento facciale, ma quale non si sa; è una capacità che sviluppiamo nel tempo, nell’osservare sin da piccoli le diverse persone che ci circondano (solitamente appartenenti a una stessa etnia) e il tentativo di distinguerle le une dalle altre. Infatti, nel caso di bambini stranieri adottati da genitori di un’altra etnia, essi svilupperanno solo la capacità di distinzione delle persone dell’etnia adottiva e non di quella nativa; così come le persone che si trasferiscono per molti anni in luoghi molto lontani cominceranno a sviluppare la capacità di distinzione degli appartenti alla nuova etnia.

Ogni etnia ha diverse caratteristiche fisionomiche distintive, ma voglio precisare che non si sta parlando di quanto “evidenti” queste differenze siano, ma che esistono diversi fattori di analisi facciale: i diversi colori dei capelli e degli occhi sembrerebbero essere più evidenti delle diverse forme del naso o del viso in generale, ma i primi sono anche fattori facilmente modificabili e non del tutto affidabili; non dobbiamo quindi pensare che essi siano gli unici fattori che noi “occidentali” usiamo nella memorizzazione facciale dei nostri simili. Il fatto che gli altri fattori siano meno evidenti (per noi) influenza la nostra capacità di identificare le piccole differenze del singolo, anche nell’espressione delle emozioni e inducono la persona a fare affidamento unicamente agli stereotipi e classificare di conseguenza. Può capitare anche di identificare erroneamente una persona come appartenente a un determinato gruppo a causa dell’analisi categorica senza la registrazione dei suoi particolari. Quando poi, lo stesso soggetto si trova di fronte a un altro straniero con il viso simile al primo, avvertirà la sensazione di “averlo già visto”. È stato poi provato, che questo fenomeno succede a tutte le etnie, indistintamente.

    È palese che questa incapacità di riconoscimento possa comportare diversi problemi nel confronto tra persone di diverse etnie. In un mondo globalizzato come il nostro, in cui diverse popolazioni e culture collaborano e si confrontano in rapporti contrattuali, si possono vedere chiaramente gli impatti negativi del Cross-race effect. Conseguenze a questo fenomeno in casi di negoziazione tra persone di etnie e culture diverse, includono: ridotta intelligenza emotiva, valutazione negativa dell’affidabilità dell’altro, ridotte capacità comunicative, mancanza di empatia e una minor abilità nel giudicare la situazione generale della negoziazione. A risolvere questo problema esistono i mediatori culturali, il cui lavoro è proprio quello di fare da tramite tra le due parti ed evitare conflitti e incomprensioni e risolvere il tutto al meglio.

    Alcuni ipotizzano poi, che gli effetti generali del Cross-race effect andranno via via a svanire, visto che la nostra società è sempre più soggetta al contatto con le altre culture, ma io credo che esso si attenuerà soltanto, ma non scomparirà. Infatti, l’uso degli stereotipi è un atteggiamento inconscio e necessario che usiamo anche in molti altri campi e ci aiuta a fronteggiare la situazione anche quando quella che ci si presenta è completamente diversa da tutte le altre. Quindi, credo che continueremo a fare affidamento agli stereotipi.

    Conclusione? Non è che i cinesi sono tutti uguali, siamo noi a non aver (ancora) sviluppato la capacità per riconoscere le loro differenze.

    3 – Esistono dei “ma”?

    Le donne mostrate in questa foto sono 18 ragazze partecipanti al concorso di bellezza Miss Daegu (una città sud-coreana) 2013. Come si può notare, sembra effettivamente che tutte le ragazze abbiano lo stesso viso (ancora più palese nella GIF). Questa foto ha fatto molto scalpore su internet e sui social network, ed è stato poi rivelato che le immagini erano state ritoccate con Photoshop dalla stessa persona, ma anche che le ragazze partecipanti si erano tutte sottoposte ad interventi di chirurgia plastica.

    Quello di cui voglio parlare ora è il fenomeno della chirurgia plastica in Sud-Corea, non perché esso smentisca in alcun modo il Cross-race effect, ma per sottolineare un problema sociale che ha in parte influenzato l’idea che i “cinesi” siano tutti uguali. Infatti, nonostante in questa parte si parlerà solo di Sud-Corea, questo è un fenomeno che si è oggigiorno sviluppato molto anche in Cina, dove però le cliniche non sono ancora all’altezza e ciò porta molti clienti ad andare nella più competente Corea.

    Un paio di stime per capire l’entità del fenomeno di cui stiamo parlando:

    • L’International Society of Aesthetic Plastic Surgeons afferma che il 20% delle donne nel Sud-Corea si è sottoposta a un intervento di chirurgia plastica;
    • secondo il National Tax Service, vi sono un totale di 1414 cliniche di chirurgia plastica, registrate nel Sud-Corea nel settembre 2017; 
    • secondo il New York Times, il governo sud-coreano si aspetta un rialzo di un milione di “turisti sanitari” l’anno entro il 2020, un quinto dei quali sarebbe per interventi di chirurgia plastica. Nel 2014 il ricavato annuale nel settore è stato di $107 milioni.

    È senza dubbio un fenomeno crescente, ma quali sono le ragioni dietro questo fenomeno?

