Sull’ontogenesi della persona

Sull’ontogenesi della persona

Sull'ontogenesi della persona

"Da dove veniamo?"
Una pubblicazione di Lupo Stefano

Italia, 26 giugno 2020

Sommario

1 – Introduzione

2 – I vari volti della coscienza

3 – Perché C0

4 – L’emergere della persona

5 – Approfondimenti concettuali

6 – Due dimostrazioni

  • Fenomenologica
  • Empirica

7 – Conclusione: mente, anima, corpo e spirito

     

    1 – Introduzione

    Su cos’è una persona, in che senso ed entro quali limiti si può parlare di identità personale ho già dedicato uno scritto precedente dal titolo “Sull’identità personale”. Per il lettore che ha già studiato quello scritto sarà chiaro in che nucleo concettuale si può collocare il termine persona; occorre ora capire come questo nucleo emerga nell’essere umano. A livelli filogenetici sembra che la persona emerga come conseguenza a quella capacità di narratività che contraddistingue l’homo narrans. Utilizzo il termine homo narrans piuttosto che homo sapiens, perché reputo che non sia tanto lo sviluppo della technè a contraddistinguere l’uomo dagli altri primati, anzi sono convinto che perfino questa technè derivi dalla capacità di narratività. È infatti sempre più evidente, negli studi linguistici e nella filosofia della mente, che perfino la capacità di enumerazione è un derivato della facoltà di linguaggio. Pare che il nucleo di questa facoltà risieda nella proprietà di “infinità discreta” che contraddistingue la facoltà di linguaggio e che è presente solo e soltanto negli esseri umani. Una frase, infatti, si può comporre potenzialmente da infinite parole che tuttavia rimangono elementi discreti agli “occhi della mente”. Con il passare del tempo, l’infinità discreta avrebbe fatto emergere la facoltà di linguaggio e dunque la narratività. È poi da un processo di “purificazione semantico-lessicale” del linguaggio umano che deriverebbe la capacità di enumerazione il quale si basa per l’appunto sulla stessa proprietà di infinità discreta. Se però a livello filogenetico l’emergere della persona è descrivibile in poche righe, a livello ontogenetico il discorso è più complesso. Dando per scontato che il lettore abbia già assimilati i concetti presenti negli scritti “Sull’identità personale” e “Sul nichilismo ontologico”, useremo questi ultimi come cornice per lo sviluppo di una teoria sull’ontogenesi della persona. Partiremo dalla necessità di porre un “paletto” iniziale che dia il via a quella meravigliosa “catena” di fenomeni emergenti che porteranno in ultima analisi all’emergere della persona. Individueremo questo punto iniziale nella coscienza di tipo 0 che, per trattarla nel modo più esaustivo possibile, verrà introdotta dopo un’attenta analisi dell’uso quotidiano della stessa parola “coscienza”. Delineato ciò, proporrò uno schema ontogenetico che contiene specifici enti e processi. Ognuno di essi avrà dapprima una rapida introduzione che, più avanti, si trasformerà in un paragrafo dedicato ad ogni ente postulato. Enunceremo poi due dimostrazioni: una fenomenologica e una empirica. Ciò servirà al lettore per mostrare la fondatezza dello schema ontogenetico proposto. Infine, concluderemo con un tentativo di assimilazione di termini astratti quotidiani (corpo, mente, anima e spirito) nel quadro delineato.

    Scopri cosa ne pensa il nostro filosofo dell'Innovazione

    2 – I vari volti della coscienza

    Nel corso di questo scritto userò l’abbreviativo “C0” per riferirmi ad un particolare significato della parola “coscienza” che io chiamo “coscienza di tipo 0”. Infatti, con il termine coscienza copriamo quotidianamente un infinito numero di significati differenti. Ad esempio, di un paziente che è svenuto diciamo che “non ha coscienza”; questa tuttavia non è per niente la C0 che stiamo trattando. La tipologia di coscienza che viene descritta in questo caso è più una manifestazione olistica di risposta a certi stimoli (infatti, se ad esempio il malcapitato risponde istintivamente ad un pizzicotto, esso non può essere definito incosciente). Possiamo definire questo significato della parola “coscienza” come “Coscienza in senso MEdico” (CME). Allo stesso modo, l’espressione popolare “farsi un esame di coscienza” non si riferisce alla C che stiamo trattando, ma è più una consapevolezza morale che potremmo definire “Coscienza in senso MOrale” (CMO). Diamo una rapida occhiata ai diversi significati che troviamo nel dizionario online della Treccani riguardo la voce “Coscienza”:

    1) consapevolezza che il soggetto ha di sé stesso e del mondo esterno con cui è in rapporto, della propria identità e del complesso delle proprie attività interiori: c. di sé, autocoscienza; contenuti di c., l’insieme dei dati presenti nella coscienza;
    2) con sign. estens.: ho c. di ciò che faccio; non ha c. di ciò che dice; popolo che ha c. dei proprî diritti e dei proprî doveri; prendere c. della propria forza;
    3) in senso più ampio, della realtà, dei reali problemi del paese, della situazione politica, e sim., rendersene esattamente conto (con sign. analogo, è frequente nel linguaggio politico e giornalistico l’espressione presa di coscienza); posso affermare con piena c., con assoluta certezza;
    4) capacità di valutare le proprie doti e attitudini: avere c. dei proprî meriti, delle proprie forze; ho c. dei miei limiti; non ha c. di ciò che vale.
    5) in senso più generico, conoscenza: fatto che è nella c. di tutti, che tutti conoscono;
    6) averne qualche sentore o sospetto: avere la vaga c. di qualche cosa;
    7) perdere i sensi, per uno svenimento o entrando in agonia: perdere la c.;
    8) riaversi: riacquistare la c.;
    9) in psicologia, la conoscenza dei propri atti attraverso la riflessione e l’analisi degli stati psichici;
    10) in psicopatologia, c. doppia, condizione morbosa caratterizzata dall’avvicendarsi nello stesso soggetto, per una durata più o meno protratta, di due diversi stati di coscienza, in ciascuno dei quali il soggetto appare immemore dei ricordi relativi all’altro stato;
    11) nel linguaggio della critica letteraria, flusso di coscienza (traduz. dell’ingl. stream of consciousness, tradotto anche talvolta, meno esattamente, corrente di c.), tecnica narrativa, peculiare soprattutto del romanzo inglese e americano del Novecento (J. Joyce, V. Woolf, W. Faulkner), che, ispirandosi alle linee della «confessione» psicanalitica, tenta di riprodurre oggettivamente, portando in primissimo piano un personaggio monologante, il libero, asintattico succedersi di pensieri, immagini, sensazioni, così come si forma e fluisce nella profonda intimità dell’individuo, ai limiti del subconscio, quando ancora debole o pressoché inesistente risulta l’azione delle facoltà riflessive e organizzative dell’intelletto razionale. L’espressione è talora usata, ma impropriamente, come sinon. di monologo interiore;
    12) consapevolezza del valore morale del proprio operato, sentimento del bene e del male che si fa: avere, non avere c.; agire con c.; esame di c., esame riflesso delle proprie azioni per poter discernere il bene e il male compiuto, e quindi riconoscere le proprie eventuali colpe (soprattutto come atto preparatorio al sacramento della confessione). Anche come criterio supremo della moralità o, in modo più attenuato, come sensibilità morale: O dignitosa coscïenza e netta, Come t’è picciol fallo amaro morso! (Dante); la voce della c.; agire secondo c., secondo i dettami della c.; avere la c. elastica; venire a compromessi con la propria c.; mi rimorde la c., sento rimorso; i rimproveri della c.; avere scrupoli di c., scrupoli morali; per obbligo, per debito di c., per dovere morale; per scarico, per sgravio di c., per non avere rimorsi; sentirsi la c. tranquilla, essere certo di aver agito bene o di non aver fatto nulla di male; cattiva c., stato di chi ha rimorsi o dubbi sulla legittimità morale delle proprie azioni; mettersi la c. in pace, far tacere gli scrupoli o i rimorsi, rassegnarsi al fatto compiuto; caso di c., caso dubbio la cui soluzione sollecita il nostro impegno morale; matrimonio di c., matrimonio canonico, privo di effetti civili, che viene celebrato in segreto, di solito per regolare la posizione di due persone che non possono contrarre un matrimonio civilmente valido o che, pur potendolo, ne subirebbero un danno; obiettore di c., v. obiettore. Come locuz. avv., in coscienza, per intimo senso di responsabilità morale, o sulla base di una approfondita e obiettiva valutazione: mi sento obbligato in c. ad aiutarlo; in c., non credo di poterti approvare; anche come semplice espressione asseverativa: in c., credimi, è proprio come t’ho detto;
    13) in molte frasi del linguaggio com., è intesa come il luogo riposto cui vengono riferite le nostre azioni e il giudizio su di esse: il fondo della c., la coscienza più intima; avere qualcosa, avere un peso sulla c., sentirsi colpevole; mettersi qualcosa sulla c., commettere un torto, una colpa; levarsi un peso dalla c., adempiere a un obbligo, riparare al mal fatto; avere la c. netta, pulita, non aver nulla da rimproverarsi (al contr., avere la c. sporca, non avere la c. pulita); prendere una cosa sopra la propria c., assumerne la responsabilità; si metta una mano sulla c., frase con cui si raccomanda a qualcuno di valutare bene le proprie responsabilità o lo si invita a esaminare le proprie azioni per scoprire se abbia delle colpe.;
    14) in qualche caso, indica genericam. impegno, cura, senso di responsabilità: operaio, artigiano che ha c. nel suo lavoro (anche: un operaio, un artigiano di coscienza, di molta c.); è un medico che cura i malati con molta c.; oppure probità, rettitudine, umanità, spec. nei rapporti col prossimo: è gente senza c.; agli speculatori non si può richiedere di avere c.; non c’è più c. nel mondo, oggi!;
    15) con riferimento alla religione: libertà di coscienza, diritto di sentire e professare opinioni e fedi religiose senza alcuna restrizione, impedimento o coazione da parte dell’autorità politica ed ecclesiastica; e con senso quasi concreto, dirigere, guidare le c., avere cura delle c., avere funzione di guida spirituale, curare le anime;
    16) estens. Consapevolezza e sensibilità di fronte a determinati fatti, problemi, esperienze di carattere non morale: avere, non avere una c. civica, patriottica; c. linguistica, c. giuridica; c. sportiva; anche, l’insieme dei sentimenti, delle concezioni, degli interessi che sono proprî di una società o di un gruppo sociale: c. sociale, c. collettiva, c. operaia; c. di classe, la piena consapevolezza che una categoria sociale, in partic. la classe lavoratrice, acquista relativamente ai proprî diritti e interessi;
    17) in tipografia, uomo di c., operaio al quale è affidata la conservazione e l’ordinamento del materiale di composizione e in particolare la scomposizione delle forme e il ricollocamento delle lettere nei rispettivi cassettini delle casse;

    Seppur il dizionario raggruppi sotto un’unica categoria alcuni di questi punti esposti, reputo che essi vadano differenziati per le varie sfumature che il termine coscienza assume al suo interno. Possiamo tuttavia fare una macro classificazione per raggruppare questi 17 significati:
    1) Coscienza in senso Cognitivo (CC): è intesa come sinonimo, con significato più o meno estensivo, della facoltà cognitiva che chiamiamo consapevolezza. Vi possiamo includere tutte le categorie evidenziate in rosso (1-5, 9, 16);
    2) Coscienza in senso Intuitivo (CI): è intesa come sinonimo di intuizione. Vi possiamo includere la categoria evidenziata in arancione (6);
    3) Coscienza in senso MEdico (CME): è intesa, in senso strettamente medico, come incapacità di reattività a determinati stimoli e, in senso psicopatologico, come descrizione di una particolare patologia psichica. Vi possiamo includere tutte le categorie evidenziate in giallo (7,8,10);
    4) Coscienza in senso Letterario (CL): è intesa come una modalità di scrittura. Vi possiamo includere la categoria evidenziata in verde (11);
    5) Coscienza in senso MOrale (CMO): è intesa come sinonimo, con significato più o meno estensivo, della facoltà cognitiva che chiamiamo consapevolezza con un’aggiuntiva semantica valoriale e/o morale. Vi possiamo includere le categorie evidenziate in azzurro (12-14);
    6) Coscienza in senso Religioso (CR): è intesa come espressione di una consapevolezza religiosa e/o spirituale. Vi possiamo includere la categoria evidenziata in magenta (15);
    7) Coscienza in senso Professionale (CP): è intesa come denominazione di una determinata figura professionale. Vi possiamo includere la categoria evidenziata in grigio (17).

    Si noti che, in tutte le macro classificazioni presentate, il termine “coscienza” assume sempre o la forma di un sinonimo di consapevolezza oppure appartiene ad un gergo specifico (medico, letterario, religioso, professionale). Tuttavia, nessuno di questi significati viene a coincidere con la coscienza di tipo 0 “C0” di cui tratteremo in questo articolo. Occorre dunque presentare il significato che questa C0 assume.

     

    La coscienza non inganna mai; è la vera guida dell’uomo: essa sta all’anima come l’istinto sta al corpo.

    Jean-Jacques Rousseau

    3 – Perché C0

    Una trattazione specifica della C0 è indispensabile se si vuole abbracciare un protopanpsichismo come quello che propongo nel quadro del nichilismo ontologico. Senza comprendere la C0 il concetto di persona, non solo sembra apparire misteriosamente nella mente umana in uno specifico momento della crescita del bambino, ma addirittura sembra essere sconnesso dal resto del mondo. Senza una C0 e un percorso ontogenetico che da essa porta all’emergere della persona, l’uomo diventa un übermensch sulla natura: nulla è pari a lui, egli è alieno a tutto. Se invece riusciamo ad impostare questo percorso che va dalla C0 alla persona, l’uomo si inserisce in continuità con gli altri organismi viventi e con il mondo in generale, senza tuttavia appiattire le caratteristiche peculiari dell’homo narrans quali la facoltà di linguaggio.
    Tuttavia, la C0 non viene introdotta ad-hoc come difesa al protopanpsichismo, ma la sia formulazione è già presente in numerosi studi fenomenologici. Riprenderò questi studi in una parte più avanzata dello scritto. Per ora, nel delineare il nichilismo ontologico ho azzardato l’ipotesi che la C0 sia presente in tutti gli organismi viventi proprio come principio teleologico interno ad essi. È per questo che ho voluto delinearla come coscienza “di tipo 0”, poiché essa è la linea di demarcazione tra organico ed inorganico, il primo gradino dell’esistente, lo step numero 0. Quella che io chiamo C0, altro non è che un diverso nome di ciò che, in ambito fenomenologico, è stata chiamata “autoaffezione immediata” o anche “coscienza non tematica di sé”. Anche se riprendo il lessico utilizzato dai grandi ricercatori di fenomenologia, le terminologie che ripropongo qui hanno un campo semantico differente che svilupperò nel paragrafo dedicato agli approfondimenti concettuali. Mi si potrebbe obiettare che, mentre la biologia pone come base dell’esistente un qualcosa di fisico, io opti controintuitivamente per un principio psichico. Quest’obiezione è più che ammessa, ma è mal posta. Nessuna teoria biologica è infatti riuscita a distinguere nettamente tra organico ed inorganico partendo da una distinzione puramente fisica (escludendo dunque un qualche prinipio teleologico). Di solito si attribuisce all’organismo un telos, ma questa è già una funzione psichica. La verità è che la biologia non si occupa di metafisica. Pare che le qualità psichiche siano delle proprità emergenti del piano fisico, ma questo non è propriamente dimostrabile. Credo che il fisico sia una modalità dello psichico, un po’ come la capacità di enumerazione emerga dalla facoltà di linguaggio. A livello microscopico, in un organismo, diviene dunque impossibile distinguere psichico e fisico poiché le unità fisiche (cellule, proteine, DNA ecc.) sembrano seguire un proprio telos. L’organismo non è un’industria, non è un meccanismo, esso emerge da un piano psichico. A tal proposito si vedano le interessanti teorie del biologo britannico Rupert Sheldrake riguardo il cosiddetto “campo morfico”, quest’ultimo infatti potrebbe essere un punto di partenza teorico della riunificazione della C0 psichica congiunta al piano fisico (una specie di monismo alternativo). Purtroppo la cultura scientista su cui si basa la società occidentale ha dato per scontata la subordinazione dello psichico al fisico, precludendoci teorie alternative (basti notare quanto vengono sottovalutate le ricerche di Sheldrake). In effetti, non ci serve arrivare ad un tale estremo per dichiarare l’esistenza di una C0, per ora limitiamoci nell’affermare che la C0 sia il punto di partenza dei nostri studi riguardo l’ontogenesi della persona. Volendo invece speculare un po’ sull’universalità negli organismi della C0 possiamo ripercorrere il motivo per cui personalmente abbraccio un protopanpsichismo (detto anche panesperienzialismo o panprotopsichismo):

    1. a mio avviso occorre abbracciare un materialismo “esistenzialista”, poiché è la sola teoria cosmologica che si basa su dati empirici comprovabili fenomenologicamente. Attenzione: nella mia interpretazione del materialismo, la materia equivale all’esistente, questo significa che, in questo contesto, materialismo non è una posizione scientista che afferma l’esistenza del solo piano fisico, anzi esso diviene una trasposizione ontologica delle intuizioni esistenzialiste (che dunque non preclude la possibilità di esistenza ad enti “non fisici”). L’etimologia che abbraccio per il termine “materia” è quella che deriva da “mater”; il materialismo esistenzialista postula dunque l’esistenza di una matrice universale: l’esistente. Si noti che questa postulazione di materialismo esistenzialista contrasta ontologie quali il relativismo e le cosmologie religiose (almeno quelle che introducono una divinità trascendente);
    2. Il materialismo (di qualsiasi tipologia) può sopravvivere alle sue molte aporie solo assegnando qualità psichiche a entità materiali (che in questo caso sono gli esistenti);
    3. alternative al protopanpsichismo come il monismo neutro e il panpsichismo aggiungono tesi che non sono comprovabili empiricamente, infatti per il monismo neutro tutto si riduce ad una terza cosa che non è né psichica né fisica, mentre per il panpsichismo questa terza cosa è sia psichica che fisica. A mio avviso, qualsiasi tesi sulle caratteristiche di una “terza cosa” diviene pura interpretazione filosofica personale e va dunque scartata in favore di una teoria più economica (in senso occamiano) quale è il protopanpsichismo.

    Ribadisco che per comprendere appieno la teoria esposta, occorre associare al protopanpsichismo la teoria del nichilismo ontologico. Volendo precisare il quadro appena delineato, l’unica funzione del nulla è quella di essere, a posteriori, la culla prima del piano informazionale; è invece l’esistente a essere, a priori, la matrice dell’universo. Si noti infine che quando si parla di piano informazionale lo si fa non in senso ontologico, ma in maniera logica a posteriori rispetto alla nostra costituzione dell’universo. Il piano informazionale diviene euristicamente il principio primo della realtà agli occhi dell’esistente, se però quest’ultimo non vi è, allora vi è il nulla. Il piano informazionale è dunque subordinato all’esistente: l’esistente percepisce la sua origine nel piano informazionale che in realtà origina dall’esistente stesso: è tutto un eterno uroboro. Ma poiché è la C0 che contraddistingue l’esistente, è essa che ontologicamente fonda l’universo. Possiamo dire che la C0 sta all’ontologia come il piano informazionale sta alla logica (dove con logica si intende la metodologia di analisi “scientifica-conoscitiva” della realtà). A questo punto deve essere chiara l’importanza che la C0 assume; andiamo dunque a vedere a livello ontogenetico come da essa derivi l’intero universo così come lo concepiamo in quanto persone (il che si traduce dunque nel ripercorrere la genealogia ontogenetica che unisce la C0 alla persona e i relativi processi emergenti).

    4 – L’emergere della persona

    Si sappi che, tanto i nomi delle strutture fenomenologiche, quanto alcune loro descrizioni, sono stati ripresi da quel che reputo uno dei libri più geniali della nostra epoca (dal titolo “Identità della persona e senso dell’esistenza” di Andrea Zhok). Partiamo ora a delineare più nel particolare la pars costruens del seguente scritto.
    Abbracciando le intuizioni fenomenologiche sulla C0, il protopanpsichismo e il nichilismo ontologico, si arriva ad una semplice conclusione: la C0 è l’origine di tutto l’esistente, l’origine dell’Universo. In particolare, nell’essere umano, l’Universo emerge pienamente con la stadio di sviluppo di noi “esistenti in quanto persone”. Ho rintracciato 6 processi base che portano dalla C0 alla costituzione della persona:

    1. processo 1: ordinamento dell’esperito secondo linee di senso diacroniche (associazioni, rinvii, implicazioni, “significati”) e sincroniche (coappartenenza materiale, manipolabilità, utilizzabilità, distinzione tra primo piano e sfondo, ecc.);
    2. processo 2: aggiunta della dimensione telica esplicita (disposizione desiderativa, anticipante, orientata verso il futuro a prescindere da ogni rappresentazione di un fine);
    3. processo 3: possibilizzazione (struttura intenzionale ritenziva-protensiva che fa emergere i significati rinviando a una dimensione di aspettative/possibilità);
    4. processo 4: apprendimento attivo di strutture associative;
    5. processo 5: sviluppo del linguaggio e, contemporaneamente, della capacità di riflessione;
    6. processo 6: capacità di narratività (coerentizzazione dei significati in un quadro unitario).

    Con l’attivazione di tali processi emergono strutture fenomenologiche e cognitive differenti. In totale ne ho rintracciate 7:

    1. autoaffezione immediata (o coscienza non tematica di sé): è ciò che ho chiamato “C0”, una forma primordiale di coscienza che è presente, in gradi differenti, in tutte le entità. È esprimibile come una primitiva relazione immediata a sé stessi;
    2. coscienza trascendentale (o, per Kant, appercezione trascendentale): è la condizione di possibilità dei fenomeni, il “luogo” in cui, convergono i diversi “dati” provenienti dalle intuizioni sensibili;
    3. sé minimo: si esprime come un sentire qualificato, un prendere posizione di fronte all’esperito, è l’origine di ogni dualismo in quanto espressione primitiva di quello che sarà l’istinto psicologico del “combatti o fuggi”;
    4. coscienza intima: è la coscienza obiettivante in prima persona e il polo non obiettivabile dell’autocoscienza preriflessiva. Essa si può esprimere come negazione di tutti gli attributi dell’ego, è quel residuo che rimane togliendo ogni input esterno ed interno. È chiaramente identificabile con ciò che viene definito “spirito”; inoltre dalle parole dei mistici che hanno raggiunto il “nirvana terreno” sembra che essi abbiano percepito la coscienza intima (e non la noluntas, come invece vorrebbe Schopenhauer), lo stesso ragionamento si può compiere per le cosiddette esperienze di “espansione di coscienza” (o come lo chiamava Freud: esperienze di “sentimento oceanico”) in seguito ad alcuni stati meditativi o all’uso di sostanza stupefacenti;
    5. autocoscienza preriflessiva (chiamato “cogito preriflessivo” da Sartre, “autoaffezione” da Kant e “coscienza interna nel tempo” da Husserl): è il “punto di vista” sul mondo, l’io in quanto struttura intenzionale ritenziva-protensiva;
    6. coscienza fenomenica: è il modo di darsi in prima persona di un’esperienza, al suo interno si susseguono i cosiddetti “qualia”, le qualificazioni dell’esperienza;
    7. ego: è la coscienza obiettivata che emerge quando corpo e comportamento divengono oggetto per altri;
    8. persona: è l’insieme delle narrazioni che ci fanno percepire l’identità personale, il perdurare nel tempo di un’unica entità.

    Ecco uno schema riassuntivo dell’emergere della persona dalla C0:

    Si noti che:

    • in arancione sono evidenziate le strutture che hanno un carattere più cognitivo che fenomenologico; infatti, in prima persona, non abbiamo mai alcuna percezione introspettiva di strutture quali la coscienza trascendentale, così come non abbiamo una percezione unitaria di ego e di persona;
    • al processo 3 concorrono numerosi elementi. Infatti la possibilizzazione non è frutto della semplice autocoscienza preriflessiva, ma è necessario il “punto di vista” fornito dalla coscienza intima e le varie qualificazioni esperienziali fornite dalla coscienza fenomenica;
    • la coscienza intima è strettamente correlata alla persona poiché, in tutte le narrazioni di sé, è presente il punto di vista in prima persona sia come soggetto della narrazione che come oggetto della stessa; è proprio il sovrapporsi del soggetto-oggetto in prima persona che porta all’identificazione dell’oggetto della narrazione con se stessi. Questo processo avviene altresì nell’osservazione di altre persone attraverso il fenomeno dell’empatia che si sviluppa a partire dai cosiddetti “neuroni specchio” (un discorso analogo si può fare per la correlazione tra autocoscienza preriflessiva e persona, correlazione che però ho dato per scontato poiché coscienza intima e autocoscienza preriflessiva sono in realtà due facce di una stessa medaglia);
    • ho voluto evidenziare l’importante ruolo della coscienza fenomenica che agisce anche in maniera retrospettiva sul processo 3. Le sensazioni, le emozioni, le impressioni e le intuizioni date dall’esterno, come esperienze, e dall’interno, come processi biochimici, concorrono alla possibilizzazione; il controllo del medium della coscienza fenomenica tra questi input e il processo 3 è al centro del carattere del libero arbitrio;
    • in nessun modo si può esperire in prima persona ciò che precede la coscienza intima;
    • la mappa che ho costruito non vuole per nulla essere una panoramica esaustiva dei processi che portano all’emergere della persona; inoltre le relazioni non si devono intendere nè in maniera statica, nè in maniera sufficiente. In futuro, con le giuste motivazioni, la mappa potrebbe assumere forme differenti;
    • ho evidenziato, all’interno di un quadrato verde, la fase che va dall’ego alla persona per sottolineare la vivace dinamicità di questo macro processo. Infatti impariamo continuamente nuovi linguaggi che ci portano a nuove possibilità di riflessione e a nuove costruzioni narrative. Questa è la base dell’importanza dello studio continuo, poiché una routine troppo affermata, se non accompagnata dalla curiosità dello studio, si trasformerà in una fossilizzazione del macro processo evidenziato, portando ad una “mummificazione” dell’identità personale.

     

    “La tua visione diventa chiara solo quando guardi dentro il tuo cuore. Chi guarda fuori, sogna. Chi guarda dentro, si sveglia.”

