Motivazione e scopi della fondazione dello Shorinji Kempo

Una pubblicazione di Lupo Isabella

A gennaio del 2017 ho dato il mio primo (e per ora unico) esame di cintura di Shorinji Kempo, disciplina marziale giapponese che praticavo da un annetto circa. Il giorno dell’esame pratico avrei ricevuto una valutazione anche su due domande di teoria della disciplina. Qui di seguito vi propongo la mia personale risposta al primo dei quesiti, identica a come l’avevo presentata in sede d’esame:

Motivazione e scopi della fondazione dello Shorinji Kempo

La fondazione dello Shorinji Kempo risale al dopoguerra del seconda metà del XX secolo in Giappone. Doshin So fondò questa disciplina di autodifesa nel 1947 nella città di Tadotsu, Prefettura di Kagwa, in seguito agli anni di guerra crudele e spietata di cui era stato testimone in Cina.  Tornato in Giappone si era trovato di fronte a un Paese devastato, il cui futuro sembrava più incerto che mai. Vi era un forte pessimismo antropologico da parte di tutta la popolazione, dovuto ai recenti avvenimenti storici che avevano mostrato un essere umano capace di una fredda e spietata violenza, che aveva macinato tante vittime e che aveva lasciato l’intero pianeta nel dolore e nell’amara consapevolezza della vera natura dell’uomo.

Il maestro capì che in una tale atmosfera di lutto e sconforto, quando l’animo delle persone era men che mai fragile, serviva una guida che li riportasse alla felicità e alla pace. Attraverso lo Shorinji Kempo, i discepoli potevano rinforzare il proprio corpo, riscoprendo una sicurezza nella propria forza, traevano benefici nella salute, segno di speranza per il futuro, ma riflettendo anche sulle questioni della vita e del mondo, cercando di comprendere la natura dell’uomo, attraverso uno studio fisico e filosofico dell’essere umano. Doshin So cercò di creare una comunità capace di vivere in armonia e capace di confidare nuovamente nel prossimo.


Durante gli allenamenti era necessario (e lo è tuttora) lasciarsi alle spalle e dimenticare i propri problemi e concentrarsi solamente su sé stessi. In questo modo il maestro non riuscì solo a far superare questo periodo buio dell’esistenza umana, ma spinse ognuno dei discepoli alla riconciliazione con il proprio corpo e a un perdono della propria appartenenza a una specie capace di tanto odio e sofferenza.

La guerra aveva lasciato un impatto molto forte soprattutto nelle menti più acerbe dei giovani, la cui stabilità emotiva e la cui visione del mondo e delle cose erano ancora instabili e incerte. Doshin li aiutò a vedere il mondo sotto una nuova prospettiva, quella di una società buona e giusta, in cui il reciproco aiuto e affetto contribuiscono a un’esistenza pacifica e duratura.

Solo una mente forte, capace di rimanere lucida e fedele a sé stessa in un periodo di generale sconforto, poteva arrivare a un gesto di questa portata in così pochi anni dalla tragedia della bomba atomica. Ciò rappresenta un segno di incredibile fermezza e certezza delle proprie idee, sviluppatesi già da tempo, ma che hanno trovato questa occasione per essere rivelate. Questo fatto stesso è la prova che questa disciplina è efficace nel far crescere sia fisicamente, ma soprattutto interiormente chi la pratica.

Inoltre, Doshin So avrebbe potuto tenere per sé ciò che aveva appreso attraverso i suoi studi, ma sapeva che, così facendo, questa conoscenza sarebbe rimasta sconosciuta a tutti gli altri e la sua indole altruista andava contro questa possibilità. Inoltre, era consapevole che, per un’esistenza pacifica, c’era bisogno che la stessa comunità di cui era circondato vivesse in pace e armonia, attraverso il reciproco scambio di affetto e conoscenza; ciò poteva essere ottenuto dalla divulgazione del suo pensiero e dei suoi insegnamenti.

Un’altra prova della grandezza di questa disciplina è proprio il fatto che essa abbia avuto un tale successo, da diffondersi non solo in Estremo oriente, ma arrivando presto anche in occidente, dove vi erano approdate altre discipline di autodifesa, le cui origini però erano decisamente più antiche e avevano avuto più tempo per diffondersi.

Sarà anche grazie al fatto che quel pessimismo e sconforto presenti in Giappone, non fossero assenti negli altri Paesi protagonisti del secondo conflitto mondiale; ma anche grazie a quella voglia, o meglio necessità, di rinascita e di pace abbia spinto l’occidente a cercarle in filosofie e ideologie esotiche, che dessero una visione della vita e del mondo diversa da quella a cui erano abituati e, soddisfatti di questa scoperta, vi ci si dedicavano con anima e corpo, con un rinnovato entusiasmo e voglia di cambiamento.

Il cambiamento è alla base di questa disciplina. La crescita avviene sia in maniera interiore che fisica, ma lo scopo non è addestrare il proprio corpo per il combattimento, per l’attacco, per infliggere danni, anzi, questo atteggiamento va proprio contro la filosofia di fondo dello Shorinji Kempo, che predica la convivenza pacifica della comunità. Questa disciplina, non ha l’obbiettivo di creare un esercito, ma di rinvigorire l’animo e il corpo dei membri della comunità, che siano pronti a difendersi solo nell’eventualità del bisogno.

Essere discepoli dello Shorinji Kempo significa sapersi mettere in gioco, cercando di migliorare di volta in volta, raggiungendo i propri obbiettivi, superandoli, essendo, al tempo stesso, consapevoli dei limiti del proprio corpo e dell’importanza basilare della salute nella propria esistenza.  Vengono premiati l’entusiasmo, la voglia di fare, la curiosità, ma anche il rispetto verso i membri più sapienti e, ovviamente, gli insegnamenti della disciplina stessa.

Durante gli allenamenti era necessario (e lo è tuttora) lasciarsi alle spalle e dimenticare i propri problemi e concentrarsi solamente su sé stessi. In questo modo il maestro non riuscì solo a far superare questo periodo buio dell’esistenza umana, ma spinse ognuno dei discepoli alla riconciliazione con il proprio corpo e a un perdono della propria appartenenza a una specie capace di tanto odio e sofferenza.

La guerra aveva lasciato un impatto molto forte soprattutto nelle menti più acerbe dei giovani, la cui stabilità emotiva e la cui visione del mondo e delle cose erano ancora instabili e incerte. Doshin li aiutò a vedere il mondo sotto una nuova prospettiva, quella di una società buona e giusta, in cui il reciproco aiuto e affetto contribuiscono a un’esistenza pacifica e duratura.

Proprio la facilità nel comprendere e nel ripetere i movimenti rende l’allenamento piacevole e soddisfacente, evitando di appesantire l’animo delle persone con altri problemi, dubbi e incertezze, che sarebbero controproducenti per un’esistenza serena dell’individuo.

Si potrebbe pensare che la visione di Doshin So di una comunità che convive pacificamente e armoniosamente sia quasi utopica, ma come l’arciere deve puntare più in alto con il proprio arco perché la freccia si conficchi con precisione nel bersaglio, così egli pone le basi per un obbiettivo ipoteticamente irraggiungibile, nella certezza che almeno in maniera minore i suoi insegnamenti avranno il risultato sperato.

Lupo Isabella

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