    Bisogna innanzitutto comprendere che, nella loro cultura, la bellezza è molto considerata. Infatti, se una persona è bella viene anche considerata intelligente, perspicace ed affidabile, con buone intenzioni ed un buon cuore, mentre la bruttezza e l’imperfezione vengono associate a molte caratteristiche negative, come la pigrizia, l’incompetenza ecc. Questo non è soltanto uno svantaggio in campo amoroso (come lo è anche da noi), ma soprattutto in quello sociale e lavorativo, perché una persona di bell’aspetto ha più facilità ad essere assunto, promosso, premiato ecc. Questo ha portato gli stessi genitori a regalare per il diploma o per il compleanno ai figli un intervento chirurgico, perché sanno che in quel modo potranno avere più successo in futuro. A questo poi si aggiunge l’estremo sviluppo del sistema sanitario coreano, dei suoi minimi costi e della specializzazione del settore nella chirurgia plastica. Senza poi considerare che, per varie ragioni, gli standard di bellezza che oggi giorno si sono consolidati in Corea sono molto ben specifici: l’incarnato chiaro, la doppia palpebra, il viso piccolo (non più grande della mano), la fronte arrotondata ecc.

    In questo modo, le persone che vogliano diventare più belle si conformeranno a questi precisi standard, dando ancora di più l’impressione a persone esterne a questa cultura, di essere “tutti uguali”.

    Che questo comporti gravi problemi sociali è chiaro e infatti, sono state promosse dal Ministro della Sanità e della Previdenza coreano delle campagne per il reclutamento di persone “alla cieca” (inteso senza vedere una foto dei candidati) o la riduzione delle pubblicità sui mezzi di trasporto e nelle stazioni.

    In questo modo, le persone che vogliano diventare più belle si conformeranno a questi precisi standard, dando ancora di più l’impressione a persone esterne a questa cultura, di essere “tutti uguali”.

    Che questo comporti gravi problemi sociali è chiaro e infatti, sono state promosse dal Ministro della Sanità e della Previdenza coreano delle campagne per il reclutamento di persone “alla cieca” (inteso senza vedere una foto dei candidati) o la riduzione delle pubblicità sui mezzi di trasporto e nelle stazioni.

    Video esclusivo di un lupo cinese

    “Vi sembro uguale agli altri?”

    4 – Conclusione

    Spero, con questo articolo, di aver aperto gli occhi a voi lettori, di avervi fatto capire qualcosa in più su questo strano fenomeno, di aver alleviato quello stereotipo nei confronti dei “cinesi” e di avervi condiviso un po’ di curiosità verso l’Estremo Oriente.

    Si ricorda che non è stato fatto alcun giudizio di merito sulle popolazioni e culture trattate, solo constatazioni di fatto e invito caldamente tutti voi lettori a fare lo stesso e non giudicare negativamente solo perché diverso, ma di cercare di comprendere cosa sta nel profondo.

    Se avete qualche dubbio o volete condividere qualche curiosità al riguardo, lo spazio dei commenti è tutto vostro!

    Grazie per la lettura!

     

    Lupo Isabella

     

    Fiamma Ardente

    Da bambini si è così spensierati che ci si riesce ad esprimere in maniera libera e autentica come non mai. Ecco un disegno dell’infanzia che ripercorre i ricordi del passato illustrando la fiamma che brilla dentro ognuno di noi!

    Vorrei ricordare

    Come le onde del mare, il tempo scandisce a ritmi più o meno regolari le nostre esistenze: uniche e indispensabili per noi, del tutto marginali per l’evoluzione dell’Uomo.

    Sull’essenza dannata del ricercatore

    Più si va avanti nella ricerca e più la consapevolezza dell’infelicità si fa chiara. “Perchè?”: è questa parola magica a segnare l’inizio di questo viaggio tra telos, istinti, felicità e ricerca.

    Chicco di sabbia

    Perdendosi in un mare di sabbia si scopre il viaggio di un singolo granello

    Cosa cambierà il mondo?

    Abbiamo chiesto a Lupo Mario di rispondere alla domanda “Cosa cambierà il mondo?” nel suo podcast pubblico dal titolo “Tra filosofia e coaching”. Cosa avrà risposto? Scopriamolo insieme!

    Sconosciuti

    Qui, da fermi, osservando oggetti da cui perdiamo il contatto si scopre come essi non siano più cose ma apparizioni senza significato e nome

    Accade

    Accade un giorno che…

    The day in which the man contradicted himself

    Our perception is based on duality: something is or isn’t. Aristotle named this logical principle “principle of non-contradiction” and we humans have put it as the foundation for our building of knowledge. We shiver, then, because the duality, as we logically conceive it, has come to its extinction. A short juvenile essay produced for a contest of the Scuola Normale Superiore of Pisa that gives a glimpse of light on a scientific theory on the concept of “soul”.

    L’arte in quanto tale

    Cosa rimane dell’arte quando scaviamo oltre la superficie di un quadro? Cos’è l’essenza che rende l’arte tale?

    Il giorno in cui l’uomo contradisse se stesso

    La nostra percezione è basata sulla dualità: qualcosa è o non è. Aristotele denominò questo principio logico “principio di non contraddizione” e noi uomini lo abbiamo posto come fondamenta per il nostro edificio del sapere. Tremiamo, dunque, perché la dualità così come la concepiamo logicamente è giunta alla sua estinzione. Un breve scritto giovanile stilato per un concorso alla Scuola Normale Superiore di Pisa che dà uno spiraglio di luce ad una teoria scientifica sul concetto di “anima”.

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