    Carl Gustav Jung

    5 – Approfondimenti concettuali

    Autoaffezione immediata (C0): abbiamo già detto parecchio su questo “ente”, voglio qui soffermarmi su quello che è il processo 1 che gli ho attribuito. Per avere le idee un po’ più chiare tentiamo di guardare la realtà con gli occhi del Kant quasi sessantenne della Critica della ragion pura. Per lui, l’oggetto della percezione (chiamato intuizione sensibile) era già passato al vaglio di due “filtri” che rendevano conoscibili un mucchio di “dati caotici”. Questi “filtri” sono appunto lo spazio e il tempo che trasformano le sensazioni materiali (per noi inconoscibili) in intuizioni sensibili. Tutto ciò che percepiamo è dunque, per Kant, già il frutto di un processo di filtraggio. La stessa costatazione è stata oggigiorno effettuata da quelle che chiamiamo “scienze cognitive” e dalla fenomenologia. La differenza tra gli attuali modelli proposti e il modello kantiano sta solo nel numero di filtri che si individuano. Riprendendo gli studi fenomenologici a riguardo, ho individuato il processo 1 come il nodo d’incontro di due tipologie di ordinamento dell’esperito: quelle che organizzano su linee di senso diacroniche e quelle che lo fanno su linee di senso sincroniche. È da questo processo che emerge l’intero universo. Queste due linee di senso sono strettamente correlate e non dobbiamo immaginarle come una serie di processi meccanici che si incastrano uno dietro l’altro. I processi sono infatti strettamente intrecciati; ad esempio, la linea di senso sincronica di manipolabilità concorre a definire lo spazio della linea di senso sincronica del “significato”, allo stesso modo in cui nella coappartenenza materiale vi è un insieme di associazioni implicite (sincronico e diacronico sono dunque distinzioni puramente formali). In questo quadro d’insieme, spazio e tempo divengono delle astrazioni “pure” di tutti questi sub-processi. Si noti che in tutti questi processi, vi è insito il telos implicito tipico dell’organismo vivente. È dal telos che scaturisce tutto ciò. Perché dare però all’ordinamento secondo queste due linee di senso una priorità assoluta tanto da individuarlo come processo 1 scaturente direttamente dalla C0? Il fatto è che, quella che chiamiamo “teleologia interna” negli organismi viventi, sembra avere già in sé un qualche sistema sensoriale che svolge il processo 1. Mi spiego meglio: come fa il seme a divenire pianta? A parte le spiegazioni meccanicistiche della genetica, ci serve una spiegazione teleologica. Tale spiegazione risiede nel fatto che il seme ha una forma di sensibilità minima che deriva da una sua C0, sensibilità che gli fa “percepire inconsciamente” il terreno, l’acqua, i nutrienti e che dà il via alla fase di germogliazione. Lo stesso vale per qualsiasi altro organismo vivente, perfino per un batterio. Gli organismi devono svolgere un processo 1 che ovviamente ha gradualità differenti (proprio come afferma il protopanpsichismo). La pianta così svilupperà alcune linee di senso diacronico e altre di senso sincronico, l’uomo ne svilupperà altre ancora, ma tutti gli organismi viventi hanno in comune il processo 1 che deriva in modo diretto dalla loro C0.
    Coscienza trascendentale: un centro di unificazione all’interno della psiche deve obbligatoriamente esserci. Non perché lo possiamo esperire in prima persona (quell’essere unico che percepiamo è l’ego, non la coscienza trascendentale), ma per una necessità puramente logica. Si tratta dell’io penso kantiano, del “luogo” d’incontro in cui tutti i risultati, dapprima del processo 1 e poi di tutti gli altri processi, convergono. Se immaginiamo metaforicamente il processo 1 come la creazione dell’universo, la coscienza trascendentale è lo spazio infinito in cui l’universo si colloca.
    Sé minimo: con la creazione dello spazio infinito vi può ora essere un primo nucleo che, inconsciamente, decide a cosa avvicinarsi e a cosa no. Se nella C0 vi è implicitamente un telos, qui il telos diviene esplicito e mostra una propria caratterizzazione. Il topo sa che deve fuggire dal gatto, non perché qualcuno glielo ha insegnato o perché lo ha letto in un “libro per topi”, ma perché il suo “istinto” glielo indica. Il sé minimo non è però rintracciabile solo a partire dagli animali, esso è già nelle piante. Quest’ultime infatti, seppur non possono prendere una posizione “istantanea” di fronte ad una situazione, si adattano lentamente a ciò che hanno di fronte. Così, i girasoli hanno un telos esplicito che gli fa seguire il sole e lo stesso telos esplicito è rintracciabile nelle “scelte” di direzioni di crescita delle piante rampicanti, nelle facoltà da predatori delle piante carnivore, nei movimenti del desmodium gyrans (comunemente detta “pianta danzante”) e nel peculiare comportamento della mimosa pudica. Focalizziamoci sulla pianta carnivora che comunemente chiamiamo dionea: questa chiude “la bocca” in presenza di una mosca non perché vi è un insieme di meccanismi che glielo fa fare (come viene spiegato negli attuali libri di biologia), essa lo fa perché ha un sé minimo che istintivamente la fa comportare in questa maniera; in questo senso il meccanismo che viene descritto nei libri di biologia diviene semplicemente un mezzo fisico affinché il sé minimo agisca. Si noti come il sé minimo diviene lo spazio ontologico in cui il processo 2 prende luogo. Infatti, senza alcun telos esplicito è inutile ipotizzare un sé minimo, quest’ultimo vi è perché esiste il processo 2.
    Coscienza intima e autocoscienza preriflessiva: possiamo immaginarle entrambe come due facce della stessa medaglia. La faccia rivolta verso il “mondo” è l’autocoscienza preriflessiva, quella rivolta verso l’”interiorità” è la coscienza intima. Quest’ultima ha in comune con le sue “strutture” precedenti (sé minimo, coscienza trascendentale e autoaffezione immediata) il fatto che non obiettivizzi ancora nulla. Il suo ruolo è di essere le radici che fanno emergere l’albero dell’autocoscienza preriflessiva; seguendo questa metafora, le tre strutture ontologiche precedenti diventano il terreno onnipresente che nutre queste radici. Da questa faccia della medaglia, da questo albero “nel mondo” si sprigiona quello che astrattamente chiamiamo “tempo” che in realtà soggiace al processo di possibilizzazione.
    Coscienza fenomenica: dobbiamo qui specificare che cosa si intende con input interni ed esterni che diventano i contenuti di questa struttura ontologica. Possiamo definire come input interni i correlati fisici che concorrono ad uno stato di coscienza (attivazione neurale, ormoni, sostanze chimiche alteranti quali caffeina, serotonina, adrenalina ecc.) e come input esterni le astrazioni che derivano dal processo 3 e che influenzano anch’essi lo stato di coscienza (sistema di credenze, attitudini morali, ma anche quelli che abbiamo chiamato, nel nichilismo ontologico, enti astratti). Esiste un senso per cui tutto ciò è in realtà “interno” poiché non esiste una pura cosa in sé indipendente dall’esistente, ma se consideriamo il punto di vista soggettivo, questa distinzione tra input interni ed esterni diventa logicamente utile per distinguere gli oggetti di studio delle scienze (input esterni) e quelli di altre discipline quale ad esempio la psicologia o le scienze cognitive (input esterni). Si noti che ciò che prima, nel processo 1, era stato chiamato come “significato” (tra virgolette, poiché si tratta di un carattere implicito ed intuitivo), con il processo 4 diviene significato vero e proprio poiché appartenente ad un campo semantico discorsivo vero e proprio. È con il processo 4 che avviene l’inizio di ciò che chiamiamo “apprendimento”. Il bambino infatti, impara prima il lessico associato alle sensazioni fenomeniche come ad esempio le parole: rosso, cibo, papà (inteso come intero tridimensionale che compare alla coscienza fenomenica), buio, macchina, cane ecc.; e solo dopo si passa ad imparare astrazioni e oggetti non fenomenici quali ad esempio le parole: pianeta, internet, giustizia ecc. Si noti in genere che anche se un bambino imparasse come sua prima parola “internet”, esso lo ricollegherebbe sempre ad una funzione che gli dia una sensazione fenomenica e non ad un concetto astratto quale invece è per definizione. In questo caso, il processo 4 è completamente subordinato alla coscienza fenomenica ed è un processo attivo seppur si basi su predisposizioni geneticamente determinate (come ad esempio i principi della cosiddetta “grammatica universale”).
    Ego: questa struttura ontologica è in un certo senso l’obiettivazione astratta a 360 gradi dell’autocoscienza preriflessiva (sul cui sfondo si dà per scontato la coscienza fenomenica). Ogni volta che utilizziamo la parola “io” ci riferiamo proprio a questo ego; esso è il referente a tutte le nostre obiettivazioni in prima persona. E proprio per questo suo carattere astratto, l’ego non è una vera e propria struttura indagabile fenomenologicamente attraverso l’introspezione. L’ego è il primo ente astratto che, per interazioni sociali, prenderà la forma di persona. Ad esso si attribuisce il processo 4 quando diciamo ad esempio “Sto imparando una nuova lingua”, mentre in realtà questo apprendimento avviene per lo più a livello inconscio su determinati “binari”. L’ego è infatti perlopiù inconscio. Quando agiamo, affermiamo che “sono io ad aver agito”, ma poiché qualsiasi azione ha una prevalenza di caratteri psicologici inconsci, questi caratteri vengono inglobati dall’ego purché vi possa essere una qualche coerentizzazione. Ciò non avviene in altri casi particolari: pensiamo ad un omicida che afferma “non ero in me mentre stavo facendo ciò”; egli effettivamente non riesce a coerentizzare i suoi impulsi inconsci (derivati dal processo 2) con ciò che chiama “ego”, è per questo che fa un’affermazione del genere (a patto ovviamente di essere sincero e di non star fingendo solo per motivazioni quali ad esempio una riduzione della pena). Si vede subito come i processi 5 e 6 emergano dall’ego e che effettivamente essi siano correlati. La narratività si serve infatti del linguaggio umano e l’ego si serve della narratività che fonda e che attribuisce a sé stesso in momenti di giudizio.
    Persona: su questo non abbiamo molto da aggiungere tranne forse sul carattere fortemente sociale di questo ente che è anch’esso astratto. Se infatti io fossi Tarzan (isolato quindi da una comunità umana di parlanti), non riuscirei a sviluppare il linguaggio umano e non mi identificherei mai quale una persona (mi identificherei solo come ego). L’apprendimento del linguaggio deriva dall’essere inseriti in una comunità di parlanti e la narratività si sviluppa per dar giustificazione delle proprie azioni a questa comunità; allo stesso modo emerge la persona: un ente coerente perseguibile che risponde delle proprie azioni. Si noti infine che casi di fallimento della coerentizzazione narrativa, come avviene in quelle persone definite dalla società “incapaci di intendere e di volere”, portano ad una privazione del titolo di persona e al venir meno dei diritti ad esso associato.

    6 – Due dimostrazioni

    • Fenomenologica

    Invito adesso il lettore ad usare la tecnica dell’introspezione per verificare la veridicità delle strutture descritte e dei processi in esse coinvolti (almeno fino al livello del sé minimo, poiché è impossibile andare oltre con l’introspezione). Poniamoci dapprima la domanda “Chi sono io?”, chiudiamo gli occhi e lasciamo che la nostra mente ci dia una risposta. *il lettore chiuda gli occhi ed esegua l’esercizio* Fatto ciò, possiamo notare un insieme di narrazioni che ci sono apparse davanti agli occhi. Probabilmente avremo rivisto le nostre azioni compiute poco fa o anni fa, avremo visto luoghi visitati, avremo visto i nostri genitori o dei cari; qualunque cosa abbiamo effettivamente visto ad occhi chiusi possiamo scomporla in questa maniera: c’eravamo noi e una narrazione inconscia di fondo. Si noti che la memoria stessa è un aggregato di narrazioni. Quello che abbiamo visto è la nostra persona e abbiamo notato la narratività (e di conseguenza il linguaggio) ad essa associata. Con questo banale esperimento mentale introspettivo il collegamento tra persona e processi 5 e 6 diviene esplicito. Passiamo oltre. Prendiamo adesso un oggetto in mano e chiediamoci “Chi ha preso questo oggetto?”. *il lettore esegua l’esercizio*. Probabilmente avremmo intuitivamente risposto “Io” oppure avremmo detto il nostro nome. Questa risposta è però emersa senza un quadro narrativo di fondo. È quasi banale affermare che “io ho preso questo oggetto”, talmente banale che ci viene difficile rifletterci retrospettivamente. Quell’”io” antecedente ai processi di narratività è l’ego che deriva da una capacità di utilizzare il linguaggio. Immaginiamo un mondo in cui non abbiamo sviluppato alcun tipo di linguaggio umano. Proprio per il motivo di non poterci domandare “Chi ha preso questo oggetto”, non potremmo formulare una risposta e dunque non potremmo nemmeno generare questo ente astratto che chiamiamo “ego”. È dunque chiaro che l’ego preceda i processi 5 e 6, ma che a sua volta derivi dal processo 4. Andiamo avanti. Diamoci ora un pizzicotto e concentriamoci profondamente e ad occhi chiusi sulla sensazione di dolore che ne emerge. *il lettore esegua l’esercizio* Questo dolore è un “qualia”, una qualificazione di un’esperienza, esso non si può spiegare semplicemente come l’attivazione di alcuni neuroni del cervello (come invece affermano i fisicalisti). Questo dolore appena esperito ha una sua consistenza, seppur flebile. Questa consistenza però deve avvenire in un qualche “luogo” conscio (che non può dunque essere la coscienza trascendentale poiché essa è inconscia). Questo “luogo” è per l’appunto la coscienza fenomenica. Essa è antecedente all’ego, infatti per sentire il dolore non abbiamo avuto bisogno di alcuna formulazione discorsiva; anche Tarzan sente il dolore. Questa coscienza fenomenica è allora precedente all’uso del linguaggio e dunque al processo 4. Il dolore è però durato un’istante: prima non c’era, poi c’era e infine non c’era più. Questo significa che esso è inserito in una temporalità implicita che è per l’appunto la struttura ritenziva-protensiva derivante dal processo 3. Andiamo ancora oltre. Si fissi un punto della stanza assaporando la prospettiva visiva che abbiamo: guardiamo il colore, le linee, lo sfondo. Concentriamoci profondamente su ciò che abbiamo davanti. *il lettore esegua l’esercizio* Abbiamo assaporato la magia dell’unificazione prospettica: il nostro unico ed inimitabile punto di vista “sul mondo”. Esso appare come un tutt’uno privo di qualificazioni esplicite. Certo, magari abbiamo osservato qualcosa di colorato, ma l’abbiamo potuto osservare in una prospettiva unificata indipendentemente dalla nostra focalizzazione sui vari qualia che abbiamo avuto davanti. Questo vuol dire che deve esistere una “sede” di questa unificazione conscia transmodale (che riguarda cioè più sensi): l’autocoscienza preriflessiva. Essa però è antecedente perfino alla coscienza fenomenica poiché l’unificazione avviene in maniera neutrale, senza cioè alcun qualia su cui ci si focalizza esplicitamente. Infine, per percepire la coscienza intima consiglio di utilizzare la meditazione vipassiana le cui tecniche si trovano facilmente online. Lo scopo è liberare la mente da qualsiasi input esterno e riuscire ad accedere ad uno stato di coscienza in cui la concentrazione la fa da padrone. Il lettore può sentirsi libero di provarci più e più volte o di non provarci nemmeno. Il risultato alla fine è che perfino la prospettiva sul mondo viene a decadere e si raggiunge una consapevolezza di se stessi privi di qualsiasi qualità: è questa la coscienza intima, il polo non obiettivabile dell’autocoscienza preriflessiva. Durante la meditazione si può però notare un quadro telico esplicito di base e lo si può fare con quella facoltà che chiamiamo “intenzionalità”, con essa notiamo che il cuore batte e che il respiro è controllato e continuo; tutti questi sono aspetti telici espliciti che rientrano nella coscienza intima, quest’ultima deve perciò essere successiva al processo 2.

    Empirica

    Analizzerò qui gli studi di psicologia dello sviluppo che derivano dall’osservazione della crescita dei bambini dalla nascita fino a divenire linguisticamente maturi. Partiamo dall’osservazione degli eventi biologici intrauterini. L’ovulo in sé, così come lo spermatozoo, ha evidentemente un telos implicito che noi descriviamo in termini funzionali (descrizione che si ripete per tutti gli oggetti della biologia). L’ovulo è chiaramente generato per accogliere lo spermatozoo e quest’ultimo è generato per congiungersi con l’ovulo. Entrambi questi enti sono dunque esistenti concreti indipendenti. È ovvio che dall’unione di due esistenti (che hanno dunque una gradualità della C0) si sviluppi un essere che è immediatamente provvisto di una C0. È dunque già ben prima di nascere che un essere umano ha una C0 (ovviamente secondo gradualità minime, riuscirà cioè a compiere determinati ordinamenti di linee di senso sincroniche ma non altre e lo stesso vale per le linee di senso diacroniche). In questo processo di formazione del feto, diviene difficile individuare una tempistica per l’emergere di un sé minimo e di una coscienza trascendentale. Credo che questi elementi emergano sempre più preponderantemente in concomitanza con l’emergere dei sistemi fisici sensoriali. Non dobbiamo infatti dimenticare che quelle che nel linguaggio comune sono distinte nettamente, cioè le qualità psichiche e fisiche, a livello ontologico si fondono in un tutt’uno. Se è evidente che un processo 2 avviene già a livello intrauterino, è altrettanto chiaro che il processo 3 emerga molto tempo dopo la nascita. La prima domanda su cui dovremmo concentrarci, ripercorrendo le tappe della psicologia dello sviluppo, sarà dunque la seguente: in quale fase emerge l’autocoscienza preriflessiva e di conseguenza la coscienza intima? (non dimentichiamo che quest’ultima è il polo non obiettivabile della prima). Per rispondere a questa domanda occorre notare che affinché ci sia un’autocoscienza preriflessiva occorre che ci sia un nucleo minimo di coerenza psicologica unitaria di ciò che siamo. Nel bambino questo nucleo si sviluppa attraverso una serie di stabilizzazioni dell’esperito in strutture coerenti. La prima di queste strutture è quella che Shaun Gallagher chiama “schema corporeo” la quale definisce limiti e capacità del proprio corpo. È dunque a partire dalla corporeità che si configura nella mente del bambino l’autocoscienza preriflessiva e, se ci pensiamo un attimo, non poteva essere altrimenti. Il bambino in questione infatti non ha ancora accesso alla sfera linguistica e i suoi unici oggetti di esperienza sono il corpo e la dimensione agentiva. È dai 3 mesi in poi che il bambino “vive” il proprio corpo con gradualità differenti: così a 8 mesi inizia a lanciare gli oggetti, dai 10 mesi utilizza gli strumenti a imitazione degli adulti (cucchiaio, cellulare giocattolo ecc.) e si avventura nella deambulazione autonoma dai 12 mesi in poi. Si noti che tutte queste attività presuppongono un “punto di vista sul mondo”, anche se la differenziazione io-mondo non è ancora definita. È quindi probabile che l’autocoscienza preriflessiva si sviluppi gradualmente dai 3 mesi di età. Ma che dire della coscienza fenomenica? Ci sembra banale affermare che un bambino, fin dal momento in cui la vista è ben sviluppata, riesca ad avere distinzioni fenomeniche per qualia quali il rosso o il verde, eppure evidenti prove empiriche di comparazione neurolinguistica mostrano come sia anche la nominalizzazione a influire profondamente sulle differenziazioni dei colori percepiti. Parlare dunque una lingua che differenzia il blu in 10 sfumature con nomi differenti, significa percepire 10 colori differenti. La lingua influenza le categorizzazioni percettive, ma questo discorso vale anche a livello fondamentale dei qualia? Credo che la risposta a questa domanda si possa ritrovare nella genesi stessa del processo di nominalizzazione. Infatti, per nominalizzare qualcosa occorre avere a priori un qualche concetto. Indipendentemente dalla lingua usata, dunque, vi sono già delle macro categorie concettuali che ci fanno distinguere esperienze fenomeniche quali il rosso e il giallo. È solo grazie a questi concetti a priori che si può insegnare ad un bambino a differenziare nominalmente il rosso dal giallo. Il bambino prelinguistico deve dunque già possedere una coscienza fenomenica anche se possiamo affermare che essa migliorerà di efficienza nelle categorizzazioni grazie all’uso del linguaggio. Non potendo individuare una fase precisa in cui la coscienza fenomenica emerge, occorre dunque ipotizzare che essa si inserisca nella fase che va dall’emergere dell’autocoscienza preriflessiva a quella della strutturazione dell’ego. Si noti però che il processo 4, cioè l’apprendimento attivo di significati condivisi, avviene già in maniera marginale dai 9 mesi di età, cioè da quella fase in cui si passa alla dimensione triadica (io-altro-mondo). È infatti con l’emergere delle cosiddette “olofrasi” che si mostra l’esistenza di un minimo processo 4. Possiamo dunque affermare con più precisione che la coscienza fenomenica emerga in maniera ben strutturata dai 3 ai 9 mesi d’età, poiché essa ha un ruolo chiave nell’apprendimento attivo dei significati condivisi. Cosa possiamo ora dire dell’ego? Per quanto possa sembrare sorprendente non vi è traccia empirica di un ego prima dei 4 anni di età. Sembra infatti che la coerentizzazione unitaria avvenga nella fase dai 4 a i 6 anni d’età attraverso un processo di esplorazione del proprio corpo percepito (si tratta della fase che Piaget chiama preoperatoria). Che dire infine dell’emergere della persona? Anche l’emergere di quest’ultima struttura (più cognitiva che ontologica) è indissolubilmente legata alla dimensione del linguaggio e della riflessione. Più propriamente non è possibile concepire l’emergere della persona prima del superamento del test di falsa credenza (che avviene intorno ai 4 anni d’età). È infatti solo in questa fase che si inizia a concepire la propria esistenza come un’entità interna al tempo stesso (caratteristica necessaria per potersi definire “persona”). La persona inizia dunque a configurarsi dai 4 anni d’età e si oggettivizza sempre di più man mano che avanza il processo di narratività del vissuto. Si noti che è grazie all’esistenza di “mezzi” linguistici che riusciamo a “navigare” nella nostra memoria e dunque possiamo oggettivizzare le esperienze passate. Possiamo concludere con uno schema riassuntivo di ciò che abbiamo desunto in questo paragrafo:

    1. da sempre è presente una C0 come rielaborazione delle singole C0 dei gameti sessuali;
    2. coscienza trascendentale e sé minimo emergono gradualmente nell’ambiente intrauterino in concomitanza con i correlati fisici che permettono la sensibilità;
    3. autocoscienza preriflessiva e coscienza intima emergono dai 3 mesi d’età in poi;
    4. la coscienza fenomenica si struttura dai 3 ai 9 mesi d’età, una dimostrazione è la presenza (a 9 mesi) delle olofrasi (che sono una conseguenza del processo 4 e dunque della coscienza fenomenica);
    5. ego prima e persona poi, si presentano a partire dai 4 anni d’età. L’ego si sperimenta immediatamente con l’ingresso nella fase che Piaget definisce “preoperatoria”, mentre la persona si struttura man mano dal momento in cui si supera potenzialmente il test di falsa credenza e si coerentizza linguisticamente il proprio vissuto.

    Si noti che ovviamente né quella che ho chiamato dimostrazione fenomenologica né quella empirica sono riconducibili a dimostrazioni in senso matematico, ma lo sono in senso etimologico. Questi ultimi due paragrafi hanno appunto di-mostrato una certa fondatezza delle strutture ontologiche e cognitive qui presentate e delle correlazioni ai loro vari processi.

    Noi vediamo l’universo come lo vediamo perché esistiamo.”

    Stephen Hawking

    7 – Conclusione: mente, anima, corpo e spirito

    Certo è che però nella vita quotidiana nessuno di noi enuncia frasi del tipo “Stamattina nella mia coscienza fenomenica ho dovuto sopportare un bel po’ di dolore a causa dell’infiammazione ai denti” o anche “Non sono ancora riuscito con la meditazione a sperimentare la coscienza intima” o qualunque altra frase che contenga una delle strutture analizzate. Perfino il termine persona viene riservato a frasi del tipo “Ma che razza di persona è quella? Sembra un barbaro!”. Al contrario il nostro vocabolario quotidiano è ricco di frasi del tipo “Oggi il mio corpo ha faticato un bel po’ in palestra” oppure (riferito ad un defunto) “Spero che la sua anima riposi in pace” o ancora “Non ho idea di cosa mi sia passato per la mente” o “Ho bisogno di un ritiro spirituale”. Insomma: mente, anima, corpo e spirito sono nozioni che usiamo un po’ tutti (chi più e chi meno) mentre nozioni quali autocoscienza preriflessiva o sé minimo sono nozioni a noi completamente estranee. Cosa significa tutto ciò? Dobbiamo affermare che usiamo termini anacronistici privi di alcun riscontro empirico? Oppure sono le strutture qui presentate ad essere fallaci proprio perché sono parole che sono emerse solo nell’ultimo secolo? Una risposta a questa domanda ci viene data parzialmente dal saggio “Il punto di svolta” di F. Capra. Egli afferma infatti che la cultura occidentale si fonda su una visione cartesiana dell’uomo e che questo paradigma di pensiero non si è ancora sorpassato nella psicologia comune. È in effetti in Cartesio che corpo e mente sono separati in maniera sostanziale e sono essi che fondano la base dell’uomo. Alla stessa maniera, abbiamo alle spalle una lunghissima tradizione religiosa che spesso parla di anima e di spirito. L’uso dunque di queste nostre terminologie derivano da un’influenza culturale religiosa, da un lato, e cartesiana, dall’altro. A questo punto un’altra domanda sorge spontanea: per tutti questi millenni l’uomo è stato così ingenuo da non aver rintracciato nemmeno lontanamente le strutture ontogenetiche della nostra specie? In realtà mente, anima, corpo e spirito altro non sono che parole anacronistiche che hanno un riscontro con le analisi fenomenologiche qui proposte. Reputo infatti che tutti questi 4 termini indichino un “olone” di strutture o di processi che abbiamo già presentato. Chiariamo dapprima che cosa indica il termine “olone”. Esso è per la prima volta utilizzato dal filosofo dello scorso secolo Arthur Koestler che lo descrive come una parte di un sistema complesso che ha una sua individualità, ma che è anche parte integrata di un sistema di “ordine superiore”. Esso indica dunque un ente astratto derivato, come proprietà emergente, da una struttura sottostante. Effettivamente tutte le strutture ontologiche che abbiamo presentato (tranne la base della C0) possono essere descritte come oloni. Tuttavia, reputo che questo concetto si abbini in maniera ottimale al lessico della psicologia comune; cercherò dunque di fondare la correlazione tra queste 4 parole e le strutture presentate in questo scritto, presentando le prime come degli oloni delle seconde:

    corpo: esso è il correlato obiettivato dell’autocoscienza preriflessiva che si sviluppa a partire dallo schema corporeo e che, con l’aggiunta della dimensione riflessiva, diviene immagine corporea. Si noti che alla parola corpo non corrisponde obbligatoriamente un insieme biologico. Infatti, una persona menomata di una gamba che si abitua a usare una protesi plastica, inizierà dapprima ad inglobarla nel suo schema corporeo per poi farla divenire un tutt’uno con la sua immagine corporea. Questa persona, quando parlerà del proprio corpo si riferirà anche alla sua protesi, poiché ormai è “parte di lei”. Un esempio analogo si può fare per casi inversi. Una persona che ha appena perso un arto, avrà per un certo periodo di tempo, quella che viene chiamata “sindrome dell’arto fantasma”. Ciò avviene poiché questa persona “sente” la propria immagine corporea come completa di questo arto. Quando questa persona si riferirà alla parola corpo lo farà inconsciamente inglobando il suo arto. seppur questo non è fisicamente presente. Il corpo è dunque un’immagine “mentale”, un olone frutto di un processo di abitudine e di consolidamento dello schema corporeo;
    mente/anima: con questi due termini si ci riferisce ad uno stesso olone che si caratterizza come mente in contesti più scientifici e come anima in contesti più popolari o spirituali. La mente/anima è l’insieme olistico del “vissuto” (in senso astratto) della coscienza trascendentale. In esso affluiscono infatti tutti gli input provenienti dalle altre strutture ontologiche compresi i qualia della coscienza fenomenica. Da un certo punto di vista, possiamo vedere la stessa coscienza fenomenica come “incassata” all’interno della coscienza trascendentale. La coscienza trascendentale coglie infatti la strutturazione percettiva primaria derivante dal processo 1, struttura che diviene lo sfondo in cui i vari qualia dell’esperienza vi si inseriscono. Si noti inoltre che con il termine mente/anima ci si riferisce spesso anche all’insieme delle attività inconsce, attività che, pur non passando dalla coscienza fenomenica, convergono in un “centro cognitivo” che è appunto la coscienza trascendentale. Va infine precisato che, soprattutto il termine anima, viene a volta usata come alternativa alla parola spirito. Credo fortemente che questa assimilazione lessicale delle parole spirito e anima sia una specie di “licenza poetica” che ci si accorda, data l’estrema ambiguità e astrattezza di questi due termini. Detto questo, ribadisco che, quasi in tutti i contesti, la parola anima è assimilabile semanticamente alla parola mente, ma non alla parola spirito;
    spirito: è un sinonimo di ciò che abbiamo chiamato coscienza intima. Esso è inteso come il nucleo che rimane togliendo qualsiasi altra “sovrastruttura”. Si ricordi che la coscienza intima è infatti l’ultima, tra tutte le strutture ontologiche, che si può sperimentare in prima persona; oltre ad essa non vi sono strutture in cui possiamo “immergerci”. Ai nostri occhi essa diviene dunque il principio primo, la fiamma divina uguale in tutti gli esseri umani che sopravvive a noi poiché, anche morendo metaforicamente come persone, come ego o addirittura come autocoscienze preriflessive, la coscienza intima rimane intatta.

    Lupo Stefano

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    Narc.iso

    Narciso non è mai morto. Egli ha cambiato forma divenendo sempre più raffinato e irresistibile. È divenuto un programma invisibile, un file informatico: narc.iso. State attenti, o uomini, perché presto annegherete negli specchi neri dei vostri schermi tanto funzionali quanto inutili e schiavizzanti. Solo l’Arte può liberarci da questa catena soffocante. Diveniamo dunque Arte, insieme.

    The day in which the man contradicted himself

    Our perception is based on duality: something is or isn’t. Aristotle named this logical principle “principle of non-contradiction” and we humans have put it as the foundation for our building of knowledge. We shiver, then, because the duality, as we logically conceive it, has come to its extinction. A short juvenile essay written for a contest of the Scuola Normale Superiore of Pisa that gives a sparkle of light on a scientific theory on the concept of “soul”.

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    The thought from the road

    A reflection on the nature of evil

    Sull’identità personale

    Chi sono realmente? Qual è l’essenza che mi caratterizza e mi distingue dagli altri? Dall’arcaico “Conosci te stesso” quest’ossessione per l’identità personale non è mai venuta meno. Oggi, con secolari studi alle nostre spalle, possiamo forse dare qualche risposta a riguardo; ciò non solo al caso dell’identità personale ma dell’essenza dell’essere umano in generale.

    Jesus: the first modern coach in the history of mankind

    The figure of the coach seems to have become a trend, but where does it arise from? What are the parallelisms with the Socratic method? And again: is there any connection between Socrates and Jesus? Did the last one really exist?

    Serenità

    Alla ricerca della serenità..

    Le Avanguardie

    Il Novecento può dirsi il secolo delle avanguardie – nel senso che da esse derivano i tratti che meglio caratterizzano il percorso della contemporaneità.

    Sul nichilismo ontologico

    Sul nichilismo ontologico

    Sul nichilismo ontologico

    "La nuova rivoluzione di pensiero"
    Una pubblicazione di Lupo Stefano

    Italia, 15 maggio 2020

    Sommario

    1 – Introduzione

    2 – Le possibilità ontologiche

    • Riduzionismo VS anti-riduzionismo
    • Conoscibilità VS non conoscibilità metafisica

    3 – Il perpetuo errore

    • Genealogia dell’errore
    • Il nichilismo ontologico ingenuo
    • Precedenti storici

    4 – Il nichilismo ontologico

    • Nucleo
    • Parametri

    5 – Note conclusive

    6- Due storie zen

       

      1 – Introduzione

      Con questo scritto ci avventuriamo nella metafisica e nell’ontologia, due branche della filosofia difficilmente limitabili all’interno di un’area ben specifica del sapere. La parola metafisica deriva dal greco “tà metà tà physiká” che significa “trattazioni successive a quelle sulla natura” dato che il primo ad utilizzare questo termine, Aristotele, inserì un capitolo sui fondamenti primi della realtà subito dopo la sua trattazione sulla natura. La metafisica non è una disciplina “morta” con l’avvento della fisica, ma è il suo genitore e tutore. La fisica in sé tratta infatti il riduzionismo dei fenomeni naturali a leggi matematiche, nulla di più. Tuttavia, la limitazione solo a questo ambito sarebbe nociva alla ricerca del sapere che da millenni guida la curiosità umana. La teoria del big bang, il modello quantistico della materia, il materialismo, il meccanicismo, sono tutte nozioni di metafisica (e in qualche caso di ontologia), non di fisica. In effetti, si può affermare che gran parte di quella che viene chiamata “fisica teorica” contiene in sé un incorniciamento metafisico. Dato però che tutto ciò viene difficilmente ribadito dagli scritti divulgativi scientifici, spesso si crede che quelli sopra esposti siano concetti di “fisica” e che la metafisica non sia più attuale. Fisica e metafisica devono però comunicare tra di loro. Se la metafisica propone una teoria, la fisica deve generare degli esperimenti per verificarne la possibile validità scientifica (tenendo sempre a mente che, anche se non vi esistessero delle evidenze scientifiche, ciò non comprometterebbe la validità delle teorie metafisiche); analogamente, la metafisica deve venir ispirata dai risultati degli esperimenti della fisica.

      Il termine ontologia, in greco “ontos-logia”, significa “discorso sull’essere” e tratta 2 concetti fondamentali: l’essenza e l’esistenza. Ovviamente sotto alcune tematiche di ricerca, come quella qui presentata, il confine tra metafisica ed ontologia è parecchio sottile e formale.

      Passiamo al significato della denominazione “nichilismo ontologico”, esso ha due particolari prospettive:
      1. afferma la non esistenza (nichilismo) di essenze prime assolute (ontos);
      2. afferma come unica essenza metafisica (ontos) il nulla (nihil).

      L’ambivalenza è valuta e puramente logico-formale, poiché in realtà le due prospettive non si escludono a vicenda, ma concorrono a definire il nichilismo ontologico. Per delinearlo al meglio, possiamo dividere il concetto di “nichilismo ontologico” in alcuni semplici argomenti:
      ● non esiste alcuna cosa in sé (essenza) precedente l’esistenza;
      ● è esistente tutto ciò che possiede una coscienza di tipo 0 (C0);
      ● l’esistente fonda le essenze e gli enti astratti;
      ● le essenze e gli enti astratti permangono finché possono essere richiamati da una coscienza d’accesso;
      ● nell’universo vige il protopanpsichismo.


      Nel corso della seguente pubblicazione sarà mio compito presentare le possibili critiche e le difese a questa posizione, partendo dalle possibilità che abbiamo riguardo alle posizioni assumibili nell’ontologia fino a presentare cosa comporterebbe, in pratica, l’abbracciare il nichilismo ontologico.

      2 – Le possibilità ontologiche

      • Riduzionismo VS anti-riduzionismo

      Riguardo l’esistenza di elementi primi irriducibili alla base di tutto l’universo si possono avere varie posizioni:

      ● si può anzitutto scegliere se abbracciare un riduzionismo o un anti-riduzionismo ontologico:


      1. il riduzionismo afferma che, in ultima analisi, tutto è riducibile in un qualche elemento primo a sua volta irriducibile (atomi, quanti, stringhe, monadi ecc.). In realtà, ad esistere sono soltanto questi elementi primi, poiché tutto il resto è una “composizione” di essi. Ad esempio la teoria delle stringhe afferma che gli elementi metafisici costituenti tutta la realtà sono delle diverse vibrazioni (le stringhe, per l’appunto). Quest’ultime, unendosi, formerebbero gli atomi che, aggregandosi, formerebbero le molecole, poi le cellule, poi i tessuti, poi gli organi, poi un corpo. Ovviamente questa “costruzione” può fermarsi ad uno qualsiasi di questi stadi. In questa maniera i pianeti sono solo aggregati di atomi differenti, ma questi ultimi non continuano l’aggregazione nel formare, ad esempio, delle cellule. Come per ogni riduzionismo, il problema chiave rimane la riduzione di un “livello di esistente” ad un altro sottostante. Così, la psicologia andrebbe ridotta alla fisiologia, quest’ultima alla biologia, poi alla chimica, infine alla fisica. Occorre però tener ben presente che ad ogni “livello di esistente” ci sono delle proprietà emergenti che sono peculiari e che, secondo il riduzionismo, occorre anche di esse dare una spiegazione in termini riduzionistici;


      2. l’anti-riduzionismo afferma invece l’opposto, cioè che ogni “livello di esistente” non è riducibile in toto al suo “livello” sottostante. Insomma, esisterebbero la biologia, la chimica e la fisica senza però che, in ultima analisi, nessuna disciplina sia completamente riducibile a quella “più fondamentale”. Uno degli argomenti maggiormente a favore di una posizione anti-riduzionista è proprio la constatazione della non riducibilità delle proprietà emergenti agli elementi “più fondamentali” (qualunque essi siano). Si noti che, sia il concetto di “livello di esistente” che quello di “elementi più fondamentali”, si basano sul processo di ingrandimento. Ingrandendo il DNA si può notare come esso sia costituito da molecole e, ingrandendo queste ultime, notiamo come esse siano costituite da atomi e così via. Si noti che questo “processo di ingrandimento” è di per sé problematico, poiché non esiste un unico strumento universale in grado di ingrandire la realtà macroscopica fino ad intravederne le stringhe (o qualsiasi altro elemento “fondamentale”). L’unica vera differenza tra riduzionismo e anti-riduzionismo è che, per il primo, l’universo è stato “creato” solo con gli elementi primi e che tutte le proprietà emergenti e i “livelli di esistente” siano stati una conseguenza meccanica derivante da questi elementi primi, mentre per l’anti-riduzionismo, nell’universo oltre la “materia prima” (atomi, stringhe ecc.) sono state introdotte le regole per la strutturazione delle proprietà emergenti. Si noti che l’anti-riduzionismo non introduce alcun elemento “mistico” nelle proprietà emergenti, esso sottolinea soltanto la non riducibilità degli stessi. Tutto ciò invece tanto spaventa i riduzionisti, poiché questo anti-riduzionismo delle proprietà emergenti indebolirebbe gli argomenti a favore del meccanicismo.
      Valutando queste due opzioni reputo che, oggigiorno, ad abbracciare il riduzionismo siano o coloro che non hanno ben compreso l’affermazione chiave dell’anti-riduzionismo (la non riducibilità delle proprietà emergenti), oppure gli scientisti accaniti che, quasi dogmaticamente, non riescono a contemplare l’idea dell’esistenza di strutture non riducibili ad elementi costitutivi. Infine, si noti che naturalismo e anti-riduzionismo non sono incompatibili. Si può benissimo credere nel naturalismo e al contempo in una visione anti-riduzionista dell’universo;

      • Conoscibilità VS non conoscibilità metafisica


      ● abbracciando l‘anti-riduzionismo si può scegliere se optare per la conoscibilità degli enti primi o per la loro inconoscibilità (ciò non può avvenire se si abbraccia il riduzionismo, poiché è proprio il concetto di riduzione che sottintende la conoscibilità degli elementi costitutivi):


      1. la conoscibilità degli enti primi ci porta ad una posizione come quella di Schopenhauer. Per il filosofo di Danzica infatti la volontà è alla base della rappresentazione e possiamo giungere alla conoscenza della prima proprio perché essa si riflette nel piano della rappresentazione. Ritengo questa posizione altamente contraddittoria, poiché si arriva ad un principio primo quasi per “miracolosa deduzione” a partire dal piano della rappresentazione. Allo stesso modo con cui Schopenhauer ha selezionato la volontà alla base del mondo come rappresentazione, chiunque altro potrebbe selezionare un altro aspetto della realtà. Si potrebbe supporre, come fa Eraclito, che alla base del tutto vi è il conflitto e che sia esso a fondare la volontà (e non viceversa come dice Schopenhauer). Insomma: conoscibilità e anti-riduzionismo non vanno molto d’accordo a causa della profonda soggettività nella scelta di questo elemento primo;


      2. la non conoscibilità degli enti primi ci porta ad una posizione come quella kantiana. Kant afferma la distinzione tra fenomeno e noumeno proprio in base alla conoscibilità di queste due sfere. Il noumeno fonda il fenomeno, ma noi esseri umani possiamo conoscere solo il fenomeno e non il noumeno.
      Rispetto questa posizione, poiché riconosce i propri limiti e li mantiene pienamente senza alcuna presunzione a priori di sapere (cosa che avviene invece per i riduzionisti);

      Esiste tuttavia un’altra posizione all’interno del anti-riduzionismo, una posizione che trascende il dualismo conoscibilità/non conoscibilità degli enti primi: il nichilismo. Il nichilismo infatti, affermando che non esiste alcuna essenza alla base dell’esistenza, non solo sfata qualsiasi tipologia di riduzionismo, ma bypassa la sua conoscibilità, poiché l’essenza non esiste (almeno non antecedentemente all’esistenza).
      Ma perché finora non si è mai sentita l’esigenza di teorizzare un nichilismo ontologico? Perché non esistono precedenti nel pensiero filosofico? Credo che la risposta a queste domande risieda nella profonda interiorità della psiche umana che adesso ci apprestiamo ad analizzare.

      “La realtà è una semplice illusione, sebbene molto persistente.”

      Albert Einstein

      3 – Il perpetuo errore

      Fra tutti i pensatori che hanno elaborato un modello ontologico, il modello kantiano è quello maggiormente apprezzato dal sottoscritto. Eppure, Kant stesso compie il “perpetuo errore” di assumere l’esistenza di una “cosa in sé” al di fuori della nostra conoscibilità (il noumeno) che a sua volta genera il mondo che conosciamo (il fenomeno). Questa intuizione è in realtà presente nel pensiero filosofico umano praticamente da sempre. Secondo essa, esistono separatamente un “mondo” e un essere umano che lo contempla. Già Talete stesso (uno dei primi filosofi occidentali), cercando di indagare il principio metafisico della realtà, assume implicitamente che questa realtà esista indipendentemente da noi. Ripensiamo per un attimo alla spiegazione scientifica di come facciamo a vedere un oggetto (ad esempio una sfera) che abbiamo davanti agli occhi. L’ottica, la branca della fisica che si occupa dei fenomeni legati al senso della vista, spiegherebbe tale situazione più o meno in questi termini: esisti tu, l’oggetto (la sfera) e poi la luce; quest’ultima, rimbalzando sulla sfera, arriva ai tuoi occhi e il cervello trasforma queste informazioni nella vista della sfera stessa. Eppure, anche questo modello presuppone l’esistenza, indipendente da noi, sia della luce che della sfera. Insomma, dall’antichità fino ai giorni nostri, qualsiasi assunzione di qualunque fatto circa il mondo, presuppone che questo mondo esista al di fuori e indipendentemente da noi. È ovviamente da questo pregiudizio che è nata l’indagine metafisica della realtà poiché, se quest’ultima esiste “lì fuori” (nel mondo) deve pur esserci un qualcosa di comune che la genera. Il nichilismo ontologico effettivamente non nega l’esistenza di essenze o di principi primi; semplicemente li subordina all’esistenza di una coscienza di tipo 0 (C0). Ma perché abbiamo questo diffuso pregiudizio di un’essenza che, non solo è indipendente dall’esistenza, ma che addirittura la genera? Alcuni dicono “siamo fatti di atomi”, altri “siamo fatti di stringhe”, altri ancora (i più poetici) affermano “siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatte le stelle” (cioè degli elementi chimici che provengono da esse). E se invece avesse ragione Shakespeare secondo cui “siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni”, cioè del nulla? Si noti però che quest’ipotesi è altamente destabilizzante a livello psicologico.

      • Genealogia dell’errore

      Quando da bambini scopriamo di non poter controllare tutto (di non poter ad esempio giocare dalla mattina alla sera) attribuiamo questa conseguenza al volere dei genitori, ma poi, crescendo, quando ci accorgiamo che esistono fenomeni che addirittura nessun uomo può controllare (come ad esempio il muoversi dei pianeti) iniziamo a costituirci un’idea di una qualche divinità che controlli tutto ciò o di “leggi di natura” che si sono autogenerate (o addirittura di una divinità che ha generato delle leggi di natura). Il fatto che non tutto vada secondo il nostro volere ci fa presupporre intuitivamente l’esistenza di un potere esterno al nostro volere. Ritornando all’esempio della nostra osservazione della sfera: esiste la sfera davanti a noi che rimane un oggetto non riducibile al nostro volere; noi non possiamo farla sparire, non possiamo spingerla telepaticamente e dunque essa deve avere una qualche consistenza, un qualche potere che, in ultima analisi, attribuiamo ad un volere più ampio che chiamiamo genericamente “natura” (si noti la profonda correlazione psicologico-linguistica tra la parola “volere” e la parola “potere” in questo processo descritto).

      • Il nichilismo ontologico ingenuo

      Immaginiamo di accettare il nichilismo ontologico. La sfera dunque non esiste se non in funzione ad una C0 che la sperimenti. Immaginiamo che gli esseri umani siano gli unici enti ad avere questa coscienza di tipo 0 (C0). L’estinzione della razza umana porterebbe dunque all’annichilimento dell’intero universo. Quando io esco di casa e al suo interno non vi è più nessuno, allora l’arredamento interno della casa, in quanto non è più osservato da nessuno, smette di esistere. Se tutta l’umanità si addormentasse nello stesso istante, l’universo non esisterebbe e ricomparirebbe “a frammenti” man mano che le persone si risveglierebbero. Ovviamente si noti che tutte queste descrizioni hanno un qualcosa di folle, di in-credibile nel vero senso del termine. Eppure, queste sarebbero le conseguenze dell’accettare una forma ingenua di nichilismo ontologico. Credo che siano stati questi due elementi a non aver fatto mai affermare il nichilismo ontologico: la grande intuitività dell’esistenza di una “natura” e l’immensa controintuitività di un nichilismo ontologico ingenuo.
      Ovviamente, il nichilismo ontologico che propongo in questo scritto non fa miracolosamente “sparire” l’universo contemporaneamente all’estinzione dell’uomo (perché ammette un protopanpsichismo), così come non fa sparire il mobilio interno della casa se non vi è nessuno che l’osserva (perché esso rimane richiamabile ad una coscienza d’accesso).

      • Precedenti storici

      Si noti che non è strettamente vera l’affermazione che ho precedentemente fatto circa il dato che mai nessuno, nella storia del pensiero umano, ha elaborato una qualche forma di nichilismo ontologico. Si pensi ad alcune affermazioni nate in seguito a degli esperimenti di fisica moderna (come ad esempio nell’esperimento della doppia fenditura di Young) come la seguente: “L’osservatore modifica il risultato dell’esperimento mostrandoci talvolta l’onda e talvolta la particella”. Una tale affermazione racchiude l’idea che l’osservatore, in quanto esistente, intervenga nel mostrarci l’onda o la particella. Da tutto ciò, pur di continuare ad affermare l’esistenza di un qualcosa di indipendente dall’osservatore, è nato il concetto di dualismo particella-onda. Allo stesso modo il film Matrix ci mostra un universo simulato la cui base metafisica è un codice informatico. Eppure, questo codice, l’essenza dell’universo simulato, risulta essere il frutto di un’esistente (i creatori del programma di simulazione). Alla stessa maniera, la letteratura intorno all’argomento della “mente estesa” sembra sempre di più dichiarare una decentralizzazione della mente umana; questo fenomeno potrebbe arrivare ad una “diluizione” della mente dell’uomo all’interno del mondo, affermando che sia la mente stessa a generare il mondo (altra dichiarazione che presuppone il nichilismo ontologico).
      In realtà negli ultimi anni sono molti gli elementi che concorrono all’idea rivoluzionaria di un nichilismo ontologico, mi sento dunque obbligato a cercare di delinearne una versione che sia accettabile a livello formale e che permetta il compiersi di questa rivoluzione epistemologica che mina a soppiantare un pregiudizio insinuato nelle profondità della mente umana. Vediamo adesso, punto per punto, le assunzioni della versione di nichilismo ontologico che propongo.

      Scopri cosa ne pensa il nostro filosofo dell'Innovazione

      Fallimento, Istruzione ed Educazione

      di Shanti Curcio | Filosofo dell'Innovazione

      4 – Il nichilismo ontologico

      • Nucleo

      “Non esiste alcuna cosa in sé (essenza) precedente all’esistenza.”

      A fondamento della realtà non esistono ontologicamente essenze come atomi, quanti, stringhe, monadi ecc.; esse sono modelli con caratteristiche precise. Il concetto di essenza si basa infatti su un modello che sottostà alle seguenti caratteristiche:
      1. esistono un numero finito di tipi di essenze che sono tra di loro identiche qualitativamente;
      2. sono eterne;
      3. si distribuiscono uniformemente nell’universo;
      4. aggregandosi, formano pian piano la realtà macroscopica.

      Infatti, secondo il modello atomico esistono, ad esempio, atomi di carbonio indistinguibili che hanno tutti le stesse caratteristiche In realtà questo modello si è espanso includendo le differenziazioni dovute agli isotopi, ma le caratteristiche che prima erano di tutti gli atomi di carbonio slittano ai suoi singoli isotopi. Così tutti gli atomi di Carbonio 14 sono, a patto che abbiano una neutralità elettronica, identici. In realtà, la mente umana elabora numerosi modelli, alcuni dei quali identifichiamo come essenze. Si noti che il termine essenza a volte viene usato in senso lato per modelli che non seguono le caratteristiche delle essenze su esposte; a tal proposito si parla ad esempio di “essenza umana” anche se dovremmo parlare più propriamente di “modello umano”. In realtà, per il nichilismo ontologico, si può affermare che effettivamente esista un’essenza dell’universo e che questa sia il “nulla”. Ma cos’è questo “nulla”?
      Non dobbiamo immaginarci il nulla come l’universo svuotato da tutto; il nulla non è definibile in termini di negazione. Anzi, esso equivale al concetto kantiano di dio in quanto totalità delle totalità. Il nulla è infatti formato caoticamente da tutte le informazioni possibili. Immaginiamo il nulla come un mare nella cui acqua scorrono le informazioni. Ovviamente con il termine “informazione” mi riferisco ad un ente ben preciso che chi volesse approfondire può trovarlo delineato nell’articolo di Claude Shannon dal titolo “Una teoria matematica della comunicazione”.

      • Parametri

      “è esistente tutto ciò che possiede una coscienza di tipo 0 (C0).”
      Così come non possiamo egoisticamente far dipendere l’universo dalla nostra esistenza, allo stesso modo non possiamo pensare ad un universo indipendente da qualsiasi esistente. Dobbiamo dunque selezionare una forma minima di esistente che ha la capacità di fondare le essenze. Ho individuato come ottimo candidato a questo ruolo la coscienza di tipo 0 (C0) che in altri scritti ho chiamato anche autoaffezione immediata o coscienza non tematica di sé, essa è una primitiva relazione immediata a sé stessi. Reputo che non sia solo l’uomo ad avere una C0. L’albero stesso, in quanto ente unitario deve avere una qualche forma di C0. Ciò significa che esso deve allora avere un qualche sistema di “selezione delle informazioni dal nulla” in modo da poter rappresentarsi una qualche forma di realtà. Dobbiamo allora affermare che anche l’albero fonda delle essenze e che l’esistenza stessa dell’universo dipenda anche da esso. Si noti che con il termine “universo” mi riferisco alla “totalità” degli enti.

      “l’esistente fonda le essenze e gli enti astratti.”
      Affermare che le essenze non esistono sarebbe parecchio controintuivo. Possiamo però inserire il concetto di essenza all’interno di un quadro esistenzialista affinché esso abbia un certo valore. In questo quadro è l’esistente a fondare le essenze. Un albero fonderà delle essenze coerenti con i modelli strutturali che impone il suo grado di coscienza allo stesso modo con cui lo farà un essere umano. L’uomo incarnato è dotato di sensi e di un insieme di sistemi strutturali in grado di fargli percepire una data realtà. Gli stessi “qualia” possono essere definiti come delle essenze che sono fondate dalla coscienza fenomenica. Noi vediamo il rosso non perché esso esiste “nel mondo”, ma perché il nostro sistema percettivo seleziona le informazioni dal nulla e li converte in maniera da fondare il rosso. Si noti che ovviamente è l’uomo in quanto esistente a fondare il rosso in quanto essenza (tutto coerentemente con il nichilismo ontologico). Non dovremmo dunque dire che esiste una sfera che noi percepiamo “nel mondo”, anzi è il nostro sistema percettivo che ci fa separare quell’oggetto che chiamiamo sfera da quello che consideriamo lo sfondo. Ma questa sfera particolare che ovviamente non è un’essenza, deve pur essere formata da qualcosa. Se vogliamo essere minuziosi possiamo applicare quel procedimento di “ingrandimento” fino ad arrivare a quella che vogliamo considerare un’essenza prima. Ma non dobbiamo mai affermare che la sfera è costituita da questa essenza prima. Gli atomi e la sfera son due cose separate entrambe frutto della nostra selezione percettiva delle informazioni e della selezione degli strumenti che utilizziamo per farci da tramite con il nulla. Siamo noi a fondare gli atomi, non solo concettualmente o linguisticamente, ma proprio a livello ontologico. Ad esistere vi è solo l’immenso mare del nulla in cui scorrono le informazioni in maniera caotica. Siamo noi a “scegliere” cosa estrapolare, siamo noi a fondare le essenze. Dobbiamo infine precisare che quando scrivo “noi” intendo “noi uomini incarnati con il nostro sistema percettivo, cognitivo ecc.”. Insomma, non è che la mia ferrea volontà di far comparire dal nulla milioni di euro faccia sì che questo accada, anzi è proprio il mio stesso “io” ad essere stato fondato dall’esistenza del mio corpo e dei suoi “sistemi funzionali”. Senza il mio corpo non potrei avere un’autocoscienza, sono dunque io stesso la prima essenza che viene fondata dalla mia esistenza incarnata. Allo stesso modo, quando scrivo la parola “scelta” non la intendo come un “atto libero”, ma come ciò che il nostro corpo esistente estrapola tramite i filtri strutturali dei suoi sistemi funzionali. Non scelgo liberamente di fondare il rosso come essenza. Sono i miei sistemi percettivi e la mia coscienza fenomenica a fare tutto ciò. La fondazione delle essenze avviene dunque per lo più a livello inconscio. Come dobbiamo considerare dunque tutti quegli enti che non hanno una C0 e che non sono delle essenze? Essi sono degli enti astratti. Questi non possono infatti venir definiti come enti, in quanto non hanno una C0, e non possono nemmeno essere definite come essenze, in quanto non fondano altri “livelli ontologici”. Essi sono degli enti di tipo astratto che dipendono interamente dagli esistenti. Una sfera non esisterebbe se essa non ricevesse la nominalizzazione e il riconoscimento da parte di un osservatore. Si noti che ovviamente ogni specie fonda dei differenti enti astratti. Per la rana, la mosca smette di esistere nel momento in cui quest’ultima smette di muoversi. La rana infatti percepisce la mosca soltanto se essa è in movimento. Per la rana, solo se la mosca è in movimento essa è accessibile come un ente nel proprio campo visivo. Quella stessa rana, proprio perché ha dei differenti sistemi funzionali, fonderà degli enti astratti che noi non discerniamo.
      Possiamo per lo più considerare le essenze come una sottocategoria degli enti astratti. In tal caso il principio diverrebbe il seguente: “l’esistente fonda gli enti astratti (tra cui le essenze)”.

      “Le essenze e gli enti astratti permangono finché possono essere richiamati da una coscienza d’accesso.”
      Dunque se smettiamo di credere al modello atomico, gli atomi smettono di essere delle essenze? Assolutamente no. Fintanto che si studiano gli atomi nei libri di scuola essi saranno le essenze alla base della realtà per molte giovani menti. Non importano le scoperte scientifiche, non importano le scoperte filosofiche: finché un’essenza può essere richiamata alla memoria, essa rimarrà un’essenza. Al massimo bypasseremo questo problema attraverso una narrazione del tipo: “Prima si credeva che esistessero solo gli atomi, ma poi…”, ma non potremmo mai affermare che gli atomi non sono essenze. Si noti che questo punto è strettamente correlato a quell’ambito della filosofia del linguaggio che verte a studiare le cosiddette verità di significato e le verità di fatto. Insomma, la frase “Gli atomi sono l’essenza dell’universo” sarà vera finché esisterà qualcuno che percepirà, coscientemente o no, gli atomi come essenza dell’universo. Tutto ciò non è controintuitivo se pensiamo che le essenze sono una sottocategoria degli enti astratti. Allo stesso modo, quando esco di casa, è inutile prendere una posizione agnostica di fronte alla domanda “I tuoi mobili continuano ad esistere indipendentemente da te?”, la risposta deve essere positiva. I mobili esistono perché, a patto che non siano capitati furti o altri eventi insoliti, essi sono accessibili alla mia coscienza d’accesso. Le informazioni a cui la coscienza d’accesso accede sono lì, nella mia “mente” in seguito ad un processo di abitudine. A furia di vedere i mobili in quel luogo specifico di casa mia, essi anche in mia assenza rimangono lì immaginativamente. Questo non significa che il mobilio esista indipendentemente da me, né che esso “ricompaia” magicamente ogni volta che lo osservo; il significato di ciò è uno solo: l’esistenza si configura come una proprietà degli enti astratti che deriva dall’abitudine e dalla convenzione linguistica degli esistenti che li fondano. Sono io in quanto ente con una C0 a fondare il mio mobilio e a donargli, nominalizzandolo, la proprietà di esistente. Tale proprietà è un’etichetta che poniamo sugli enti astratti, nulla di profondamente ontologico. Il mobilio, se non esiste nessun osservatore umano che ce l’ha accessibile alla coscienza d’accesso, semplicemente non esiste.

      “nell’universo vige il protopanpsichismo.”
      Definiamo intanto cosa sia il protopanpsichismo. Il protopanpsichismo (detto anche panprotopsichismo o panesperenzialismo) afferma che una qualche forma di coscienza è presente in tutto l’universo secondo gradualità differenti. Non occorre confondere il protopanpsichismo con altre sue varianti più famose come:

      1. il panpsichismo: chiamato anche ilozoismo, afferma che tutto nell’universo è “animato”. Per esso fenomeni psichici e fisici emergono da una realtà che è sia fisica che psichica;
      2. il monismo neutro: afferma che fenomeni psichici e fisici emergano entrambe da una realtà neutra.

      Per il protopanpsichismo non ha senso parlare di una realtà terza da cui fenomeni psichici e fisici emergano. All’interno del fisico, infatti vi è presente uno psichico secondo gradualità differenti. Ovviamente non dobbiamo confondere il termine psichico con qualcosa di “mistico” o di nettamente separato dal fisico. Lo psichico è una proprietà strutturale che emerge dal fisico. Proprietà che è tanto più complessa quanto più lo è il sistema elaborativo fisico. Perfino il granello più piccolo di polvere deve avere una qualche forma di “psiche”. Non conosciamo ancora il livello necessario affinché una proprietà psichica si articoli in una C0, ma può essere svolto un programma di ricerca a tal proposito. Può dunque essere che anche il granello di polvere cooperi alla fondazione di essenze, così come può essere che vi sia un limite netto tra chi ha una C0 e chi non ce l’ha. La stessa candidatura della C0 come base per la descrizione di un esistente può essere messa in discussione. Credo tuttavia che ci siano delle forti evidenze empiriche che la classificazione “organico-inorganico” sia equivalente alla classificazione “presenza di una C0-assenza di una C0”.
      Questo scritto non vuole però essere un’esauriente, coerente e incontrovertibile presentazione di una forma definitiva di nichilismo ontologico. Vuole invece essere una sua prima bozza che serva da spunto per un programma di ricerca in questa direzione. Credo che oggigiorno il terreno sia fertile per una nuova rivoluzione del pensiero che segua quella già avvenuta all’epoca di Kant. La fisica quantistica, le scienze cognitive, il modello informazionale: abbiamo tanti spunti che concorrono ad una nuova visione ontologico-metafisica della realtà.
      Il nichilismo ontologico non toccherà le scienze in quanto tali, né le teorie filosofiche, ma inserirà tutto ciò in un nuovo quadro epistemologico che sicuramente sarà in grado di ispirarci nuove direzioni di ricerca e nuove scoperte che fino ad ora ci sono precluse.

      La realtà esiste nella mente umana e non altrove.

      George Orwell

      5 – Note conclusive

      Terminiamo infine questo scritto con una serie di note riguardo alla posizione di nichilismo ontologico esposta:

      ● non tutti gli argomenti esposti hanno uguale importanza nella delineazione del nichilismo ontologico. Esiste infatti un nucleo concettuale centrale che imposta univocamente il nichilismo ontologico e ci sono poi delle variabili che lo delineano in maniera più specifica. Il nucleo centrale è la negazione di essenze prime che fondano tutto l’esistente e l’affermazione che è l’esistente a fondare il “tutto”. La suddivisione di questo “tutto” in enti astratti ed essenze è già uno dei primi parametri del nichilismo ontologico. I parametri possono essere modificati in seguito a teorie più coerenti o a scoperte di qualche genere senza che ciò comporti l’esclusione di un nichilismo ontologico. Cambiando invece il nucleo si otterrà qualcosa di diverso dal nichilismo ontologico. Altri parametri che ho introdotto sono l’esistente come caratterizzato dalla C0 e il protopanpsichismo. Anche questi, in quanto parametri, andranno definiti ulteriormente con la possibilità di abbandonarli del tutto se non rispetteranno una certa coerenza con ciò che sperimentiamo empiricamente.

      ● Possiamo affermare che, in quanto esistenti, siamo centri di aggregazione ontologica degli enti astratti e dunque dell’intero universo. È inutile fare affermazioni di carattere neuroscientifico come “siamo centri di aggregazione sensoriale”, poichè i sensi sono sì uno dei sistemi funzionali che permettono l’aggregazione ontologica, ma non sono gli unici; inoltre, in questa maniera, sembra mascherarsi la generazione del percepito da parte dell’esistente.

      ● L’aggregazione ontologica non avviene soltanto per mezzo di una costituzione passiva dovuta alle nostre strutture funzionali, ma è anche il frutto di una costruzione top-down dovuta a filtri emozionali-telici. Ad esempio l’aggregazione ontologica del rosso cambia di significato in base allo stato d’animo in cui ci troviamo. Allo stesso modo, in base ai nostri intenti, uno stesso oggetto può diventare più cose. È infatti l’utilizzo degli oggetti a determinare il loro significato di ente astratto. Una penna può dunque essere uno strumento artistico indispensabile per uno scrittore, così come può diventare una pericolosissima arma letale per un assassino professionista. Non esiste differenziazione tra ente astratto e significato associato. La penna è, agli occhi del primo, uno strumento artistico e, agli occhi del secondo, un’arma. Sono queste due persone esistenti a percepire, attraverso una costituzione strutturale, uno stesso ente astratto geometrico chiamato “penna” che si differenzia nella costruzione emozionale-telica. Le parole costituzione e costruzioni ovviamente non sono state scelte casualmente. Costituzione implica un processo bottom-up (dalle strutture funzionali al piano mentale) molto simile all’interno della stessa specie, costruzione indica invece un filtro finalistico più o meno volontario che si configura come top-down (dal piano mentale di “ordine superiore” al piano mentale di “ordine inferiore”).

      ● Nel quadro del nichilismo ontologico, le parole mondo, realtà e verità vanno ridefinite:

      o il mondo diventa l’insieme degli enti astratti privati del filtro emozionale-telico;
      o la realtà diventa un costrutto mentale che ingloba, oltre agli enti astratti, tutto il piano teorico di credenze di determinate essenze, di una morale, di un’ideologia ecc. La realtà diventa la controparte soggettiva del mondo;
      o la verità viene a configurarsi paradossalmente come al nulla stesso. Solo il nulla è vero, ma poiché nel nulla vi è il tutto, ad essere vero diventa qualsiasi cosa, poiché tutto è inglobato nel nulla. In questo senso, non esistono gradi di verità, solo prospettive differenti. Tutto è ugualmente vero, poiché tutto è nel nulla.

      ● Il protopanpsichismo non è una teoria ad-hoc che s’intreccia al nichilismo ontologico per dargli maggiore credibilità. Il nichilismo ontologico sarebbe logicamente affermabile indipendentemente dall’effettiva concretezza del protopanpsichismo. Esso infatti non è nel nucleo della teoria, ma è una delle variabili. Si potrebbe sostituire ad esso un dualismo, un monismo neutro, un monismo anomalo, un panpsichismo o altro. Anche in questi casi occorrerà trovare un limite per delimitare cosa è esistente e una regola di permanenza degli enti astratti.

      ● Il motivo per cui associo una C0 (e dunque l’esistenza) agli esseri organici è che questi ultimi si autodistinguono da uno “sfondo” indipendentemente dalla nostra selezione percettiva. Non importa quali informazioni selezioniamo dal nulla, un albero mostrerà, a chiunque abbia un intelletto, una forma di finalità interna. Vi è una profonda differenziazione ontologica tra enti telici e non telici. Batteri, piante, animali sono tutti esseri organici che hanno un telos di conservazione della specie, enti come sassi o polvere non hanno alcun telos interno. L’albero, così come tutto ciò che contiene una C0, trascende la nostra nominalizzazione, il sasso no. Nell’universo esistono dunque esistenze e basta. Essenze e enti astratti derivano dalle esistenze.

      ● Cosa significa comporre il nichilismo ontologico al protopanpsichismo? Vuol dire che quando nominalizziamo qualcosa stiamo esteriorizzando una parte della nostra “coscienza”. A definire il termine di “coscienza” sarà proprio una teoresi metafisica basata sull’esperienza empirica fenomenologica. Per il momento accontentiamoci di concepire questa “coscienza” come una forma di energia che tratterò meglio in una nota successiva. Questa coscienza, nel momento di fondare enti astratti, dona ad essi una parte della propria energia per processo di “riflessione” (si pensi al giudizio riflettente kantiano). Tutto ciò che chiamiamo “mondo” diviene allora pieno, in gradi diversi, della propria energia. Questo significa protopanpsichismo + nichilismo ontologico.

      ● Si noti che concetti come acqua, aria o fuoco sono delle essenze allo stesso modo di modelli come atomi, quanti, monadi ecc.

      ● In questa prospettiva di nichilismo ontologico è interessante notare come ogni cosmologia presente nei miti, abbia più meno le stesse caratteristiche. All’origine vi è sempre un caos che diviene ordine. La psicanalisi junghiana è partita da ciò per sviluppare una teoria degli archetipi. In realtà, questi archetipi sarebbero una conseguenza delle strutture funzionali che fondano il “mondo”. In questo senso, il caos coinciderebbe con il nulla e l’ordine (cosmos) sarebbe l’emergere del “mondo” da parte di un esistente come centro di aggregazione ontologica. Ogni disciplina esistente andrebbe rapportata al nichilismo ontologica. Dovremmo capire perché selezioniamo certe informazioni e in che misura questa selezione cambia da uomo a uomo e da specie a specie.

      ● Il nichilismo ontologico non ha alcuna caratterizzazione pessimistica. Esso anzi dà il via ad un ricco insieme di considerazioni ottimistiche e ad una grande fiducia negli esistenti e nelle loro capacità.

      ● Il nichilismo ontologico apre le porte ad una serie di studi epistemologici molto al di là della sperimentazione scientifica. Fenomeni come l’entanglement quantistico potrebbe essere dovuti alla non località del piano informazionale. Il nulla infatti è esterno allo spazio-tempo (che sono invece caratteristiche degli esistenti). L’entanglement sarebbe dunque una prima dimostrazione dell’esistenza di un piano non locale che per ora facciamo coincidere con il nulla (in un futuro potremmo scoprire l’esistenza di più piani non locali oltre al nulla). Si aprono le porte alla possibilità di esistenti che noi non percepiamo o di esistenti che non percepiscono noi (come la mosca che “appare e scompare” nel mondo visivo della rana in base al movimento. Fenomeni che per ora vengono scartati perché pseudo-scientifici potrebbero divenire oggetti di studio. Le siddhi buddiste, la parapsicologia e i cosiddetti fenomeni paranormali potrebbero risultare delle discipline di studio perfettamente inseribili in un quadro epistemologico dovuto a questa ontologia. Il nichilismo ontologico infatti non delimita a priori la possibilità o meno di esistenza di una classe di fenomeni piuttosto che di un’altra. L’emergere delle informazioni e le specie esistenti possono assumere una qualsiasi forma. Piuttosto, a divenire basilare, sarebbe lo studio delle strutture funzionali. Di seguito alcuni esempi di domande che potrebbero scaturire da questi studi: perché una determinata specie seleziona un insieme di informazioni ben specifici e li ordina gerarchicamente in una forma? Può l’uomo agire sul piano del nulla modificando l’emergere di certi enti astratti ben oltre il semplice filtro emozionale-telico? Esistono metodi di comunicazione inter-specie (come ad esempio poter comprendere la maniera in cui un albero aggrega la sua realtà)? Come si può sfruttare un piano non locale come quello del nulla?

      ● Per evitare la controintuitività della non esistenza indipendente di quelli che abbiamo chiamato enti astratti possiamo cercare di ridefinirli in questo modo: gli enti astratti sono un’entelechia prima di nominalizzazione da parte di una determinata specie esistente. In questa maniera Il sasso assume più “solidità ontologica”, poiché qualsiasi uomo di qualsiasi lingua sarà portato inconsciamente a nominalizzare questa struttura informativa che in italiano chiamiamo “sasso”. In questa maniera si mostra ancora di più come la permanenza alla coscienza d’accesso diventa un prodotto necessario al processo di abitudine nel nominalizzare quelle entelechie prime che abbiamo definito enti astratti.

      ● Che dobbiamo dire degli enti che non mostrano ancora la loro differenziazione dagli enti astratti? Prendiamo l’esempio di un seme. In che misura esso è differente ontologicamente da un sasso? Anche in questo caso possiamo utilizzare il termine aristotelico di entelechia prima. Il seme non va considerato in quanto tale, ma in correlazione necessaria a ciò che potrebbe divenire. Il sasso non diverrà mai un essere organico con un fine interno, è per questo che esso è un ente astratto. Un seme, invece, ha già in sé il fine interno che si esteriorizzerà divenendo pianta. È per questo che semi e sassi sono oggetti ontologicamente diversi.

      ● Finora abbiamo trattato gli esistenti come dei “fantasmi dentro la macchina” (per citare Gilbert Ryle). Il corpo di un uomo è ente astratto quando esso è cadavere, ma in vita esso sembra abitato da una sorta di “anima”. Questo concetto è molto errato in quanto presuppone a priori un dualismo ontologico mente-corpo. Gli esistenti sono delle proprietà emergenti ontologiche che si sviluppano a partire dalla prima formazione di una C0. Quello che per noi è un mondo immutabilmente fisso per quanto riguarda specie esistenti ed enti astratti, è in realtà un mondo in continuo mutamente sul piano temporale. Basta sviluppare un sistema elaborativo abbastanza complesso per far emergere una C0 per divenire un esistente. Come questo avvenga è uno dei quesiti che la ricerca futura forse potrà risolvere. Nel nichilismo che ho proposto non esiste alcun dualismo mente-corpo. Esiste un profondo monismo che tiene conto dei fenomeni psichici e di quelli fisici, esiste un protopanpsichismo.

      ● Ho più volte usato il termine “coscienza” come se fosse un significato univocamente identificabile, in realtà la situazione non sta per nulla così. Con il termine “coscienza” ci riferiamo quotidianamente a innumerevoli campi semantici differenti; è per questo che ho sempre specificato a quale tipo di coscienza mi riferissi (coscienza d’accesso, coscienza fenomenica, coscienza di tipo 0), non ho tuttavia specificato a cosa mi riferisco quando uso il termine “coscienza” all’interno del contesto protopanpsichista e in che senso esso sia simile al concetto di “energia”. Ho affermato che tutti gli enti, anche quelli astratti, hanno un grado di “coscienza”. Ho anche spiegato come gli enti astratti abbiano questa “coscienza” sviluppando l’idea di un processo di dono di “energia” attraverso l’atto della nominalizzazione. Anche il termine “energia” non va confuso con qualcosa di mistico o di separato dal mondo fisico. L’energia è una capacità di compiere un qualcosa (in senso fisico è la capacità di compiere un lavoro), una capacità che emerge dal piano fisico. “Energia” è quindi un termine astratto, non ontologicamente concreto. Allo stesso modo si deve intendere il termine “coscienza” all’interno del protopanpsichismo. Essa non è la C0, essa è una nominalizzazione per un qualcosa che designa la capacità di agire attivamente nel mondo. Questa “coscienza”, come il termine “energia”, è un ente astratto. Così si capisce meglio come lo scambio di energia-coscienza sia possibile, poiché l’esistente, attraverso il processo di nominalizzazione, unifica sul piano mentale un ente astratto che possiede una propria capacità. Il sasso occupa una “parte” della nostra memoria, è lì, disponibile alla coscienza d’accesso. Sul piano mentale (che è un’astrazione di un insieme strutturale di proprietà emergenti dal piano fisico), il sasso ha una qualche capacità. Solitamente trasliamo queste capacità su un piano semiotico affermando che le parole ci possono influenzare. Questo è possibile perché queste parole hanno una capacità (che abbiamo chiamato “energia-coscienza”). Le parole non sono dunque separate dalle cose. Parola e ente astratto sono un tutt’uno.

      ● La dualità risiede, in senso minimo, a livello dell’informazione, non nel nulla. Il nulla è l’insieme indiscriminato di queste informazioni, esso è un “uno”. La dualità inizia a configurarsi sul piano informazionale per poi divenire sempre più macroscopica nelle strutture selezionate dagli esistenti. Perfino spazio e tempo divengono strutture a priori di gnoseologia dell’esperito, anzi possiamo affermare che noi esistenti aggreghiamo la realtà a partire da spazio e tempo proprio perché questa è la minima base esperienziale dualista. La dualità minima dell’informazione diventa, nella C0, spazio-tempo. Quando inciampiamo in un sasso non è perché esso esisteva lì “nel mondo” e noi abbiamo attraversato lo spazio e lo abbiamo preso con il piede. L’intera ambientazione è un macro-concetto astratto. L’albero non esiste lì nello spazio, siamo noi a collocarcelo (anche se l’albero esiste in sé in quanto dotato di una C0). Alla stessa maniera avviene per il sasso su cui inciampiamo. Tutte quelle che noi chiamiamo “leggi di natura” son leggi strutturali che noi esistenti umani costituiamo a partire da una dualità spazio-tempo. In questo senso si può davvero affermare che ciò che sperimentiamo sia, in ultima analisi, un’illusione ontologica (una “maya” direbbe qualcuno), un’illusione che però diventa concreta nella misura in cui noi siamo esistenti e tutti quelli nella nostra specie costituiscono le informazioni nella stessa identica maniera (poiché abbiamo simili sistemi funzionali).

      ● È l’esistente a fondare lo stesso piano informazionale. Nel nulla, infatti, tutto è “uno” e non vi è spazio per un dualismo, seppur minimo, che scaturirebbe già nel piano informazionale. L’esistente, seppur percepisce solo le strutture emergenti, fonda le informazioni nel momento di una selezione dal nulla. Un po’ spinozianamente dobbiamo concepire il nulla come non divisibile e come potenziale per tutte le informazioni che l’esistente fonda e struttura. Usando sempre la metafora della rete da pesca: nel mare del nulla, tutto è unico e non duale; è immergendo la rete da pesca (l’esistente) che si vengono ad aggregare informazioni le quali, non appena vengono estrapolate dal mare, prendono forma come enti astratti.

      ● Ci restano da analizzare due concetti che sono alla base del nichilismo ontologico:

      o struttura: si tratta di un termine prettamente semiotico che caratterizza la totalità di relazioni tra unità che cooperano nel generare un fenomeno emergente estraneo alle singole unità. Possiamo immaginarci la struttura come ad una rete da pesca. Essa si immerge in qualcosa da cui estrapola qualcos’altro;
      o sistema: è l’unità funzionale costituita da unità interagenti che contribuiscono ad una finalità comune.

      In questo senso si può capire meglio come i sistemi funzionali di una specie facciano da strutture per l’aggregazione ontologica della realtà.

      Niente è più reale del nulla.

      Samuel Beckett

      6 – Due storie zen

       La realtà

      Un dì, Svetaketu domandò al maestro:
      “Maestro, cos’è la realtà?”
      “Seguimi e te la mostrerò” rispose il saggio maestro.
      Svetaketu lo seguì fino al tavolo delle offerte e vide il maestro liberare il tavolo da ogni oggetto tranne che da un sasso. Allora il saggio disse:
      “Poniti di fronte al tavolo e prendi in mano il sasso, o Svetaketu”
      L’allievo fece come gli fu detto, allora il maestro chiese:
      “Svetaketu, dimmi: il sasso esiste?”
      “Così mi pare, maestro. Io lo vedo e lo tocco, esso dunque esiste”
      Il maestro, soddisfatto, chinò il capo; poi disse:
      “Posa il sasso sul tavolo, poi chiudi gli occhi e riprendi il sasso, o Svetaketu”
      L’allievo fece come gli fu detto: con gli occhi chiusi tastò il tavolo e prese in mano il sasso. Allora il maestro chiese:
      “Svetaketu, dimmi: il sasso esiste?”
      “Così mi pare, maestro. Io lo tocco, esso dunque esiste”
      Il maestro, soddisfatto, chinò il capo; poi disse:
      “Adesso poni le tue mani in questa acqua ghiacciata finché non sentirai più di averle. Poi torna al tavolo, chiudi gli occhi e riprendi in mano il sasso, o Svetaketu”
      L’allievo fece come gli fu detto: immerse le mani nell’acqua ghiacciata per un po’, tornò al tavolo e, con gli occhi chiusi, cercò invano di prendere il sasso. Allora il maestro chiese:
      “Svetaketu, dimmi: il sasso esiste?”
      “Ora non so, maestro. Non lo tocco, e non lo vedo, ma lo immagino davanti a me sul tavolo, dunque esiste”
      Il maestro, insoddisfatto, non chinò il capo; poi disse:
      “O Svetaketu, apri gli occhi”
      L’allievo fece ciò e vide che sul tavolo non vi era più alcun sasso. Poi il maestro aggiunse:
      “Non fidarti mai dell’immaginazione, o Svetaketu. Non è il sasso a sfuggire alla tua percezione, sei tu a smettere di generare il sasso. Ascolta bene: ciò che sperimenti è reale, perché sei tu a renderlo tale. Questa è la realtà: un nulla che rifiutiamo di accettare”

       Il sasso e il seme

      Un giorno, dopo la lezione del maestro, Svetaketu chiese:
      “Oh maestro, tu ci hai insegnato che sasso e seme non sono uguali, che l’uno è una nostra creazione e che l’altro non lo è, io però non riesco a vederne la differenza. Tutti e due li tocco, tutti e due spariscono alla vista se chiudo gli occhi, perché il seme non è una mia creazione?”
      Allora il maestro rispose:
      “Non con fretta scoprirai questa risposta, ma con grande pazienza. Porta con te un seme e un sasso e ti mostrerò ciò che tu chiedi”
      L’allievo fece come gli fu detto e, con in mano un sasso ed un seme, seguì il maestro in un campo pianeggiante. Allora il maestro disse:
      “Scava due fosse tra loro distanti, riponi il sasso in una e il seme nell’altra, poi ricoprili di terra ricordando bene dove hai scavato le fosse; infine vieni con me al villaggio. Tra 5 anni avrai la tua risposta”
      L’allievo fece come gli fu detto e aspettò per 5 anni, nel villaggio, la risposta dal maestro. Passati i 5 anni, Svetaketu chiese:
      “Maestro, la pazienza è dimorata in me per 5 anni. Posso adesso aver la risposta sulla differenza tra seme e sasso?”
      Il maestro rispose:
      “Certo, o Svetaketu, andiamo a riprenderci il sasso e il seme”
      L’allievo seguì il maestro fino al campo pianeggiante e, ricordatosi dove aveva sepolto il sasso e il seme, cominciò a scavare su indicazione del maestro. A tempo debito, il maestro disse:
      “Dov’è il sasso, o Svetaketu?”
      L’allievo rispose:
      “Esso non vi è più: è diventato terra”
      Allora il maestro chiese:
      “Dov’è il seme, o Svetaketu?”
      L’allievo rispose:
      “Esso non vi è più: è diventato pianta”
      Allora il maestro disse:
      “Ascolta bene, o Svetaketu. Questa è la differenza tra un sasso e un seme: il primo, senza l’uomo è destinato a ritornare al nulla, il secondo, senza l’uomo è destinato a proliferare. Ecco perché l’uno è una nostra creazione e l’altro no”
      Detto questo, il maestro e Svetaketu, ora soddisfatto, tornarono al villaggio.

      Lupo Stefano

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      Pater noster

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      Sull’identità personale

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      Sull'identità personale

      "Tu non esisti"
      Una pubblicazione di Lupo Stefano

      Italia, 10 aprile 2020

      Sommario

      1 – Introduzione

      • Cosa tratteremo?
      • Una mappa preziosa
      • Ringraziamenti speciali

      2 – Questioni preliminari

      • Le due domande
      • Il concetto di persona
      • La persistenza degli oggetti materiali
      • Due casi guida

      3 – L’approccio biologico

      4 – Il criterio fisico

      5 – L’approccio psicologico

      6 – Note e sintesi

      7 – Strani casi di fissione

      8 – Conclusioni parfittiane

      • Conclusione normativa
      • Conclusione metafisica: riduzionismo VS esistenza separata

      9 – Considerazioni personali

      • Su Parfit
      • Una metafora esistenziale
      • Il flusso di coscienza

      10 – Ulteriori riflessioni

      • Cos’è l’uomo?
      • Genealogia di un concetto

      11 – Conclusione “poetica”: il dubbio filosofico

         

        1 – Introduzione

        • Cosa tratteremo

        “Io sabato mattina sono andato in montagna con la mia famiglia; e tu, come hai passato il weekend?” In questa frase, così come in qualsiasi altra frase personale, vi è un soggetto. In questo caso i soggetti sono “Io” e “Tu”, soggetti che si riferiscono a degli esseri umani. Immaginiamo di dire questa frase al nostro migliore amico e cerchiamo di scavare “dentro” questi soggetti per capire che cosa li contraddistingue e li rende riconoscibilmente unici. Io sono io; il mio amico X è X e lui soltanto. Io ho un’identità così come lui ce l’ha. Questi soggetti si riferiscono a queste identità che, tanto istintivamente riconosciamo. Ma siamo così sicuri che l’istinto non ci stia ingannando? Che cosa fonda, nel profondo del nostro e dell’altrui essere, l’identità personale? Non è una domanda riservata a quei filosofi analitici che vogliono complicarsi la vita cercando, o persino inventando, il pelo nell’uovo laddove il pelo chiaramente non c’è. Qui, così come negli altri argomenti filosofici che ho affrontato in precedenza (libertà, temporalità ecc.) siamo di fronte a tematiche con cui ci confrontiamo nella vita di tutti i giorni, ma a cui difficilmente poniamo la nostra attenzione. Eppure, affinchè io capisca il senso logico della frase che ho sopra esposto il mio cervello deve avere un’idea fondante di che cosa renda me diverso dal mio migliore amico. Nel corso della pubblicazione. Attraverseremo il “mare tempestoso” dell’identità personale. Quest’ultimo sarà l’argomento comune che collegherà le varie “isole di pensiero”; isole che ci aiuteranno a capire a quale posizione la nostra mente è più simpatetica. Reputo che conoscere le teorie inconsce che guidano il nostro agire quotidiano sia basilare per “conoscere se stessi” sempre di più. Più che mai dunque, questo “mare tempestoso” che ci accingiamo ad esplorare non è esterno a noi, ma è la radice per quel noi in cui ci riconosciamo. Fatta questa premessa sull’importanza e sulle difficoltà dell’argomento a cui ci accingiamo a studiare, è arrivata l’ora di illustrare l’ordine e i nomi delle varie “isole di pensiero” a cui approderemo. Ci tengo a precisare che, per quanto ci possano essere dei punti difficili da trattare, ci saranno innumerevoli esempi pratici affascinanti che personalmente ancora oggi mi inducono a delle profonde riflessioni.

        • Una mappa preziosa

        Per prima cosa faremo delle precisazioni necessarie che ci saranno indispensabili nel corso di tutta la pubblicazione: vedremo quali sono le due domande essenziali in cui si scompone il problema dell’identità personale, daremo una definizione accettabile al termine “persona” e infine tratteremo la persistenza degli oggetti materiali e il grado di tollerabilità riguardo i loro cambiamenti qualitativi. Poi, ci addentreremo ad affrontare i tre “arcipelaghi” di pensiero riguardanti l’identità personale: l’approccio biologico, il criterio fisico e l’approccio psicologico. Ciascun arcipelago verrà ampiamente studiato nelle varie isole di pensiero che lo caratterizzano. Affronteremo poi le affascinanti questioni della fissione e del teletrasporto. Successivamente, studieremo le riflessioni e la posizione del famoso filosofo internazionale Derek Parfit. Avrò dunque gli strumenti per poter presentare la mia posizione. Infine, quasi come un post scriptum, farò delle riflessioni riguardanti il parallelismo sulle questioni inerenti l’identità personale e il concetto di “uomo” in generale. Prima però di iniziare la nostra trattazione è indispensabile un ultimo passo.

        • Ringraziamenti speciali

        Un profondo ringraziamento va al professor Andrea Guardo, docente di filosofia teoretica all’Università statale di Milano, per avermi fornito gli spunti, i materiali e la passione per questo argomento. La seguente pubblicazione riprende infatti un modulo di corso universitario denominato “Introduzione alla metafisica” tenuto dal professor Guardo. Un altro ringraziamento mi suole darlo alla professoressa Rossella Fabbrichesi, anch’ella docente in filosofia teoretica all’Università statale di Milano, per gli spunti alla parte finale sull’umanità in genere.

        2 – Questioni preliminari

        • Le due domande

        Il problema dell’identità personale si può scomporre in due domande correlate tra loro:


        1. Quali sono le condizioni della nostra sopravvivenza?
        Immaginiamo che uno scienziato pazzo intervenga sul mio cervello e che sostituisca tutto ciò che ricordo di aver fatto (memoria episodica), le mie capacità (memoria semantica) e il nostro carattere. La persona che uscirebbe da quel laboratorio sarebbe ugualmente me? Basta modificare la memoria in toto e il carattere per annichilire una persona?
        Occorre a questo punto ricordare la differenza, già data nella scorsa pubblicazione, di identità numerica e di identità qualitativa. Per rendere chiara questa differenza mi servirò di un esempio. Prendiamo due palline da biliardo di colori diversi e con su impressi numeri diversi. Esse sono sia numericamente che qualitativamente diverse. Se però verniciamo completamente entrambe le palline dello stesso colore fino a renderle uguali esteticamente, quello che otterremo saranno due palline identiche solo qualitativamente e non numericamente. Se invece fotografo una stessa pallina prima e dopo la verniciatura, le due foto sono inerenti a due palline identiche numericamente (in sostanza la pallina fotografata è sempre la stessa, l’unica cosa che cambia è solo la verniciatura). Rispondere dunque alla domanda dell’esperimento dello scienziato pazzo, equivale a rispondere alla domanda se la persona che esce dal laboratorio, oltre che essere qualitativamente identica a me (perché avrà lo stesso identico aspetto fisico), sia numericamente identica a me. Da questo momento in poi ogni volta che ci riferiremo al concetto di identità daremo per scontato che si tratti di un’identità numerica, poiché è quest’ultimo il concetto che ci interessa analizzare.
        Tuttavia, per capire se la persona uscita dal laboratorio sia o meno identica a me numericamente occorre per prima rispondere ad una altra domanda.


        2. Chi sono essenzialmente?
        Solo trovando la nostra essenza possiamo rispondere alla domanda precedente. Se infatti identifichiamo la nostra essenza con i ricordi, dobbiamo affermare che la persona post esperimento è diversa dalla persona pre esperimento; ma se affermiamo che la nostra essenza trascenda memoria e carattere, dobbiamo allora rispondere che le due persone pre e post esperimento sono identiche. Rispondere alla domanda circa l’essenza equivale dunque a rispondere in parte alla prima domanda. 

        • Il concetto di persona

        Credo che a molti venga spontaneo rispondere alla domanda “Cosa sei?” con la risposta “Una persona”. Non a caso la questione che stiamo affrontando si chiama infatti identità “personale”. Dobbiamo però, per prima cosa, trovare una definizione a questo concetto affinché le ombre che lo circondano si affievoliscano. Secondo il filosofo inglese John Locke, una persona è un ente che ha abilità cognitive come pensiero, intelligenza, ragione, riflessione e deve avere un concetto di sé come continuità nello spazio-tempo. Insomma, per Locke la persona è colui a cui si può affibbiare una responsabilità morale.
        Reputo che, al momento, questa sia una definizione accettabile. Tuttavia, la domanda importante è se siamo ESSENZIALMENTE persone, cioè se la proprietà di essere una persona è una proprietà che posso perdere senza cessare di esistere o no. Se l’essere persona è la nostra essenza, allora noi come persone non siamo mai stati un feto (in quanto quest’ultimo non rispetta la definizione di persona) così come noi non saremo mai un cadavere (anche quest’ultimo non rispetta la definizione). Si noti che, il concetto di persona qui proposto, non corrisponde ad una “fase” della nostra vita, ma alla nostra essenza. Esso è un concetto sostanziale. Mi accontento di questa definizione di persona, ma non me la sento di affermare che essenzialmente siamo persone. Per cui, in tutta la trattazione ci faremo delle domande sull’essenza e le condizioni di sopravvivenza di entità che di fatto sono persone, ma non assumeremo mai che queste entità siano essenzialmente persone. 

        • La persistenza degli oggetti materiali

        Dire che la palla di biliardo che abbiamo colpito è la stessa di quella che si trova lì, significa affermare che in ogni istante successivo al colpo ci sono diverse palle in diverse posizioni, ogni posizione è però causata dalla posizione della palla precedente. Vi è insomma una continuità fisica spazio-temporale che ci fa distinguere l’identità o meno di un oggetto. Mentre però per gli oggetti una soluzione è così facile, per le persone la situazione è parecchio più complessa. Agli oggetti materiali, vegetali e animali affidiamo una tollerabilità del cambiamento qualitativo entro cui riconosciamo la loro identità. La farfalla che fuoriesce da un bozzolo è identica al bruco che ha creato quel bozzolo. La pallina da biliardo pre e post verniciatura rimane identica a se stessa. Se però, al quadro della Monna Lisa aggiungo dei baffi, quest’ultima non è più la Monna Lisa. La tollerabilità del cambiamento qualitativo è insomma un rilassamento nella condizione di continuità che mantiene però la persistenza.
        Le condizioni della nostra sopravvivenza sono uguali alle condizioni della persistenza degli oggetti materiali? Questa risposta è affermativa o negativa in base all’arcipelago di pensiero che vogliamo abbracciare.

        • Due casi guida

        1. Caso del vegetale umano: X ha avuto un incidente automobilistico a seguito del quale è diventato un vegetale umano. Il vegetale umano è identico numericamente a X?


        2. Caso del trapianto del cervello: a Y viene asportato il cervello che viene immesso in un altro corpo fisicamente diverso, a sua volta il cervello che era in questo altro corpo viene immesso nel corpo di Y. Chi è identico a Y? Il corpo che aveva Y o il nuovo corpo che contiene il cervello di Y?


        Ho enunciato questi due casi poiché ogni arcipelago di pensiero risponde in maniera differente a queste domande. In base alla vostra risposta spontanea ai seguenti casi, potete meglio capire a quale approccio siete più affine. Iniziamo adesso l’esplorazione di queste varie ideologie.

        “La vera vocazione di ognuno è una sola, quella di conoscere se stessi”

        Hermann Hesse

        3 – L’approccio biologico

        Il pensiero del filosofo statunitense Eric Olson ben rispecchia l’approccio biologico secondo cui ciò che conta per l’identità personale è la continuità biologica. La sopravvivenza dipende perciò dalla continuità delle funzioni animali quali il metabolismo, la capacità di respirazione, di circolazione del sangue ecc. Seguendo questo approccio vediamo le risposte che si darebbero ai due casi guida sopra esposti:

        1. nel caso del vegetale umano io sopravvivo poiché le funzioni biologiche sono inalterate (a non funzionare sono solo delle caratteristiche psicologiche);

        2. nel caso del trapianto del cervello Y è quello con il corpo uguale e con il cervello cambiato. L’altra persona, pur avendo il cervello di Y, è qualcuno che crede di essere Y, ma che in realtà non lo è. Questo vale solo se ad essere trapiantati sono soltanto i due emisferi. Nel caso invece in cui si trapianta anche il tronco encefalico e il cervelletto, Y è quello con il corpo nuovo, poiché in quest’ultimo si è conservata la continuità biologica maggioritaria.

        Si noti che questo approccio risolverebbe il problema del feto, poiché quest’ultimo, avendo una continuità biologica con me, è sempre me. Semplicemente prima ero un feto ed ora sono un uomo adulto.
        L’approccio biologico intuitivamente risolve parecchi problemi riguardanti la sopravvivenza dell’identità personale che però viene trattata alla stregua di un insieme di funzionalità puramente biologiche. In questo caso non occorre nemmeno interpellare la persona in questione per capire se essa sia sopravvissuta, basta controllarne la continuità biologica. Ma l’identità personale è davvero limitata alla sfera biologica? È possibile risolvere tutti i problemi correlati al tema che stiamo affrontando semplicemente relegando l’identità personale alla biologia? Secondo alcuni, tra cui Olsen, sì; a me personalmente tutto ciò non soddisfa poiché reputo intuitivamente infantile poter discutere sulla sopravvivenza o meno di qualcuno come persona senza nemmeno interpellarla per vedere “lei in prima persona” chi si sente di essere.

        Scopri cosa ne pensa il nostro filosofo dell'Innovazione

        4 – Il criterio fisico

        Il filosofo contemporaneo Peter Unger ha abbracciato il criterio fisico secondo cui la persona X è identica alla persona Y se e solo se c’è sufficiente continuità fisica di una base psicologica (core psychology) tra il realizzatore fisico (in questo caso il cervello umano) di X e di Y. Unger utilizza il termine “realizzatore fisico”, invece che cervello, per estendere il suo criterio anche a possibili entità acefale. La core psychology deve continuare ad essere realizzata nel senso aristotelico di entelechia prima, essa cioè deve mantenere la capacità di poter eseguire in qualsiasi momento una delle funzioni adibite alla core psychology.
        Si sappia che possiamo dividere la psicologia umana in: core psychology (che comprende le capacità comuni a tutti gli esseri umani) e distinctive psychology (che riguarda aspetti unicamente miei come memoria, esperienza, capacità ecc.). Insomma, per avere identità personale, secondo il criterio fisico, basta conservare la core psychology. Per verificare la sopravvivenza, dunque, non basta un’analisi delle funzionalità biologiche, ma occorre verificare l’attività cerebrale e confrontarla con quella degli altri esseri umani. Si noti che qui non si sta affermando che l’esistenza del cervello è necessaria e/o sufficiente per la mia esistenza nè che io sono essenzialmente il mio cervello. Esso potrebbe infatti essere sostituito, non in maniera improvvisa, con parti equivalenti di silicio fino ad avere un cervello completamente di silicio. Se infatti, durante l’operazione, la core psychology si è mantenuta intatta, allora, indipendentemente dall’avere il cervello fatto di neuroni o di silicio, la mia identità personale è rimasta intatta. È tuttavia necessario che questa operazione non avvenga in maniera repentina, affinché la core psychology rimanga inalterata. Occorre infine sottolineare che, per la sopravvivenza dell’identità personale, serve un altro requisito per la continuità fisica: la constitutional cohesion. Se divido cioè il cervello in pezzi troppo piccoli e li “rimonto assieme”, non ho la continuità fisica che invece avrei dividendo il cervello in pezzi “abbastanza grossi”. Riguardo i due casi guida dunque per il criterio fisico:

        1. nel caso del vegetale umano io non sopravvivo poiché viene compromessa anche la core psychology (ad esempio non posso nemmeno muovermi in senso di entelechia, caratteristica che invece è presente in tutti gli altri esseri umani);

        2. nel caso del trapianto del cervello, Y è la persona con il corpo nuovo, poiché è egli che ha mantenuto il cervello intatto, sede della core psychology.

        Insomma, il criterio fisico dà particolare importanza alla psicologia della persona limitandola però alle caratteristiche comuni con gli altri esseri umani. Rimangono tuttavia “nebulose” alcune precisazioni come quelle della constitutional cohesion che si basa sull’affermazione di pezzi di cervello “abbastanza grossi”. A parte questa precisazione, reputo il criterio fisico una posizione rispettabile, un giusto mezzo per chi non vuole limitare l’importanza dell’identità personale alla biologia, ma che al contempo non vuole nemmeno azzardarsi ad affermare una continuità della distinctive psychology, fatto che invece, come stiamo per vedere, afferma l’approccio psicologico.

        5 – L’approccio psicologico

        Secondo l’approccio psicologico ciò che caratterizza la sopravvivenza dell’identità personale è la continuità psicologica. C’è continuità psicologica se e solo se c’è una catena di connessioni forti (memoria, credenze, carattere ecc.). Ovviamente queste connessioni non devono essere mantenute in toto, ma basta che rimangano “forti”. Posso cioè non ricordarmi cosa ho fatto il mio primo giorno di scuola, ma questo non significa che quel bambino non fossi io, poiché tra me e lui c’è una catena di connessioni psicologiche forti che rimangono inalterate. Il filosofo britannico Derek Parfit (che incontreremo ampiamente più avanti nel corso della pubblicazione) precisa che possono esistere tre tipologie di approccio psicologico e la loro differenza dipende dalla causazione che intercorre nella continuità psicologica. La causazione presente nella continuità psicologica può essere: normale, affidabile o qualsiasi. Analizziamole tutte e tre:

        1. per causa normale si intende la continuità di un cervello nel tempo;

        2. per comprendere la causa affidabile, immaginiamo uno scenario che ci tornerà utile più avanti.

        È stato creato un teletrasporto che clona gli stati atomici della persona nel punto A e li replica, in maniera affidabile, nel punto B. Mentre la replica viene costruita nel punto B, quella del punto A viene disintegrata. In questa maniera la persona che entra nel teletrasporto nel punto A, ne uscirà identico nel punto B.
        Poiché il teletrasporto replica in maniera affidabile ogni atomo della persona, esso è una causa affidabile di continuità psicologica. Se si abbraccia la causa affidabile, quindi, la persona che entra nel teletrasporto nel punto A è identica alla persona che ne esce nel punto B. Si noti che, invece, se si abbraccia la causa normale, non essendoci continuità spaziale tra i cervelli nei punti A e B, occorre affermare che l’identità personale non è sopravvissuta (dunque la persona che è entrata nel punto A ha cessato di esistere e contemporaneamente è stata generata un’altra persona del tutto identica a quella persona del punto A, ma che non è essa);

        3. il terzo tipo di causazione implica invece che qualsiasi tipo di causazione sia prevista, purchè rimanga la continuità psicologica. Immaginiamo un teletrasporto affidabile al 60%. Esso produrrà una replica che avrà il 60% della memoria, delle capacità, del carattere ecc. della persona replicata. Per la causazione affidabile, la replica non sarà la stessa persona rispetto a quella replicata; certamente essa avrà un 60% di tratti in comune, ma le due persone non saranno identiche. Se abbracciamo invece la causazione qualsiasi, anche in questo caso, poiché tra replica e persona replicata vi è comunque una certa continuità psicologica dovuta a connessioni forti, allora, indipendentemente dalla causa che ha prodotto tale continuità, esse sono la stessa persona.

        Si noti che il criterio fisico può essere visto come un criterio “fratello” dell’approccio psicologico, con la differenza che quest’ultimo tiene in considerazione la distinctive psychology che invece risulta superflua nel criterio fisico. Le risposte circa i due casi guida del feto e del trapianto del cervello sono analoghe a quelle del criterio fisico.
        Occorre specificare che, sia l’approccio psicologico che il criterio fisico, affermano che la sopravvivenza dell’identità personale è soddisfatta soltanto se non esistono situazioni ramificate. Immaginiamo il caso in cui il teletrasporto non disintegri il soggetto che entra nella postazione A, ma si limiti a duplicarlo nella posizione B. Insomma, avremmo due soggetti identici sia in A che in B. Ovviamente, sia secondo l’approccio biologico che secondo la causa normale dell’approccio psicologico, i soggetti in A e in B non sono la stessa persona. La stessa conclusione può essere ottenuta in tutti gli altri casi solo specificando che la continuità fisica, nel caso del criterio fisico, o la continuità psicologica, nel caso dell’approccio psicologico, non implichi la sopravvivenza dell’identità personale nei casi di persone “duplicate”. Ecco perché si specifica che non devono esserci ramificazioni, dove con quest’ultima parola s’intende l’equivalente del concetto, forse più familiare, di clonazione.

        6 – Note e sintesi

        Considerando d’ora in poi il criterio fisico come un caso particolare di approccio psicologico, si noti che:

        1. l’approccio biologico risolve il problema del feto a differenza dell’approccio psicologico;
        2. per l’approccio psicologico noi siamo essenzialmente persone, mentre per l’approccio biologico essere persona è una caratteristica accidentale;
        3. per l’approccio psicologico occorre specificare l’assenza di forme ramificate, diversamente si otterrebbero delle conseguenze assurde (per Olson l’invenzione di questo requisito ad hoc è sufficiente a preferire l’approccio biologico);
        4. nel caso di sostituzione graduale cibernetica del cervello (in cui sostituisco gradualmente i neuroni con parti di silicio equivalenti funzionalmente), secondo l’approccio biologico io non sopravvivo, poiché ciò che si ottiene non è più una vita pienamente biologica;
        5. secondo l’approccio psicologico, le condizioni della nostra sopravvivenza sono differenti, in un senso importante, dalle condizioni della persistenza degli oggetti materiali. Invece per l’approccio biologico tale differenza non ha un senso importante (siamo cioè più simili agli oggetti di quanto potevamo pensare);
        6. secondo l’approccio biologico, la continuità psicologica è del tutto irrilevante, non importa che essa sia core psychology o distinctive psychology.

        Prima di passare alla discussione del prossimo problema occorre introdurre due grossi problemi e vedere come gli approcci affrontati li risolvano:

        1. problema della sostituzione: sostituisco gradualmente il mio cervello biologico mentre rimango cosciente. Per l’approccio biologico io, ad un certo punto, smetto di esistere e qualcos’altro avrà quella continuità di coscienza che prima avevo. L’impossibilità di definire un momento preciso in cui io “smetto di esistere” è un grave problema teorico all’approccio biologico;
        2. problema del trapianto (versione avanzata scritta da Olson): il cervello di Prince viene messo nel cranio di Cobbler e viceversa. Denominiamo il corpo di Prince come brainless (senza cervello) e quello di Cobbler come brainy (con il cervello), specificando che ad essere trapiantati sono soltanto i due emisferi, non il tronco encefalico, né il cervelletto. L’intuizione comune vuole che Prince si trovi nel corpo di Cobbler, intuizione che trova accordo con l’approccio psicologico (per tutte e 3 le tipologie di causazione), ma che non trova accordo con l’approccio biologico (poiché tronco encefalico e cervelletto, essenziali per la continuità biologica, non vengono trapiantati). Anche questo è un grave problema per l’approccio biologico. Si noti anche che, secondo l’approccio biologico, se la sostituzione del cervello di Prince in quello di Cobbler, fosse graduale, brainy rimarrebbe Cobbler (conclusione intuitivamente assurda).

         

        Riassumiamo i tre gruppi ideologici che abbiamo analizzato:

         

        Approccio biologico

        Criterio fisico

        Approccio psicologico

        L’identità personale sopravvive solo se vi è

        Una continuità biologica delle funzioni animali (metabolismo, capacità di respirazione, di circolazione ecc.)

        Una continuità della core psychology (capacità comuni a tutti gli esseri umani)

        Una continuità psicologica di connessioni forti della distinctive psychology (memoria, carattere, capacità ecc.)

        Sottocategorie

        Causazione normale, affidabile e qualsiasi (anche il criterio fisico può rientrare in una sottocategoria dell’approccio psicologico)

        Problema del vegetale umano

        Io sono il vegetale umano

        Non lo sono

        Non lo sono

        Problema del trapianto dei 2 emisferi

        Sono il corpo vecchio con il cervello nuovo

        Sono il corpo nuovo con il cervello vecchio

        Sono il corpo nuovo con il cervello vecchio

        Criticità

        Sostituzione graduale del cervello biologico (in un momento imprecisato smetto di esistere), intuizione del trapianto (Prince rimane brainless anche dopo la rimozione del cervello)

        Per evitare difficoltà nei casi di ramificazione viene inserito un requisito ad hoc

        Per evitare difficoltà nei casi di ramificazione viene inserito un requisito ad hoc

         

        In conclusione: l’intuizione del trapianto di cervello avanzata da Olsen dà parecchia ragione all’approccio psicologico. Allo stesso tempo le conseguenze assurde dell’approccio psicologico sui casi di divisione danno altrettanta ragione all’approccio biologico. A cosa diamo dunque più importanza? A cosa rinunciamo? In base alla vostra risposta a queste domande dovreste già avere in mente a quale approccio siete più simpatetici. Per approfondire il discorso, passiamo ora alla trattazione monotematica riguardante i casi di fissione.

        7 – Strani casi di fissione

        Se gli esempi finora esposti sembrano piuttosto fittizi, ciò non significa che i ragionamenti e le conclusioni logiche che ne derivano siano meno fondate delle situazioni che viviamo quotidianamente. Gli esperimenti mentali, infatti, seppur potrebbero non essere mai realizzabili per qualsiasi motivo (per l’assenza della tecnologia adatta a replicarli, ad esempio), la veridicità delle conclusioni che ne ricaviamo vanno comunque paragonate alle conclusioni di un esperimento scientifico realmente effettuato. La capacità immaginativa umana, se saputa usare, può portarci a riflessioni sensate che hanno ripercussioni nella vita di tutti i giorni (per approfondire la veridicità degli esperimenti mentali si veda il libro “Esperimenti mentali in filosofia” di Andrea Guardo). Abbiamo finora accennato a casi di ramificazione in cui, attraverso un teletrasporto piuttosto lontano dallo stereotipo che si ha su di esso, si facevano coesistere nello stesso tempo due esseri del tutto identici qualitativamente (anche a livello psicologico). Data la difficoltà dell’arrivare ad una conclusione sensata per la sopravvivenza dell’identità personale nei casi di ramificazione, l’approccio psicologico se ne sbarazza semplicemente negando una continuità in questi casi. Anche se magari nessuno soffrirà davvero per una soluzione così ad-hoc (a causa della nostra attuale lontananza da tecnologie di teletrasporto così funzionanti), esistono tuttavia dei casi realmente accaduti per cui vale la pena riflettere ulteriormente su cosa comporta la ramificazione. Per fissione intendiamo quei casi di ramificazione in cui una singola persona si “scinde” in due o più persone identiche tra loro. Nei gravi casi di epilessia viene effettuata un’operazione chiamata callosotomia che consiste nel recidere il corpo calloso (quella parte di cervello che mette in comunicazione i due emisferi). L’assenza di corpo calloso porta ad una scissione della persona in due “sub-persone” che non comunicano tra loro. Le persone che hanno subito questa operazione (pazienti cosiddetti split-brain) ammettono di avere una specie di dicotomia di flussi di coscienza indipendenti, due persone all’interno dello stesso corpo. Se viene infatti fatto vedere a questi pazienti contemporaneamente il colore rosso solo all’occhio sinistro e il colore blu solo all’occhio destro, essi affermano di vedere un solo colore. Se gli si chiede però di scrivere con la mano destra che colore vedono risponderanno rosso, viceversa diranno blu (l’emisfero destro è collegato alla parte sinistra del corpo e viceversa). Insomma, in realtà ogni emisfero afferma di vedere un colore e, in base quale emisfero si interroga, esso risponderà il colore corrispondente. Cosa dobbiamo affermare in questo strano caso di fissione “interna”? L’identità personale del paziente pre e post callosotomia viene conservata? Astraiamo, da questo caso reale, un altro caso.
        Immaginiamo di avere a disposizione un corpo identico del paziente X a cui viene asportato soltanto un emisfero (vi sono casi di emisferotomia, in cui le persone sopravvivono con uno solo dei due emisferi). Prendiamo questo emisfero e mettiamolo nel corpo duplicato che avevamo. Abbiamo ora due persone (entrambe con un emisfero dell’originario paziente X) che affermano di essere X ed in effetti entrambi hanno continuità psicologica con X. A chi dobbiamo credere? Le opzioni a nostra disposizione in questo caso sono 4:
        1. X non sopravvive. In questo caso affermo che X esiste fintanto che l’altro emisfero asportato non viene immesso in nessun altro corpo;
        2. X è la persona che possiede l’emisfero destro;
        3. X è la persona che possiede l’emisfero sinistro;
        4. X è entrambe le persone.

        Escludiamo immediatamente i casi 2 e 3, poiché non esiste una lateralizzazione cerebrale di quella che è definita come identità personale. Essa cioè non è solo in un emisfero, ma è un qualcosa che emerge da entrambi gli emisferi e che sembra mantenersi anche dopo l’asportazione di un emisfero.
        Il caso 1 è ancora più assurdo. Immaginiamo che X credi nell’ipotesi 1 e che sia sicuro di essere sopravvissuto, poiché è convinto che l’emisfero asportato non è stato inserito in nessun altro corpo. E se, anni dopo, scoprisse che il suo altro emisfero è stato invece impiantato in un altro corpo? Dovrebbe allora affermare di essersi sbagliato per tutto questo tempo e che in realtà nel momento in cui è stato utilizzato il suo altro emisfero lui è “appena nato”? Tutto ciò ovviamente ha un che di ridicolo.
        Accettiamo allora l’opzione 4? Immaginiamo di fare ciò. X1 e X2 allora, entrambi X, vivranno in luoghi differenti e diventeranno allora esteticamente diversi. Uno avrà la barba, l’altro no, uno amerà praticare sport, l’altro gli affari ecc. Fatto sta che, casualmente i due si ritrovano anni dopo a giocare a tennis senza riconoscersi a vicenda. Abbracciando la soluzione 4, dovremmo dire che a noi sembra di vedere due persone che giocano a tennis, ma in realtà essendo entrambe X, è una persona che gioca a tennis con sé stessa!!! Anche questa soluzione a quanto pare sembra toccare l’assurdità.
        Eppure, esistono delle alternative da poter scegliere. Si potrebbe ad esempio affermare che anche prima dell’operazione chirurgica esistevano 2 persone in un corpo. Questa è la soluzione che abbraccia il filosofo Roland Puccetti affermando che, in ogni persona, ci sono 2 coscienze che coesistono e che, nel quotidiano, non ci accorgiamo di nulla poiché entrambe le coscienze ricevono gli stessi identici input e comunicano tra di loro. Anche questa alternativa ha un che di controintuitivo.
        Insomma, quando si parla di casi di ramificazione non c’è soluzione che non implichi una qualche controintuitività.

        “In tutto il mondo la gente arriva ai limiti dell’assurdo per evitare di confrontarsi con la propria anima”

        Carl Gustav Jung

        8 – Conclusioni parfittiane

        Dalle riflessioni svolte il già citato filosofo Derek Parfit ne deduce due conclusioni: una di carattere normativo e una di carattere metafisicoTutte le citazioni di Parfit che farò nel corso della pubblicazione sono tratte dal suo libro “Ragioni e persone”.

        • Conclusione normativa

        Il filosofo inglese definisce come relazione R “la connessione psicologica e/o la continuità psicologica con la giusta causazione”. Data questa definizione, egli afferma che ciò che conta non è l’identità personale, ma la relazione R.
        Per comprendere questa sua interessante teoria dobbiamo ben comprendere la definizione di relazione R che lui propone. Analizziamola insieme. Intanto la relazione R si poggia sul generico approccio psicologico (non sull’approccio biologico, né sul criterio fisico). Parfit, accettando l’approccio psicologico (che reputa il più intuitivo da abbracciare), non dà la supremazia a ciò che abbiamo chiamato continuità psicologica, ma la coordina assieme ad una qualsiasi connessione psicologica. Insomma, per la relazione R non è importante avere una persona che mantiene ricordi, carattere, capacità ecc., basta avere anche solo una di queste connessioni psicologiche. In questa maniera la relazione R richiede molti meno requisiti rispetto a quelli dell’identità personale. Inoltre l’inventore di questa denominazione dà libera scelta a ciascuno di noi nello scegliere la causazione che più ci aggrada nella continuità psicologica (causa normale, affidabile o qualsiasi). Una volta data questa definizione molto meno priva di vincoli, Parfit la pone normativamente come superiore d’importanza all’identità personale. Insomma, Parfit ci dice che, quando siamo di fronte ad un particolare caso in cui è importante chiedersi se la persona che abbiamo davanti è la stessa di quella che c’era un tot di tempo fa, non possiamo stare lì ad analizzare la piena continuità psicologica, ma sta al nostro buon senso riconoscergli la relazione R.
        Ritornando all’esempio del trapianto del cervello di Cobbler e Prince: dopo il trapianto, a quella che era la moglie di Prince non importerà la sopravvivenza dell’identità personale di suo marito, quanto il fatto di chi riconoscerà come “il suo vecchio Prince”. Ella potrebbe riconoscere come suo marito brainless (l’ex corpo di Prince), perché per lei è importante il corpo fisico, così come potrebbe scegliere brainy (l’ex corpo di Cobbler), perché egli ha parecchie connessioni psicologiche con suo marito (dato che ha il suo cervello). Infine, la moglie potrebbe persino scegliere di credere che Prince è “morto”, dato che non vi è più nessuno che è in toto (corpo e mente) il suo vecchio Prince. Sicuramente, a livello intuitivo, la moglie di Prince sarà più interessata alla relazione R che all’identità personale e, in questo, mi pare che Parfit abbia certamente ragione.
        Si noti che possiamo addirittura introdurre una nozione normativa di persona che ammette la possibilità di una stessa identità di essere compresente in persone diverse. Prince, prima dell’operazione, non dovrebbe avere paura di smettere di esistere dato che, se accetta la superiorità d’importanza della relazione R sull’identità personale, allora, dato per scontato il successo dell’operazione chirurgica, sicuramente ci sarà un suo “successore parfittiano”, un qualcuno cioè che abbia con lui connessione e/o continuità psicologica con la giusta causazione.
        Citando Parfit su una particolarità della sua tesi: «Alcuni ritengono che l’identità di ogni cosa debba sempre essere determinata. Costoro fanno propria una versione rigida della dottrina secondo cui non c’è entità senza identità. […] Non è vero che la nostra identità è sempre determinata».
        Per dimostrare inoltre che ognuno di noi dovrebbe accettare la sua conclusione normativa, il filosofo espone ed analizza la formula: “PI=R+U”, dove per PI si intende “identità personale” (personal identity), R sta per quella che abbiamo già descritto come “relazione R” e U sta per “assenza di forme ramificate”. A tal proposito egli aggiunge: «La presenza o l’assenza di U può determinare una grande differenza nel valore di R? Come argomenterò, questo non è plausibile. Se io avrò una relazione R con una persona futura, la presenza o l’assenza di U non determinerà alcuna differenza nella natura intrinseca della mia relazione con quella persona. […] Se l’aggiunta di U non accresce in maniera notevole il valore di R, R deve essere ciò che fondamentalmente conta; e PI conta principalmente solo in virtù della presenza di R».
        Personalmente rivedo nelle riflessioni di Parfit un tocco di genialità per porre fine a tutti i “problemi esistenziali” riguardo la sopravvivenza o meno dell’identità personale. Eppure, tutto ció è una conclusione puramente normativa. Parfit affida a ciascuno di noi la scelta se far divenire la sua tesi, secondo cui ciò che conta è la relazione R, una norma mentale o meno. Quella che però qui è soltanto una possibile norma diviene una vera e propria filosofia di vita con la successiva conclusione che ci propone Parfit: la conclusione metafisica.

        • Conclusione metafisica: riduzionismo VS esistenza separata

        Secondo coloro i quali credono che l’identità personale vada ricondotta ad un’esistenza separata, essa è una specie di ego cartesiano separato da tutto il resto, inseparabile al suo interno (un’entità compatta) e verso la quale non ci sono gradazioni di esistenza. Essa c’è o non c’è, non esistono vie di mezzo. Si noti che questa teoria è compatibile con il concetto di anima di alcune religioni, un’anima che può staccarsi dal corpo, che coincide con ciò che siamo “nel profondo” e che, per alcune religioni, si può reincarnare.
        Per i riduzionisti, invece, l’identità personale è definibile in una serie di fattori minori (la formula PI=R+U ad esempio è riduzionista). Occorre precisare che essere riduzionisti non significa per forza essere fisicalisti, un riduzionista infatti può tranquillamente ridurre l’identità personale in fattori non fisici.
        Tornando al teletrasporto affidabile (che non mantiene repliche) ipotizziamo, come fa Parfit, che esso colleghi la Terra a Marte. Per il riduzionismo non ha senso chiedersi se l’uomo su Marte dopo il processo di teletrasporto è la stessa persona di quella sulla Terra; la risposta a questo quesito è una convenzione di ciascuno di noi. Da riduzionisti possiamo semplicemente dare una descrizione del funzionamento del teletrasporto senza tuttavia dare risposte metafisiche riguardo la sopravvivenza dell’identità personale.
        Parfit prosegue: «Se crediamo di essere entità esistenti separatamente, possiamo credere che ciò che conta é l’identità personale? Alcuni autori pensano di sì. Io argomenterò che non possiamo. […] Pertanto sosterrò anche che per lo più noi abbiamo una visione falsa di noi stessi e della nostra vita reale. […] Solo se siamo entità esistenti separatamente può essere vero che la nostra identità dev’essere determinata».
        In uno degli argomenti di Parfit (il cosiddetto “combined spectrum”) si dimostra che la scelta più intuitiva da abbracciare è appunto il riduzionismo. Mi pare ovvio tuttavia che non vi siano criteri logici su cui si possa abbracciare una visione anti-riduzionista. Per questo motivo non riporterò, nella seguente pubblicazione, queste argomentazioni.
        Da quanto detto finora ne risulta la seguente conclusione: per quanto possa sembrarci strano, se abbracciamo il riduzionismo, non possiamo sempre determinare l’identità personale. Oltre che strana (e per alcuni versi controintuitiva), reputo questa riflessione parecchio affascinante, ma ancora più affascinante è la profonda consapevolezza con cui Parfit descrive le due posizioni che abbiamo appena descritto.
        «Secondo la concezione riduzionistica, la continuità della mia esistenza implica solo la continuità fisica e psicologica. Secondo la concezione non riduzionistica, essa implica un fatto ulteriore. È naturale credere in questo fatto ulteriore, così come lo è credere che, in rapporto a ciò che continua, quel fatto è qualcosa di profondo: il fatto che conta realmente. Quando, nel caso del teletrasporto, ho paura di non essere io ad andare su Marte, la mia paura è che quella causa eccezionale possa non riuscire a produrre questo fatto ulteriore. […] Quando arrivo a rendermi conto che la continuità della mia esistenza non implica questo fatto ulteriore, non ho più ragione per preferire un viaggio in navicella spaziale. […] Se mi immagino sul punto di premere il pulsante verde [che attiverebbe il teletrasporto], mi riesce difficile pensare che chiedermi se sto per morire o se invece mi sveglierò di nuovo su Marte non significhi porre un problema reale. Ma, come ho argomentato, questa credenza non può essere giustificata se non a condizione che io sia un’entità esistente separatamente, distinta dal cervello e dal corpo. L’io cartesiano è un’entità di questo tipo. Ma, come ho affermato, a favore di questa concezione non c’è alcuna prova, mentre ce ne sono molte contro di essa […] Passare mentalmente in rassegna argomenti del genere può bastare a ridimensionare la mia paura e a convincermi a premere il pulsante verde. Ma ho l’impressione che non riuscirò mai a distrarmi completamente della mia credenza intuitiva nella concezione non riduzionistica. È difficile essere serenamente sicuri di queste conclusioni. È difficile credere che l’identità personale non sia ciò che conta. Se domani qualcuno sarà nel dolore, è difficile pensare che chiedersi se a soffrire quel dolore sarò io significhi porsi una questione vuota. Ed è difficile credere che, se sono sul punto di perdere coscienza, possa non esserci alcuna risposta alla domanda: 《Sono sul punto di morire?》 Una volta Nagel ha detto che è psicologicamente impossibile credere nella concezione riduzionistica. Budda ha detto che, pur essendo molto difficile; non è impossibile. Personalmente trovo che Budda abbia ragione. […] I dubbi e le paure restano, ma mi sembrano irrazionali. Dal momento che in questa concezione io riesco a crederci, presumo che possano farlo anche gli altri. Non ci è impossibile credere alla verità su noi stessi».
        Occorre precisare che Parfit accetta l’esistenza della persona e la sua distinzione da cervello, corpo ed esperienza, ma essa non è un’entità esistente separatamente.
        Poi conclude: «La verità è forse deprimente? Alcuni lo pensano. Al contrario io la trovo liberatrice e consolante. Quando credevo che la mia esistenza fosse quel fatto ulteriore, io mi sentivo imprigionato in me stesso. La mia vita mi sembrava un tunnel di vetro in cui, anno dopo anno, mi muovevo sempre più velocemente, e alla fine del quale c’era il buio. Quando cambiai opinione, le pareti del mio tunnel di vetro scomparvero. Ora vivo all’aria aperta. C’è ancora una differenza tra la mia vita e quella degli altri, ma una differenza minore. Gli altri mi sono più vicini. Io mi interesso di meno del resto della mia vita e mi interesso di più della vita degli altri. Quando credevo nella concezione non riduzionistica, inoltre, mi preoccupavo di più dell’inevitabilità della morte. Dopo la mia morte non ci sarà più alcun essere vivente che sia me. Ora questo fatto lo posso ridescrivere. Dopo, di esperienze ce ne saranno ancora molte, ma nessuna di esse sarà collegata alla mie esperienze attuali per il tramite di connessioni così dirette come quelle insite nel ricordo di esperienze passate o nell’esecuzione di un’intenzione precedente. Alcune di queste esperienze future potranno collegarsi alle attuali in modi meno diretti. Della mia vita, allora, ci saranno dei ricordi. E potranno esserci pensieri influenzati dai miei, cose che saranno il frutto dei miei consigli. La mia morte spezzerà i collegamenti più diretti tra le mie esperienze attuali e le esperienze future, ma non interromperà molte altre relazioni. […] Invece di dire: «Sarò morto», dovrei dire «Non ci sarà alcuna esperienza futura che sia collegata in certi modi alle mie esperienze presenti». Questa ridescrizione, ricordandomi che cosa comporti il fatto della mia morte, me lo rende meno deprimente».

        9 – Considerazioni personali

        • Su Parfit

        In questo capitolo apposito presenterò le mie ideologie riguardo al problema sull’identità personale e commenterò in particolare le posizioni, sopra esposte, di Parfit. Personalmente credo che sia l’approccio biologico che il criterio fisico riducano l’identità personale ad aspetti, sì importanti, ma non sufficienti a descrivere la sopravvivenza di qualcuno in quanto identità personale. Le basi biologiche sono sicuramente necessarie per l’emergere delle qualità psicologiche di un individuo, ma non si può risolvere una questione tanto importante limitandosi alle basi biologiche. È per questo che, abbracciando l’approccio biologico, si arriva a idee controintuitive come negli esempi del trapianto di cervello di Prince e Cobbler e della sostituzione graduale del cervello. Allo stesso modo, il criterio fisico si basa già sulla tanto importante psiche, ma ne considera solo le basi comuni a tutti gli esseri umani (la core psychology). A mio avviso sta proprio nella distinctive psychology che ricerchiamo l’identità di una persona: essa è i suoi ricordi, il suo carattere, le sue emozioni, i suoi talenti. Sicuramente appoggio l’approccio psicologico, ma che dire riguardo al tipo di causazione? A livello intuitivo abbraccerei la causa normale seppur non reputo questa decisione tanto essenziale, poichè condivido le intuizioni di Parfit su “ciò che conta è la relazione R e non l’identità personale”. La formula PI=R+U mostra in maniera analitica le sue intuizioni riduzionistiche che sono in grado di confortare chiunque abbia intravisto le potenzialità del metodo parfittiano senza però avere il coraggio di abbandonare quella visione non riduzionistica a cui un po’ tutti siamo legati. Nella mia visione, la parola anima riflette la distinctive psychology così come la parola spirito ha le sue radici nel cogito pre-riflessivo che ci dà un “punto di vista unico sul mondo”. Non potendo rifugiarsi dunque in alcun dualismo di tipo cartesiano, il riduzionismo è d’obbligo. Ed esso non è nemmeno tanto pessimistico, anzi reputo che sia una soluzione alla visione troppo individualistica della “società moderna”. Giustamente Parfit menziona il Budda, ma per quale motivo? Il Budda affermava di poter arrivare in uno stato (il nirvana) in cui l’individualità si dissolve permettendo di vivere con una nuova consapevolezza: la consapevolezza che non esiste un vero e proprio io e che, proprio per questo, c’è qualcosa che ci accomuna un po’ tutti e che non si può estinguere con la morte di una singola persona (anche se quella persona sono io). Parfit fa notare che, se ciò che conta è la relazione R, allora io, in qualche modo, sopravviverò (in un certo senso), disperso in una moltitudine di altre persone. Esisteranno infatti per forza persone che hanno una qualche minima connessione psicologica con me e che sopravviveranno alla mia morte. 

        • Una metafora esistenziale

        Attraverso una metafora possiamo vedere la morte di una persona, intesa come identità personale, come un soffio dato ad un dente di leone (il tarasacco comune). Prima di queste considerazioni davamo importanza al fatto che la pianta, così piena di semi (che possiamo considerare come connessioni psicologiche), adesso è vuota (un cadavere): quell’insieme unico di piume bianche non vi è più. Ora però riconosciamo che l’importante non è l’oblio della pianta, ma la sopravvivenza di quei semi, di quelle connessioni, che si sono disseminate nell’aria; questo significa abbracciare la maggior importanza della relazione R. Significa considerare gli altri come parte di noi, parti che sopravviveranno. In questo senso è normale che, davanti al teletrasporto, io sia molto più tranquillo nel premere il pulsante verde. Infatti sopravvivere o meno non è più così tanto importante, l’importante sarà che una qualche parte di me (una qualche connessione psicologica) sopravviverà alla fine della mia identità personale. In questo senso viviamo una sorta di morte continua. Il mio cervello infatti è plastico e si modifica in continuazione, ogni giorno non sono mai la persona di ieri; nonostante ciò continua ad esserci un individuo che ha delle forti connessioni psicologiche con me. La morte, così come la intendiamo, sarebbe solo una versione “accelerata ed improvvisa” di ciò che avviene tutti i giorni. La differenza è che, mentre quotidianamente perdiamo una marea di cellule morte, quando moriamo lasciamo un intero corpo di cellule morte. In questo senso la morte stessa assume tutto un altro significato, mutando in una consapevolezza che probabilmente è molto vicina a quella della filosofia di vita buddista.

        • Il flusso di coscienza

        La mia personale visione su ciò che, seppur mutevole in qualsiasi altro aspetto, continuo giorno per giorno ad identificare con me stesso è, oltre che pura continuità psicologica, una continuità di coscienza (seppure a stati mutevoli). In ciò la mia visione si rispecchia nella posizione del filosofo francese Henry che ripropongo qui sotto con le parole tratte dal libro “La mente fenomenologica” di Gallagher e Zahavi:
        «Michel Henry ha più volte caratterizzato il sè come un’autoaffezione interiore. Nella misura in cui la soggettività rivela se stessa a se stessa, è un sé. O come scrive in uno dei suoi primi lavori, Philosophy and Phenomenology of the Body: «L’interiorità della presenza immediata a se stessi costituisce l’essenza dell’ipseità». È proprio perché la coscienza è come tale caratterizzata da un’autocoscienza primitiva e tacita che è appropriato descriverla come un tipo fondamentale di ipseità nei confronti dei fenomeni esperienziali. Più precisamente, Henry collega una nozione basilare del sé con la datità in prima persona della vita esperienziale».

        10 – Ulteriori riflessioni

        • Cos’è l’uomo?

        Pensavamo che l’individualità fosse un albero saldo di cui andavano indagate le radici. Abbiamo scavato e scavato sempre di più trovando tante caratteristiche che potevano sembrare delle possibili radici; tutte però ci sono risultate insufficienti. Abbiamo allora alzato gli occhi verso l’alto notando la “magia” che tiene insieme l’albero, una magia che ci ha fatto certamente notare la convenzionalità e in un certo senso la fittizietà dell’albero stesso, ma soprattutto abbiamo scoperto che non era tanto l’albero l’oggetto a cui dovevamo rivolgere la nostra attenzione, quanto quella “magia” che lo tiene assieme. Trovando in Parfit un maestro, ci siamo lasciati trascinare nel fiume delle sue argomentazioni riscoprendo la grande importanza della relazione R e ridandole il trono che le spetta, un trono che, antiche filosofie le avevano riscattato, ma che la società moderna ha celato. Ma, se a livello ontogenetico, ciò che ci tiene assieme in prima persona è un’autoaffezione interiore, cosa fonda a livello filogenetico il concetto di “uomo”?
        Le due domande sono molto più correlate di quel che si possa credere. La prima riguarda ognuno di noi, dalla nascita fino alla morte, la seconda riguarda il genere umano dalla sua ipotetica genesi alla sua estinzione. Si noti che con la parola uomo non mi riferisco alla specie umana biologicamente data (homo sapiens, secondo la definizione tassonomica), ma all’uomo in quanto concetto universalmente identico.

        • Genealogia di un concetto

        Per la prima volta, il concetto di humanitas è rintracciabile negli antichi romani (Cicerone ad esempio ne parla) che lo descrivono come un qualcosa che va conquistato, una civilizzazione. I romani a loro volta attribuiscono l’invenzione del termine ai greci, ma tutto ciò risulta essere un espediente per dare fondatezza ad un concetto che, in realtà, nessuno fino ad allora aveva sviluppato. Si può affermare che una certa importanza alla soggettività la danno gli antichi lirici greci, ma essi non concepiscono ancora l’uomo così come lo facciamo noi (su questo argomento ne tratta bene il filologo tedesco Bruno Snell nel libro «La cultura greca e le origini del pensiero europeo”). Snell afferma: «è presunzione razionalistica affermare che esiste uno “spirito” umano universale, sempre eguale a se stesso». Per Snell, perfino il concetto per noi tanto intuitivo di “anima”, come fatto ulteriore non riduzionista, è stato inventato da Eraclito. Il filologo afferma che: «con questa distinzione fra corpo e anima si è “scoperto” qualcosa che s’impone in modo tanto evidente alla coscienza, che d’allora in poi lo si considera ovvio. […] La rappresentazione della profondità è sorta proprio per designare la caratteristica dell’anima, che è quella di avere una qualità particolare che non riguarda né lo spazio nè l’estensione, anche se poi siamo costretti a usare un’immagine spaziale per designare questa qualità aspaziale».
        E ancora, come afferma Michel Foucault in “Le parole e le cose”: «L’uomo è un’invenzione recente»; un’invenzione che si consolida con la nascita delle scienze umanistiche nel 1800. L’uomo si differenzia dagli altri animali in quanto avrebbe dentro di sè un’anima che, nel caso dei pitagorici si configura come essenza, come flusso e riflusso del sè in Eraclito, come qualcosa di fondante in Platone, come volontà di potere nel pensiero medievale e come volontà, responsabilità e libertà in Nietzsche. La società moderna ha raggruppato tutto ciò, un po’ confusamente, nel concetto di umanità, isolandolo dalla natura; come se noi uomini fossimo un tutt’altro rispetto agli altri esseri viventi.

        11 – Conclusione “poetica”: il dubbio filosofico

        Reputo che, alla stessa maniera in cui abbiamo sfatato le radici salde dell’identità personale, possiamo sfatare il saldo concetto di uomo così come lo concepiamo. Filogeneticamente l’uomo non ha radici solide, l’uomo è un concetto culturalmente trasmesso. Ed è questa stessa cultura che ha innestato nella nostra mentalità la visione non riduzionistica dell’identità personale. È solo con la cauta analisi filosofica da ricercatore che possiamo smontare i dogmi che la cultura ci ha imposto. Tanto l’identità personale, quanto l’uomo in generale, sono delle convenzioni tramandate da generazione in generazione. La filosofia e il suo giusto utilizzo, in questo senso, divengono una lampada in grado di schiarire le ombre che tanto ci circondano. Un chiarore, che seppur minuscolo rispetto al buio che ci avvolge, è capace di mettere in dubbio la nostra stessa esistenza ed è perciò in grado di modificare il nostro vivere quotidiano. In meglio, si spera. Ma forse pure la morale del meglio e del peggio è frutto di convenzioni culturali. Forse.

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        Origami

        Anche le parole possono prendere pieghe inaudite per spiccare il volo in un soffio comune

        Accade

        Accade un giorno che…

        Sul tempo dei filosofi

        Sul tempo dei filosofi

        Sul tempo dei filosofi

        "Il perenne mistero dell'umanità"
        Una pubblicazione di Lupo Stefano

        Italia, 7 marzo 2020

        Sommario

        1 – Introduzione

        • Come procederemo
        • Ringraziamenti

        2 – Ontologia temporale

        • Presentismo
        • Incrementismo
        • Erosionismo
        • Eternismo

        3 – Il problema epistemico del presente

        4 – Teorie della persistenza

        • Endurantismo
        • Perdurantismo
        • Exdurantismo

        5 – Un nuovo modello temporale “ibrido”

        6 – Conclusione

           

          1 – Introduzione

          Giulio Cesare esiste? Ci viene normale pensare che egli sia esistito nel “passato” e che ora lo ricordiamo solo grazie ai libri di scuola, ma siamo così certi che esista qualcosa come il “passato”?
          Ho fissato un appuntamento con John domani mattina. L’indomani ci viene spontaneo (a patto di non essere smemorati) andare al luogo dell’appuntamento. Ma questo John del presente che ora mi è davanti agli occhi è lo stesso John con cui ieri ho fissato l’appuntamento?
          Ho la mano sull’interruttore della corrente e sto osservando la lampadina spenta davanti a me. Premo l’interruttore e guardo la lampadina accendersi. In quell’istante in cui la vediamo accendersi ci verrebbe spontaneo affermare che “la lampadina si è accesa ora”. Eppure sono passati parecchi microsecondi da quando ho premuto l’interruttore avviando una lunga catena causale: la lampadina si è accesa, la luce è arrivata ai miei occhi, da lì viene dapprima stimolato il nervo ottico, poi il circuito nervoso che ha portato il segnale a varie aree del cervello tra cui quella predisposta a farci accorgere che la lampadina “ora” è accesa. Dovrei allora dire che la lampadina si è accesa un tot di microsecondi fa? In questo senso pare che tutto ciò che percepiamo sia già avvenuto un po’ di tempo fa. Tutto ciò diviene molto più intuitivo quando osserviamo stelle lontane anni luce da noi che si sono spente decine di anni fa. Queste considerazioni sembrano suggerirci che la struttura stessa della nostra percezione ci fa “vivere nel passato”. Ma che significa “vivere nel passato”? Cos’è dunque il presente?
          Affronteremo queste e altre domande nel corso della pubblicazione.

          • Come procederemo

          Trattandosi di una pubblicazione sull’introduzione della filosofia analitica del tempo, le considerazioni riguardanti la temporalità dal punto di vista fenomenologico non verranno qui elaborate. Mi riserberò di trattare tutto ciò probabilmente in una prossima pubblicazione.
          Tratteremo dapprima la questione dell’ontologia temporale (cioè la questione sulla realtà e la natura del tempo), esponendo le 4 teorie attualmente esistenti: presentismo, incrementismo, erosionismo ed eternismo. Seppur esistenti, non verranno trattate altre teorie “intermedie”, poiché l’attuale pubblicazione suole essere un’introduzione a questi argomenti.
          L’eternismo in particolare ci porterà a considerare se lo scorrere del tempo sia o meno un’illusione. A ciò viene data una risposta dalle A-teorie e dalle B-teorie che analizzeremo insieme.
          Svilupperemo poi il cosiddetto “problema epistemico del presente” (riguardante la certezza di “vivere nel presente”) a cui formuleremo delle possibili risposte.
          In seguito avremo a che fare con le teorie della persistenza che cercano di rispondere alla domanda che ci siamo posti prima: In che senso John del presente è lo stesso John di ieri?
          Successivamente a ciò, faremo delle considerazioni generali per cercare di unire e collegare in qualche modo l’ontologia temporale alle teorie della persistenza.
          Una volta che il lettore avrà un’infarinatura della filosofia analitica del tempo, mi accingerò a sviluppare una teoria innovativa che ha ancora, a mio parere, troppo poco riscontro nella comunità mondiale dei filosofi e che implementerò con le speculazioni di David Chalmers esposte nel capitolo 8 del suo libro intitolato “La mente cosciente”.

          • Ringraziamenti

          Ringrazio i miei colleghi Thomas Pesatori e Matteo Bertolazzi per gli spunti e i materiali riguardanti l’argomento. Un ringraziamento speciale va al professor Giuliano Torrengo, fondatore e coordinatore del “Center of Philosophy of time” dell’Università di Milano e a Samuele Iaquinto, coordinatore aggiunto dello stesso Centro. Buona parte di questa pubblicazione (esclusa la teoria finale) è una rielaborazione del primo capitolo del loro libro dal titolo “Filosofia del futuro”, libro che consiglio vivamente a chi fosse interessato ad approfondire la metafisica, la logica, l’etica del futuro e i viaggi nel tempo (in particolare nel futuro; per i viaggi nel tempo in generale si veda il libro del prof. Torrengo dal titolo “I viaggi nel tempo. Una guida filosofica”).

          2 – Ontologia temporale

          • Presentismo

          Il presentismo afferma che non esiste né il passato, né il futuro. Tutto ciò che esiste è unicamente il presente. Dunque, per un presentista, tutto ciò che è esistente è, per forza di cose, anche presente. Lo scorrere del tempo modifica continuamente la realtà nella sua interezza. Inoltre, il tempo ha una natura radicalmente diversa dallo spazio in quanto non possiamo “muoverci” lungo l’asse temporale così come facciamo nello spazio; l’asse temporale, per un presentista, non esiste affatto.

          Difficoltà della teoria:
          1. poiché per un presentista esiste solo il presente, ogni punto dello spazio esistente si trova temporalmente “sincronizzato”. In altre parole, il presentismo presuppone un piano di simultaneità assoluta, concetto che andrebbe in contrasto con la teoria della relatività speciale;
          2. la teoria non riesce a rendere conto della sopravvenienza della verità o della falsità in enunciati al tempo passato o al tempo futuro, in quanto le entità che li riguardano non rientrano nel catalogo delle entità esistenti. Dunque dire che Giulio Cesare/John di ieri/l’io di domani esiste è sempre falso. Ciò che è vero è solo che io esisto nel presente così come John che ho davanti ecc. (si noti la controintuitività di tutto ciò);
          3. il presentismo rende difficoltoso come intendere i rapporti transtemporali, ossia le relazioni i cui relata appartengono ad istanti differenti. Cosa significa affermare che io vado alla stessa Università di Enzo Paci, se io esisto e lui no? La teoria in versione standard non riesce a rispondere a ciò.

          Possibili risposte alle difficoltà:
          1. Markosian (2004) sostiene che la relatività non faccia affermazioni su cosa esista e cosa no, ma solo su limiti intrinsechi della conoscenza umana (l’impossibilità di osservare un piano di simultaneità assoluta), che non corrispondono necessariamente a limiti della realtà;
          2.
          a. Bigelow (1996) sostiene che gli enunciati di verità di proposizioni come «Cesare varcò armato il Rubicone» o «In futuro esisteranno avamposti umani su Marte», non sono soddisfatti da singole entità, ma dalla somma mereologica di tutte le entità presenti. In pratica, anche se il passato e il futuro non esistono, le entità in esse rimangono in un “catalogo delle entità astratte” che si può usare per verificare se “Cesare varcò il Rubicone” o se qualsiasi altro enunciato al passato o al futuro è vero o falso;
          b. Markosian (2013) sostiene che, se vale il determinismo nomologico, (che prevede che lo stato dell’universo attuale + le leggi fisiche siano in grado di determinare ciò che avviene in ogni altro istante temporale) allora la verità di enunciati al passato o al futuro può essere determinata dalla realtà presente.

          • Incrementismo

          Secondo questa teoria la realtà è composta da entità presenti e passate, a non esistere è dunque solo il futuro. In altre parole, nel nostro catalogo delle cose esistenti non si cancella nulla, anzi vengono aggiunti di volta in volta le entità presenti. Per l’incrementismo ciò che chiamiamo presente ha solo un carattere topologico, esso è cioè quella zona della realtà che ha enti esistenti prima di sè e non ha nulla dopo di sè. Immaginando il tempo come un parallelepipedo che cresce in lunghezza, il presente è, di volta in volta, la facciata limite del parallelepipedo.

          • Erosionismo

          Per gli erosionisti ad esistere è solo il presente e il futuro. Per quanto questa teoria sia poco condivisa dai filosofi moderni, essa rappresenta la perfetta controparte dell’incrementismo. Qui il “parallelepipedo della realtà” va a diminuire di grandezza. Se però il catalogo delle cose esistenti è infinito, anche se sarà sempre più corto, esso, in quanto infinito, non finirà mai. Se invece esso fosse finito, potremmo assistere ad un istante in cui l’universo smetta di “avere il tempo in sè”.

          • Eternismo

          L’eternismo afferma che la realtà è composta da entità presenti, passate e future. Pare che la psicologia ingenua (folk psychology) ammette una versione “soft”, priva di argomentazioni dimostrative, di eternismo. Insomma, nella realtà quotidiana ci viene comodo mettere su un egual piano di esistenza entità passate, future e presenti avendo ovviamente maggior cura per quest’ultime. Tuttavia, l’eternismo, a differenza delle teorie esposte precedentemente, che sono forzatamente dinamiche, può essere statico (teoria “block universe view”) o dinamico anch’esso (teoria “moving spotlight view”). Esiste inoltre una forma gradualista della teoria. Infatti, secondo Smith (2002), il presente ha un maggiore grado di esistenza rispetto a passato e futuro. Si tratta di una A-teoria anomala, in quanto il presente è privilegiato per il maggior grado di esistenza e non semplicemente per avere la proprietà «essere presente».
          Partiamo dal trattare la versione dinamica di eternismo.

          Moving spotlight view/Eternismo dinamico
          Immaginiamo che il tempo sia come un rullino di foto fatte da una vecchia macchina fotografica; siamo al buio e abbiamo a disposizione una lampadina tascabile che riesce ad illuminare un solo fotogramma del rullino alla volta. Il rullino è già lì, eterno, ma c’è quel fotogramma privilegiato che viene illuminato dal fascio di luce (spotlight) della lampadina, quel fotogramma metaforico è il presente secondo la teoria dinamica dell’eternismo. Ovviamente occorre considerare che il fascio di luce si sposta continuamente da un fotogramma ad un altro, rendendo il presente, sí esistente allo stesso modo di passato e futuro, ma su in piano privilegiato poiché esso è quell’unico fotogramma illuminato (anche se solo per un istante).
          Per l’eternismo dinamico, «Essere presente» è una proprietà tensionale, ossia non è un semplice riflesso di un’espressione verbale, ma è una proprietà sostanziale. Lo stesso vale per «essere passato» ed «essere futuro». Esse sono proprietà che si possono acquisire o perdere a seconda di quale sia il fotogramma illuminato, cioè di quale sia l’istante presente. Si sappia fin da ora che le teorie che ammettono queste proprietà tensionali sono dette A-teorie. Si noti che non solo gli oggetti possono essere passati, presenti o futuri, ma lo possono essere anche gli eventi poiché “un fascio di luce abbastanza grosso diametralmente” potrebbe rendere presente un insieme di fotogrammi specifici che noi riconosciamo come evento. Sorge ovviamente spontanea la domanda su chi determina il raggio di azione del fascio del presente. Mi sento di dare a questa domanda due possibili risposte: una di natura fisica-materialistica, l’altra di natura psicologica. La prima risposta dà l’ultima parola alla fisica meccanicistica ed indica con il concetto di “istante” il diametro del fascio di luce del presente (questa risposta è da me personalmente rigettata). L’altra risposta si riferisce agli studi della coscienza temporale ritenzivo-protensiva di Husserl, in questo caso il “raggio d’azione del fascio presentificatore” è dato dalla nostra esperienza di “istante” temporale; esperienza soggettiva di ognuno di noi che non è mai delimitata univocamente e nettamente ma che è più simile ad un insieme di sfumature. Il fotogramma insomma non è illuminato o non illuminato, ma può avere gradi di illuminazione dati dalla vicinanza al fotogramma maggiormente illuminato.

          Block universe view/Eternismo statico
          Secondo questa versione di eternismo, lo “scorrere del tempo” è solo un’illusione psicologica data del modo in cui noi percepiamo la realtà. L’universo sarebbe infatti un enorme parallelepipedo già finito al cui interno esiste già presente, passato e futuro. Il fascio di luce dunque non è ontologico ma viene ridotto alla percezione umana.
          Secondo questa visione, le proprietà temporali sono relazioni atensionali, sono cioè simili ad espressioni come «precedere temporalmente» o «seguire temporalmente». Passato, presente e futuro non sono proprietà genuine, ma riflettono differenze prospettiche e relazionali. Il tempo è trattato, quindi, in modo analogo allo spazio. Le teorie che rifiutano le proprietà tensionali come questa sono dette B-teorie.
          Si noti che chi ammette l’esistenza di proprietà tensionali come elementi basilari del tempo può ammettere l’esistenza di relazioni atensionali, ma è difficile che chi sostiene che siano le relazioni temporali ad essere gli elementi basilari del tempo possa ammettere che ci siano proprietà tensionali.

          “Il tempo è un’illusione”

          Albert Einstein

          3 – Il problema epistemico del presente

          Come già accennato nella premessa, la definizione di presente risulta piuttosto complessa. Inoltre, più proviamo a spiegare i meccanismi della percezione e più questi ci inducono alla consapevolezza di una relatività, seppur minima, presente già nella vita di tutti i giorni. Come già affermato, la relatività temporale è molto più evidente sulle lunghe distanze (si pensi a stelle spente che, poiché distanti da noi parecchi anni luce, ci risultano ancora splendenti nel cielo notturno), eppure i dati acquisiti dai nostri sensi non avvengono in simultaneità assoluta con gli eventi che ci circondano. Qualsiasi cosa osservo è, rispetto alla sua prospettiva, già passata. Seppur la luce si diffonde a circa 300 mila chilometri al secondo, la sua trasmissione non è istantanea. Ci vuole tempo affinché essa arrivi ai nostri occhi e ancora più tempo affinché il nostro cervello elabori il tutto. Assunzioni simili si possono ottenere con qualsiasi altro senso che possediamo (inclusi sensi interni come la propriocezione). Ma se, durante la nostra vita, non facciamo altro che percepire entità ed eventi che sono nel micro o nel macro passato, cosa significa allora vivere\trovarsi nel presente?
          Se ragioniamo poi secondo una prospettiva prettamente analitica e statistica tutto ciò risulta ancora più assurdo. Supponendo infatti di trovarsi in una realtà così come descritta da un modello eternista dinamico, possiamo osservare che in essa si trovano entità diverse collocate in tempi diversi. Tutte queste entità sono esistenti allo stesso modo e tutte agiscono con la convinzione di agire nel presente, ma quali prove hanno per giustificare questa convinzione?
          La nostra posizione epistemica non è migliore di quella di (supposte) entità passate o future, come Giulio Cesare o il primo uomo ad essere arrivato su Marte. Dal momento che l’istante presente è uno solo, mentre tutti gli altri istanti non sono presenti, è statisticamente più probabile che ci troviamo in un istante passato o futuro. Considerazioni analoghe si possono fare relativamente all’incrementismo e all’erosionismo.

          Risposta presentista
          Tutto ciò può ovviamente divenire un argomento a favore del presentista che, affermando che esiste solo il presente, bypassa astutamente il problema epistemico del presente. Per lui infatti la risposta è semplice: se una cosa è percepita allora esiste e dunque è nel presente.

          Risposta dell’eternista statico
          Nemmeno l’eternista statico è soggetto a questo problema, in quanto, per lui, non esistono istanti che possiedano la proprietà A-teorica di essere presenti, così come non esistono istanti presenti o passati in senso assoluto. L’impressione di essere presente è un problema della mente che nulla ha a che fare con l’ontologia temporale.

          Risposta di Forrest
          Forrest (2004) risponde al problema sostenendo che solo le entità presenti sono dotate di stati mentali coscienti. Le entità nel passato e nel futuro non sarebbero altro che degli zombie filosofici così come intesi da Chalmers (1996). Da ciò consegue che noi stessi ci troviamo nel passato e nel futuro come zombie privi di coscienza, sempre se vale l’eternismo (ancora una volta osservazioni analoghe si possono fare relativamente ad incrementismo ed erosionismo). Personalmente reputo questa risposta un’interiorizzazione nella mente umana di quello che per gli eternisti dinamici è “il fascio di luce del presente”. Infatti la coscienza sarebbe una conseguenza di questo fascio di luce (sempre e solo se abbracciamo l’eternismo dinamico). Si noti inoltre che questa risposta dà per scontato la possibilità di zombie filosofici, possibilità che è tutt’altro che accettata dalla comunità filosofica mondiale e che ha alle spalle un’immensità di letteratura con critiche e contro-critiche.
          Tralasciando per il momento il problema epistemico del presente, che riprenderemo nell’ultima sezione dell’articolo, passiamo ora ad un argomento ancora più intricato.

          Video esclusivo di un lupo proveniente dal futuro

          “Ecco come sarà il futuro”

          4 – Teorie della persistenza

          Affrontiamo adesso il problema della persistenza, dove per persistenza si intende il mantenimento dell’identità numerica di un’entità in tempi diversi. In questo caso specifichiamo che l’identità deve essere numerica per distinguerla dall’identità qualitativa. Due enti sono identici qualitativamente se, entrambi sono equivalenti dal punto di vista “esteriore”. Insomma, se potessi generare un clone identico a me esteriormente, esso sarebbe identico in senso qualitativo, ma non in senso numerico. Soltanto io sono identico numericamente a me stesso; nessun clone sarà mai numericamente me stesso, esso potrà al massimo essere qualitativamente identico a me. Fatta questa precisazione, possiamo esporre 3 teorie che cercano di risolvere il problema della persistenza.

          Affrontiamo adesso il problema della persistenza, dove per persistenza si intende il mantenimento dell’identità numerica di un’entità in tempi diversi. In questo caso specifichiamo che l’identità deve essere numerica per distinguerla dall’identità qualitativa. Due enti sono identici qualitativamente se, entrambi sono equivalenti dal punto di vista “esteriore”. Insomma, se potessi generare un clone identico a me esteriormente, esso sarebbe identico in senso qualitativo, ma non in senso numerico. Soltanto io sono identico numericamente a me stesso; nessun clone sarà mai numericamente me stesso, esso potrà al massimo essere qualitativamente identico a me. Fatta questa precisazione, possiamo esporre 3 teorie  che cercano di risolvere il problema della persistenza.

          • Endurantismo

          La teoria prevede che gli oggetti persistano nel tempo poichè essi sono interamente presenti in più momenti. Spesso le entità persistenti vengono caratterizzate come interi tridimensionali (la teoria è anche detta tridimensionalismo). Gli interi tridimensionali persistono nel senso che si spostano lungo la dimensione temporale.

          • Perdurantismo

          La teoria prevede che gli oggetti esistano in quanto aggregati di parti temporali. La teoria è anche detta quadridimensionalismo. Così come un evento si estende per diverse parti temporali, analogamente si possono caratterizzare gli oggetti, che vanno quindi intesi come estesi temporalmente e formati da parti temporali. Un oggetto è la somma delle sue parti momentanee. Un oggetto non risulta mai presente interamente in un solo momento, dato che non tutte le parti esistono allo stesso momento. Insomma per il perdurantismo, io nel presente non sarei altro che uno “strato” temporale di ciò che davvero sono come entità quadridimensionale. Questa teoria, a mio avviso, risulta la meno intuitiva delle 3.

          • Exdurantismo

          La teoria accetta che esistano aggregati di parti temporali, ma identificano gli oggetti non con gli aggregati, ma con i singoli stadi. Un oggetto è identificato con una singola fase P1, mentre tutti gli altri componenti dell’aggregato si trovano in una relazione di controparte temporale con l’oggetto indicato. Per l’exdurantismo quindi è vero che io esisto quadridimensionalmente, ma per “Stefano” si intende il singolo fotogramma presente, non tutto l’essere quadridimensionale che ne consegue. 

          Alcune considerazioni conclusive

          • Il dibattito sulla persistenza degli oggetti nel tempo non è del tutto indipendente da quello sulle ontologie temporali, in quanto si possono dare formulazioni come quella di Brogaard (2000), che intende coniugare presentismo e perdurantismo, interpretando la realtà come un inesauribile processo di creazione e distruzione di fasi.
          • Si noti che generalmente chi abbraccia la teoria dell’universo blocco tende ad adottare una visione perdurantista o exdurantista, mentre chi abbraccia teorie dinamiche tende ad adottare concezioni endurantiste. Di solito dunque, relativamente alla persistenza degli oggetti nel tempo, chi adotta modelli dinamici tende ad adottare una prospettiva endurantista, mentre chi propone modelli statici tende ad adottare una prospettiva perdurantista o exdurantista.
          • Ontologia temporale e questione dei modelli A o B teorici sono strettamente legati: ontologie come presentismo, incrementismo ed erosionismo portano ad adottare modelli dinamici, mentre l’eternismo permette di formulare modelli sia dinamici che statici. Non bisogna però dimenticare che modelli dinamici (tranne il presentismo) portano con sé il problema epistemico del presente, che viene evitato solo dal presentismo e dall’eternismo statico.

          Dopo aver svolto un’esauriente introduzione alla filosofia analitica del tempo e alle varie posizioni che il panorama filosofico internazionale offre, esporrò adesso una mia teoria a riguardo, teoria che deriva direttamente dai miei studi sulla fenomenologia della coscienza.

          5 – Un nuovo modello temporale “ibrido”

          Per comprendere al meglio la mia personale ipotesi sulla temporalità occorre dapprima che esponga a grandi linee le speculazioni del filosofo americano David Chalmers riguardanti la coscienza. Verso la fine del suo libro intitolato La mente cosciente, Chalmers riflette su una possibile ambivalenza prospettica della coscienza stessa. Studiata in terza persona, la coscienza sembra poter essere riconducibile alla materia, in questo caso specifico al cervello in sè; ma se la si analizza fenomenologicamente in prima persona, dalla coscienza emergono delle sensazioni (chiamate “qualia”) che non sono riducibili al solo cervello. Insomma, in terza persona la coscienza è riconducibile ad un materialismo riduzionista, ma in prima persona occorre per forza implementare un dualismo cervello-mente (e dunque cervello-coscienza).

          Cosa centra tutto ciò con la filosofia temporale?
          A mio avviso, quando ci si trova di fronte ad innumerevoli teorie tutte con una quantità simile di pro e contro, bisogna chiedersi se in realtà non ci sia sfuggito qualcosa e/o se non abbiamo dato qualcosa per scontato.
          è attraverso il filtro di uno specifico stato di coscienza che noi conosciamo il tempo. Una persona in coma percepisce il tempo in maniera completamente differente dall’infermiere che lo sta curando. Allo stesso modo ciò avviene in una persona che dorme. La concezione oggettivata di tempo deriva da un’obiettivazione e proiezione all’esterno del nostro orologio biologico. Newton stesso si domandava se fosse il movimento della lancetta di un orologio a scandire il tempo o se il movimento della lancetta per astrazione generasse in noi il concetto di tempo.

          Fondamentalmente dunque, esiste il movimento o il tempo?
          Per Kant il tempo era chiaramente un nostro filtro per il mondo esterno, una forma a priori che organizzava i movimenti esterni insieme all’altra forma a priori: lo spazio. Nella fisica moderna spazio e tempo sono convertibili l’uno nell’altro e sono strettamente correlati. Che si tratti in realtà di una fisica della psicologia? Di uno studio sulla nostra percezione della realtà e non della realtà stessa?
          Faccio emergere tutti questi interrogativi per mostrare come nulla sia imprescindibile dalla percezione e dunque, dalla coscienza. La mia visione concorda pienamente con l’analisi kantiana e aggiunge che l’esternizzazione della temporalità sia avvenuta ad opera della coscienza che, riflettendo il mondo delle cose, ha posto fuori ciò che in realtà era dentro. Ma dunque, affermando semplicemente che il tempo sia una forma a priori, ci siamo sbarazzati di tutti i problemi della filosofia del tempo? Assolutamente no.
          Infatti, dall’esperienza di coscienza in prima persona si sperimenta un presentismo, tutto è un costante presente. Nella nostra mente i ricordi funzionano secondo una teoria che è stata denominata, dai già citati professori Giuliano Torrengo e Samuele Iaquinto, flow fragmentalism. “Io ho visto mia nonna ieri” è vera come proposizione solo se, all’interno della mia mente, vi è quel ricordo. Insomma, gli enunciati di verità vengono “frammentati” all’interno degli individui stessi. In prima persona l’ontologia temporale che vince, sempre a mio avviso, è il presentismo con un flow fragmentalism che regola il funzionamento di parte della mente umana. Secondo questa prospettiva il problema epistemico del presente decade e la teoria della persistenza che è più ovvia abbracciare è l’endurantismo. Si noti inoltre che, in questo caso, lo scorrere del tempo è ovviamente legato alla nostra percezione.

          Che succede invece se, come fa Chalmers, studiamo la realtà in terza persona?
          In questo caso domina invece un eternismo dinamico (o anche statico, per i più fatalisti), il problema epistemico del presente resta irrisolto, se si abbraccia una versione dinamica, oppure rimane risolto, se si abbraccia una versione statica. Tuttavia, reputo che sia indifferente questa possibile non risolvibilità del problema, per i motivi che spiegherò tra poco. In questo caso la teoria della persistenza che più si addice è l’exdurantismo, se si abbraccia la versione dinamica o il perdurantismo se si abbraccia la versione dinamica. Lo scorrere del tempo rimane legata alla nostra percezione per l’eternismo statico, mentre è ontologicamente esistente per l’eternismo dinamico.

          Perché abbracciare la versione statica o dinamica è indifferente?
          La questione è che il guardare il mondo da un’ipotetica terza persona senza alcuna coscienza che faccia da filtro è per noi impossibile. Possiamo però utilizzare la nostra capacità immaginativa per generare una struttura formata dalle esperienze in prima persona. Questa struttura olistica è ciò che definiamo “realtà”. Anche se la realtà che percepiamo è una struttura olistica immaginativa ciò non vuol dire che essa sia inutile. Ad esempio l’intera disciplina della fisica si basa su di essa, dandola ontologicamente per scontata. È altresì utile credere in un tempo obiettivo in quanto questa credenza riduce la complessità di tutto ciò che percepiamo. Dato dunque che il nostro cervello segue sempre il principio di economia, il concetto di tempo è utile affinché le elaborazioni percettive siano più rapide e coerenti. Ecco perché scegliere l’eternismo dinamico o quello statico è indifferente. Il cervello utilizza la prospettiva in terza persona in maniera funzionalista, è inutile porre il tempo come ontologicamente fondante e scegliere quale prospettiva abbracciare. Ciò complicherebbe solo la faccenda e sarebbe controproducente alla natura stessa per cui la realtà che percepiamo è stata generata dalla nostra mente.

          “L’uomo vive nel tempo, nella successione del tempo, e il magico animale nell’attualità, nell’eternità costante.”

          Jorge Luis Borges

          6 – Conclusione

          Riepilogando:

           

          Temporalità in prima persona

          Temporalità in terza persona

          Derivazione

          Si tratta della struttura della coscienza stessa

          Si tratta di una struttura elaborata per un funzionalismo mentale più economico

          Ontologia temporale

          Presentismo con struttura di organizzazione mentale e di enunciati di verità basata su un flow fragmentalism

          Eternismo statico (S) o dinamico (D)

          Problema epistemico del presente

          Assente

          Se si sceglie S allora è assente, se si sceglie D rimane irrisolto

          Teoria della persistenza

          Endurantismo

          Se S allora perdurantismo, se D allora exdurantismo

          Scorrere del tempo

          Illusione percettiva

          Se S allora illusione percettiva, se D allora esiste ontologicamente

           

          Si noti bene che non si tratta di scegliere la temporalità in prima piuttosto che in terza persona; la prima infatti precede cronologicamente la seconda ed emerge con l’emergere della coscienza stessa, la seconda è invece utile alla mente umana quando la coscienza si rivolge o verso la memoria esplicita o verso il mondo esterno affinché esso diventi olisticamente una “realtà”.

          Di seguito elenco una serie di approfondimenti raggruppati per categoria per chiunque volesse avere maggiori informazioni su un argomento specifico.

           

          Ontologia temporale

          • Presentismo:
            • Standard:
              • Prior (1967), Past, Present and Future, Oxford University Press, Oxford.
              • Hinchliff (1996), “The puzzle of change”, in Tomberlin, Philosophical Perspectives, vol. 10: Metaphysics, Blackwell, Cambridge (MA), pp. 119-136.
              • Markosian (2004), “A defense of Presentism”, in Zimmerman, Oxford Studies in Metaphysics, vol. 1, Oxford University Press, Oxford, pp. 47-82.
            • Non-Standard:
              • Zimmerman (2011), “Presentism and the space-time manifold”, in Callender, The Oxford Handbook of Philosophy of Time, Oxford University Press, Oxford, pp. 163-246.
              • Orilia (2016), “Moderate presentism”, in Philosophical Studies: An International Journal for Philosophy in the Analytic Tradition, 173, pp. 589-607.
          • Incrementismo:
            • Standard:
              • Broad (1923), Scientific Thought, Kegan Paul, London.
              • Tooley (1997),Time, Tense and Causation, Oxford University Press, Oxford.
              • Correia e Rosenkranz (2013), “Living on the brink, or welcome back, growing block!”, in Bennett, Zimmerman, Oxford Studies in Metaphysics, vol. 8, Oxford University Press, Oxford, pp. 333-350
              • Forbes (2016), “The growing block’s past problems”, in Philosophical Studies: An International Journal for Philosophy in the Analytic Tradition, 172, pp. 2073-2089.
              • Briggs e Forbes (2017), “The growing-block: Just one thing after another?”, in Philosophical Studies: An International Journal for Philosophy in the Analytic Tradition, 174, pp. 927-943.
            • + compatibilità con la relatività:
              • Earman (2008), “Reassessing the prospects for a growing block model of the universe”, in International Studies in the Philosophy of Science, 22, pp. 135-164.
          • Erosionismo:
              • Casati e Torrengo (2011), “The not so incredible shrinking future”, in Analysis, 71, pp. 240-244.
              • Hudson e Wasserman (2009), “Van Inwagen on time travel and changing the past”, in Zimmerman, Oxford Studies in Metaphysics, vol. 5, Oxford University Press, Oxford, pp. 41-49.
              • Norton (2015), “The burning fuse model of unbecoming in time”, in Studies in History and Philosophy of Modern Physics, 52, pp. 103-105.
          • Eternismo:
            • dinamico:
              • Standard:
              • Broad (1923), Scientific Thought, Kegan Paul, London.
              • Dummett (2004), Truth and the Past, Columbia University Press, New York.
              • Skow (2009), “Relativity and the moving spotlight”, in The Journal of Philosophy, 106, pp. 666-678.
              • Skow (2012), “Why does time pass?”, in Noûs, 46, pp. 223-242.
              • Deasy (2015), “The moving spotlight theory”, in Philosophical Studies: An International Journal for Philosophy in the Analytic Tradition, 172, pp. 2073-2089.
              • Versione di Cameron:
                • Cameron (2015), The moving spotlight. An essay on Time and Ontology, Oxford University Press, Oxford.
              • Controargomenti a Cameron:
                • Miller (2016), “The moving spotlight lights, and having lit, moves on”, in Metascience, 25, pp. 317-321.
                • Iaquinto e Buonuomo (2017), “Review of Cameron, The moving spotlight. An essay on Time and Ontology, Oxford University Press, Oxford, 2015”, in Argumenta, Journal of the Italian Society for Analytic Philosophy, 4, pp.375-377.
            • statico:
              • Smart (1949), “The river of time”, in Mind, 58, pp. 483-494.
              • Williams (1951), “The myth of passage”, in Journal of Philosophy, 48, pp. 457-472.
              • Quine (1960), Word and Object, MIT Press, Cambridge (MA).
              • Mellor (1998), Real Time II, Routledge, London-New York.
              • Oaklander (2004), The Ontology of Time, Prometheus Book, Amherst (NY).
              • Le Poidevin (2007), The images of Time, Oxford University Press, Oxford. 

          Problema epistemico del presente 

          • Argomento della coscienza:
              • Forrest (2004), “The real but dead past: A reply to Braddon-Mitchell”, in Analysis, 64, pp. 358-362
              • Torrengo (2017c), “Hyper-Russelian skepticism”, in Metaphysica, Online first.
          • Collegamento con il presentismo:
              • Bourne (2006), A Future for Presentism, Oxford University Press, Oxford.
              • Braddon-Mitchell (2004), “How do we know it is now now?”, in Analysis, 64, pp. 199-203
              • Heathwood (2005), “The real price of the dead past: A reply to Forrest and to Braddon-Mitchell”, in Analysis, 65, pp. 249-251
              • Merricks (2006), “Good-bye growing block”, in Zimmerman, Oxford Studies in Metaphysics, vol. 2, Oxford University Press, Oxford, pp. 103-111.
          • Critica al collegamento con il presentismo:
              • Cameron (2015), The moving spotlight. An essay on Time and Ontology, Oxford University Press, Oxford. 

          Teorie della persistenza 

          • Endurantismo:
              • Baker (2000), Persons and Bodies, Cambridge University Press, Cambridge.
              • Zimmerman (1999), “One really big liquid sphere: Reply to Lewis”, in Australasian Journal of Philosophy, 77, pp. 213-215.
              • Hinchliff (1996), “The puzzle of change”, in Tomberlin, Philosophical Perspectives, vol. 10: Metaphysics, Blackwell, Cambridge (MA), pp. 119-136.
          • Perdurantismo:
              • Quine (1950), “Identity, ostension and hypostasis”, in From a Logical Point of View, Harvard University Press, Cambridge (MA), pp. 65-79.
              • Lewis (1986), On the Plurality of Worlds, Blackwell, Oxford.
              • Heller (1990), The Ontology of Physical Objects, Cambridge University Press, Cambridge.
          • Exdurantismo:
              • Sider(1996), “All the world’s a stage”, in Australasian Journal of Philosophy, 74, pp. 433-453.
              • Sider (2000), “The stage view and temporary intrinsics”, in Analysis, 60, pp. 84-88.
              • Sider (2001), Four-Dimensionalism. An Ontology of Persistence and Time, Oxford University Press, Oxford.
              • Hawley (2001), How Things Persist, Oxford University Press, Oxford.
              • Varzi (2003), “Naming the stages”, in Dialectica, 57, pp. 387-412.
            • Versione di Brogaard:
              • Brogaard (2000), “Presentist four-dimensionalism”, in The Monist, 83, pp. 341-354
            • Risposte a Brogaard:
              • Heller (1992), “Things change”, in Philosophy and Phenomenological Research, 52, pp. 695-704.
              • Benovsky (2009), “Presentism and persistence”, in Pacific Philosophical Quarterly, 90, pp. 291-309. 

          Extra

          • Sviluppo dei modelli dinamici:
              • Gale (1968), The Language of Time, Routledge and Kegan Paul, London.
              • Prior (1967), Past, Present and Future, Oxford University Press, Oxford.
              • Smith (1993), Language and Time, Oxford University Press, Oxford.
              • Ludlow (1999), Semantics, Tense, and Time: An Essay in the Metaphysics of Natural Language, MIT Press, Cambridge (MA).
              • Lowe (2002), A survey of Metaphysics, Oxford University Press, Oxford.
              • Fine (2005), “Tense and reality”, in Modality and Tense, Philosophical Papers, Oxford University Press, Oxford, pp.261-320.
          • Spiegazioni dell’esperienza del passaggio del tempo nell’ambito della B-teoria:
              • Paul (2010), “Temporal experience”, in Journal of Philosophy, 107, pp. 333-359
              • Prosser (2016), Experiencing Time, Oxford University Press, Oxford
              • Torrengo (2017a), “Feeling the passing of time”, in The Journal of Philosophy, 114, pp. 165-188.
              • Torrengo (2017b), “Perspectival tenses and dynamic tenses”, in Erkenntnis, Online first.
          • A-Teorie non-standard:
              • Fine (2005), “Tense and reality”, in Modality and Tense, Philosophical Papers, Oxford University Press, Oxford, pp. 261-320
              • Fine (2006), “The reality of tense”, in Synthese, 150, pp. 399-414.
              • Tallant (2015), “The new A-theory of time”, in Inquiry, 58, pp. 537-562.
              • Correia e Rosenkranz (2012), “Eternal facts in an ageing universe”, in Australasian Journal of Philosophy, 90, pp. 307-320.
              • Iaquinto (2016), All the World’s a Fragment: Fragmentalism, Time, and Modality, tesi di dottorato.
              • Lipman (2015), “On Fine’s fragmentalism”, in Philosophical Studies, 172, pp. 3119-3133.
            • con particolare attenzione alla relatività:
              • Pooley (2013), “Relativity, the open future, and the passage of time”, in Proceedings of the Aristotelian Society, 113, pp. 321-363.

           

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          Una pubblicazione di Lupo Stefano

          Sull’essenza dannata del ricercatore

           

          “Perchè” è la parola che caratterizza la supremazia della specie umana. A quanto ne sappiamo nessun altra specie conosciuta ha quella particolare predisposizione a chiedersi il perchè delle cose. A dire il vero, ad un livello basilare, una vaga forma di perchè divide gli organismi viventi dai corpi inanimati. È ciò che chiamiamo telos. Il telos è l’agire verso una direzione, verso un fine a priori non ben definito. Il telos divide la vita dalla non vita, la biologia dalla chimica inorganica, l’animato dall’inanimato. Quando il fine diviene premeditato, da telos si passa alla teleos. Il dolore è telos. Un batterio “punzecchiato” si ritrarrà per via di un telos a lui insito e, per lo stesso motivo, il batterio, individuata una fonte di glucosio, si muoverà verso di essa. Negli esseri umani il telos viene identificato con gli istinti. Nel caso del batterio che rifugge dal dolore ci viene naturale attribuigli una forma di istinto di sopravvenienza, ma se dichiarassimo ciò, ci sbaglieremmo. Il telos avviene a livello preriflessivo, il batterio non pensa e non riconosce il suo stesso telos. Se trattiamo di istinti, essi si definiscono nel momento della riflessione. Riflettendo sul telos lo denominiamo come un insieme di istinti, ma il telos è antecedente ad ogni forma riflessiva. Nell’essere umano, con la riflessione, emerge il teleos. Quando sentiamo un pizzicotto, non solo rifuggiamo dal dolore, ma ci chiediamo pure il motivo di tutto ciò. Ci domandiamo il perchè. Il teleos ha però il potere di agire a ritroso sul telos, sugli istinti. Ogni struttura etica si basa su un principio di libero arbitirio con cui si “dominano” le passioni umane. Il perchè agisce sulla struttura biologica stessa. Il perchè ci fa comportare in maniera “non-standard” e il comportamento agisce per via epigenetica ad una trasformazione del telos. La riflessione, emergente dalla struttura biologica telica, diviene a sua volta una causa che agisce in maniera retrograda andando a “modellare la natura umana” stessa.

          Il figlio agisce sul padre per mezzo del perchè.

          Il domandarci il perchè delle cose ci ha portato alla costruzione di catene causali, di metodologie gnoseologiche che chiamiamo “scientifiche”, di organizzazioni religiose e spirituali. Il perchè si condensa in noi come il poter agire diversamente dalla standardizzazione della natura, il perchè fonda ciò che intuitivamente chiamiamo libero arbitrio. Nell’essere umano le prime gocce di quel fluido luminoso che chiamiamo perchè (e che dominerà sulla cultura e sulla vita psicologica dell’individuo) si forma fin dalla costituzione del linguaggio. Durante questa particolare fase, i bambini non fanno altro che domandare il perchè delle cose. La psiche dell’uomo teleologico trasforma la sua vita in una serie di obiettivi che lo portano irrimediabilmente a quella forma di coscienza infelice che egregiamente descrive Hegel. Per andare avanti, per continuare a vivere, ad un uomo occorre un obiettivo, ma una volta raggiunto, quest’ultimo deve essere rimpiazzato da un altro. Si crea così una catena di obiettivi che, più o meno consciamente, formano la nostra vita. E, se un imprenditore si pone egli stesso i suoi obiettivi, per tutti gli altri è la cultura a porli; sono obiettivi culturali il riconoscimento comunitario, la costruzione di una famiglia, la piena aderenza alle logiche capitalistiche di consumo (comprare, consumare, gettare, comprare ancora). Quello stesso potere che poteva renderci liberi ci incatena ancora di più. Non è infatti nell’assecondare obiettivi più o meno propri che si raggiunge la felicità.

          Se da un lato il perchè ci differenzia da tutte le altre specie viventi, dall’altro ci condanna ad un’apparentemente irrisolvibile infelicità.

          Qualsiasi risposta alla domanda che ci poniamo sul senso della vita viene accettata solo finchè lo vogliamo. Nessun senso della vita soddisferà mai la natura umana. La sete di perchè può infatti portare ad un’annichilimento del telos stesso con l’insorgenza di patologie depressive (o più in generale psichiche). Perchè diamine mi ritrovo qui a leggere questa roba complicata e deprimente? Perchè proprio io? Perchè proprio ora? è tutto già stabilito? Se sì, da chi? Se no, che senso ha tutto ciò che sto vivendo? Perchè tutta questa fatica, tutto questo dolore, tutto queste emozioni incontrollabili? Perchè cercare di migliorare me stesso? Cosa ho che non va? Possiamo accontentarci di interrompere la catena dei perchè accogliendo delle risposte salvifiche oppure possiamo continuare con le domande fino a sprofondare nella depressione più profonda e nell’inevitabile suicidio psichico o fisico. Non è questione di lucidità, nè di coraggio, nè di predestinazione. Io, pienamente lucidamente, non riesco ancora a interrompere la catena. Come può un ricercatore vanificare la sua stessa essenza? Un ricercatore non si accontenta, è egli stesso il flusso del perchè. Spero solo che, in questo flusso, la cascata non arrivi troppo presto. Consapevole di dover, un giorno, “uccidere” il ricercatore che è in me oppure cadere nell’oblio annientativo. Questo scritto è per tutti i ricercatori, consapevole che chi non lo è mai stato non potrà mai capirlo.

          L’essenza stessa dell’essere umano, il perchè, è il tesoro di luce che lo rende unico; ma esso è anche la cascata nera che è in grado di annichilire tutto.

          Iniziando una ricerca si deve essere consapevoli, fin dai primi passi, di essere di fronte ad un bivio che non si può rimandare in eterno: uccidere un vecchio sè accontentandosi di un limite oppure finire uccisi da se stessi. La vita del ricercatore è un purgatorio alla cui fine non esiste alcun paradiso, solo un muro o il niente. Forse è quel muro ciò a cui dobbiamo auspicare. E forse, un giorno, tutti i muri dei ricercatori formeranno un immenso edificio: la cattedrale del successo. Quel successo ottenuto con il riconoscere un limite, un successo inaspettato venuto fuori da quello che un tempo consideravamo un fallimento. In fondo se si tratta di un fallimento o di un successo è un giudizio che dipende dagli occhi con cui decidiamo guardare. Ancora una volta, la dualità sembra solo un nostro costrutto. Forse, oltre a riconoscere un limite, dobbiamo riconoscere che il mondo non è come la nostra mente lo categorizza. Forse successo e fallimento sono davvero un’unica realtà.

           

          Lupo Stefano

          “Il fine dell’uomo è la ricerca d’un fine”

          Roberto Gervaso

          Tra verità ed illusione

          Ti sei mai chiesto se quello che vivi è la verità di ciò che sei o è semplicemente quello che tu vuoi credere?

          Cos’è la comunicazione?

          Cosa vuol dire per te comunicare? Molti hanno la presunzione di spiegarsi bene, quando in realtà non sanno nemmeno cosa dicono. Quando una persona riesce a comunicare? Come fai a capire che il tuo messaggio ha centrato il bersaglio? Se non riesci a diffondere le tue idee cosi bene da essere compreso, come sarà possibile comprenderti?

          Angeles

          Un canto di rivalsa contro la deturpazione

          The Blank Page

          We have changed the paper sheet with the digital one. Ready to be turned off in a moment and get lost forever.

          Lingua Mortis

          Le luci della notte rievocano allo sguardo una lingua celata

          Il Perseo Caduto

          Un malinconico quanto affascinante epilogo dell’eroe greco che si trasforma in un nuovo inizio

          Sul nichilismo ontologico

          Dove finisce la mia mente ed inizia il resto del mondo? Cosa è reale e cosa no? Atomi, quanti, stringhe, monadi: cosa fonda davvero la realtà? Le scoperte degli ultimi anni sembrano convergere verso una nuova teoria in grado di sconvolgere per sempre il modo di concepire la realtà che ci circonda.

          Il concetto di Memorie Magnetiche di matrice Eterica con la loro influenza sull’Essere Umano all’interno della realtà Olografica

          Siamo convinti che la realtà che viviamo non celi qualcosa di misterioso oltre? Incontrando qualche teoria scientifica e olistica si potrebbe scorgere al di là di ogni barriera.

          Ama

          È quando c’è più bisogno di amore che occorre amare. In quel momento l’amore si moltiplica perché ha necessità di amare e farsi amare per imprimersi nel profondo.

          On mankind’s slavery

          Does free will exist? If it does, what is its range? To all these questions, countless Free Thinkers searched for an answer, but it seems they reached no solution. Here it is, in this publication, a revolutionary theory that could mark a turning point on the problem of free will. Are you ready to face this journey through the maze?

          La caduta degli dèi

          La caduta degli dèi

          La caduta degli dèi

          Una pubblicazione di Lupo Stefano

          La caduta degli dèi

          Chaos

          Fortuna avesti

          Così non eri:

          sarai.

           

          Niente toccherà,

          nulla sfiorerà,

          tutto sparirà.

           

          Dall’oscuro, solo, ti avvii

          In un abbraccio da profondi artigli:

          sangue annichilito affini

          e nel sonno in silenzio sbadigli.

           

          Perpetue onde domenicali,

          unico signore, ora solo

          il nulla

          ha un senso.

          I figli stan chiamando:

          piangono.

           

          Zeus

          La montagna vien giù

          Sacro suolo di blasfemia

          Si sgretola

          Parnaso gioisce, l’Olimpo subisce.

           

          Il naso fiuta un non essere

          Solitudine, angoscia, paura.

           

          Te paura, dio degli dei?

          Ciò che tu creasti or ti distrugge,

          qual profondo piacere provasti

          nell’esprimere la profezia sul padre?

          Ora è il figlio del padre a morire:

          PERISCI.

           

          Gli uomini han la saetta

          Rivolta su di te, minaccia

          Una rivolta che ti caccia

          La luna si sta spegnendo…

           

          Apollo?

          Ma che ispiri?

          Ormai sol caluggine respiri.

          I condotti di calcare devastano,

          l’arte non seda più.

          L’han capito: catarsi è menzogna

          Non è la luna,

          Apollo va:

          il buio viene.

           

          La consapevolezza ti ha reso schiavo,

          Chronos, ormai ci appartieni

          Speravi non capissimo il relativo?

          Il ribelle va ringraziato:

          con saetta e tempo domiamo.

          Che Prometeo sia lodato!

           

          Al buio vediam meglio,

          il silenzio ci parla

          Oh, Artemide che or

          Vien cacciata.

           

          Zeus è caduto, con lui il monte;

          i dischi han fallito.

          Apollo si è spento, Eolo

          Soffia sempre più piano:

          statico.

           

          L’immobile divien dinamico

          Per forza di animal natura

          Atena, non fuggire.

          Stai nel mare con lo zio?

          Zanzara succhiatrice,

          Afrodite la meretrice.

          Basta inganni, l’amor

          Non è.

           

          Scopi ancora con l’ultimo uomo?

          È lui che ti assassina:

          sangue.

           

          Il mare ti sputa, così

          Atene muor annegata.

          Poseidone è una roccia di

          Sale, gli uomini gli sputano.

           

          Dovevam immaginarlo

          Ares

          Di trovarti nel sonno

          Col pugnal fatato

          In petto.

          Vendetta alla vendetta.

           

          Ermes con le scarpe è

          Caduto, vien picchiato.

          Bastoni gli trafiggono

          Il cor.

           

          Bestemmia vivente,

          finto monoteismo, scappi con

          Dionisio?

           

          Geova o Allah che sia

          Fai bene, crepa nel vino.

          Morite di malattia,

          condanna del senso.

           

          Era ed Efesto van da Ade

          Non san che già son periti:

          lo stesso cuor si è rifiutato.

           

          Solo confusione

          Ade ha tutti lì:

          non si può viver

          da dittatore.

           

          Scendi e lascia che

          Il trono

          Ti schiacci.

           

          Un mondo senza

          Dei…

           

          Chaos sei fregato.

          Gli uomini son nuovi dei.

          L’equilibrio rimarrà:

          morti son tutti.

           

          La caduta degli dei

          L’ascesa degli uomini.

          Siam sicuri?

          Oh ribelle, noi stiam con te.

          Lupo Stefano   

             

          Angeles

          Un canto di rivalsa contro la deturpazione

          L’Amore

          L’Amore è come un fiore a cui serve tutta la nostra cura in un periodo come questo

          Are Chinese all the same?

          But do “Chinese” all really look the same? Is there any scientific study at the base of this stereotype?
          Which social phenomena can be at the base of the homogenization of beauty standards? Let’s discover it together!

          Swarovski

          Gli ultimi raggi del sole fanno brillare gli aspetti più reconditi della strada; il mondo ora risplende orridamente sotto quest’occhio di bue.

          Sul monopolio delle emozioni e sulle catene della volontà

          Siamo in guerra. Una guerra invisibile per il dominio delle nostre emozioni. La nostra autentica personalità viene ogni giorno incatenata inconsapevolmente da noi stessi. La prima arma di difesa è la conoscenza. Ecco racchiusa in una sintetica ricerca italiana tutto ciò che c’è da sapere sul come evitare di rimanere delle macchine prima che sia troppo tardi.

          Sull’essenza dannata del ricercatore

          Più si va avanti nella ricerca e più la consapevolezza dell’infelicità si fa chiara. “Perchè?”: è questa parola magica a segnare l’inizio di questo viaggio tra telos, istinti, felicità e ricerca.

          The day in which the man contradicted himself

          Our perception is based on duality: something is or isn’t. Aristotle named this logical principle “principle of non-contradiction” and we humans have put it as the foundation for our building of knowledge. We shiver, then, because the duality, as we logically conceive it, has come to its extinction. A short juvenile essay written for a contest of the Scuola Normale Superiore of Pisa that gives a sparkle of light on a scientific theory on the concept of “soul”.

          Gesù: il primo coach moderno nella storia dell’umanità

          La figura del coach sembra essere divenuta una moda, ma da dove trae le sue origini? Quali sono i parallelismi con il metodo socratico? E ancora: vi è un qualche collegamento tra Socrate e Gesù? Quest’ultimo è davvero esistito?

          Il Pensiero dalla strada

          Una riflessione in merito alla natura del male

          La permanenza dell’Io

          Un flusso di coscienza ci porta in viaggio: dal tormentoso mare del “panta rei” eracliteo all’annichilimento dei sostrati dell’Io. Tutto ciò per arrivare nella pianura della nostra Coscienza intima: la nostra vera identità. Una poesia che segna l’atto primo di un Ricercatore del Tutto.

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