Sul nichilismo ontologico

"La nuova rivoluzione di pensiero"
Una pubblicazione di Lupo Stefano

Italia, 15 maggio 2020

Sommario

1 – Introduzione

2 – Le possibilità ontologiche

  • Riduzionismo VS anti-riduzionismo
  • Conoscibilità VS non conoscibilità metafisica

3 – Il perpetuo errore

  • Genealogia dell’errore
  • Il nichilismo ontologico ingenuo
  • Precedenti storici

4 – Il nichilismo ontologico

  • Nucleo
  • Parametri

5 – Note conclusive

6- Due storie zen

     

    1 – Introduzione

    Con questo scritto ci avventuriamo nella metafisica e nell’ontologia, due branche della filosofia difficilmente limitabili all’interno di un’area ben specifica del sapere. La parola metafisica deriva dal greco “tà metà tà physiká” che significa “trattazioni successive a quelle sulla natura” dato che il primo ad utilizzare questo termine, Aristotele, inserì un capitolo sui fondamenti primi della realtà subito dopo la sua trattazione sulla natura. La metafisica non è una disciplina “morta” con l’avvento della fisica, ma è il suo genitore e tutore. La fisica in sé tratta infatti il riduzionismo dei fenomeni naturali a leggi matematiche, nulla di più. Tuttavia, la limitazione solo a questo ambito sarebbe nociva alla ricerca del sapere che da millenni guida la curiosità umana. La teoria del big bang, il modello quantistico della materia, il materialismo, il meccanicismo, sono tutte nozioni di metafisica (e in qualche caso di ontologia), non di fisica. In effetti, si può affermare che gran parte di quella che viene chiamata “fisica teorica” contiene in sé un incorniciamento metafisico. Dato però che tutto ciò viene difficilmente ribadito dagli scritti divulgativi scientifici, spesso si crede che quelli sopra esposti siano concetti di “fisica” e che la metafisica non sia più attuale. Fisica e metafisica devono però comunicare tra di loro. Se la metafisica propone una teoria, la fisica deve generare degli esperimenti per verificarne la possibile validità scientifica (tenendo sempre a mente che, anche se non vi esistessero delle evidenze scientifiche, ciò non comprometterebbe la validità delle teorie metafisiche); analogamente, la metafisica deve venir ispirata dai risultati degli esperimenti della fisica.

    Il termine ontologia, in greco “ontos-logia”, significa “discorso sull’essere” e tratta 2 concetti fondamentali: l’essenza e l’esistenza. Ovviamente sotto alcune tematiche di ricerca, come quella qui presentata, il confine tra metafisica ed ontologia è parecchio sottile e formale.

    Passiamo al significato della denominazione “nichilismo ontologico”, esso ha due particolari prospettive:
    1. afferma la non esistenza (nichilismo) di essenze prime assolute (ontos);
    2. afferma come unica essenza metafisica (ontos) il nulla (nihil).

    L’ambivalenza è valuta e puramente logico-formale, poiché in realtà le due prospettive non si escludono a vicenda, ma concorrono a definire il nichilismo ontologico. Per delinearlo al meglio, possiamo dividere il concetto di “nichilismo ontologico” in alcuni semplici argomenti:
    ● non esiste alcuna cosa in sé (essenza) precedente l’esistenza;
    ● è esistente tutto ciò che possiede una coscienza di tipo 0 (C0);
    ● l’esistente fonda le essenze e gli enti astratti;
    ● le essenze e gli enti astratti permangono finché possono essere richiamati da una coscienza d’accesso;
    ● nell’universo vige il protopanpsichismo.


    Nel corso della seguente pubblicazione sarà mio compito presentare le possibili critiche e le difese a questa posizione, partendo dalle possibilità che abbiamo riguardo alle posizioni assumibili nell’ontologia fino a presentare cosa comporterebbe, in pratica, l’abbracciare il nichilismo ontologico.

    2 – Le possibilità ontologiche

    • Riduzionismo VS anti-riduzionismo

    Riguardo l’esistenza di elementi primi irriducibili alla base di tutto l’universo si possono avere varie posizioni:

    ● si può anzitutto scegliere se abbracciare un riduzionismo o un anti-riduzionismo ontologico:


    1. il riduzionismo afferma che, in ultima analisi, tutto è riducibile in un qualche elemento primo a sua volta irriducibile (atomi, quanti, stringhe, monadi ecc.). In realtà, ad esistere sono soltanto questi elementi primi, poiché tutto il resto è una “composizione” di essi. Ad esempio la teoria delle stringhe afferma che gli elementi metafisici costituenti tutta la realtà sono delle diverse vibrazioni (le stringhe, per l’appunto). Quest’ultime, unendosi, formerebbero gli atomi che, aggregandosi, formerebbero le molecole, poi le cellule, poi i tessuti, poi gli organi, poi un corpo. Ovviamente questa “costruzione” può fermarsi ad uno qualsiasi di questi stadi. In questa maniera i pianeti sono solo aggregati di atomi differenti, ma questi ultimi non continuano l’aggregazione nel formare, ad esempio, delle cellule. Come per ogni riduzionismo, il problema chiave rimane la riduzione di un “livello di esistente” ad un altro sottostante. Così, la psicologia andrebbe ridotta alla fisiologia, quest’ultima alla biologia, poi alla chimica, infine alla fisica. Occorre però tener ben presente che ad ogni “livello di esistente” ci sono delle proprietà emergenti che sono peculiari e che, secondo il riduzionismo, occorre anche di esse dare una spiegazione in termini riduzionistici;


    2. l’anti-riduzionismo afferma invece l’opposto, cioè che ogni “livello di esistente” non è riducibile in toto al suo “livello” sottostante. Insomma, esisterebbero la biologia, la chimica e la fisica senza però che, in ultima analisi, nessuna disciplina sia completamente riducibile a quella “più fondamentale”. Uno degli argomenti maggiormente a favore di una posizione anti-riduzionista è proprio la constatazione della non riducibilità delle proprietà emergenti agli elementi “più fondamentali” (qualunque essi siano). Si noti che, sia il concetto di “livello di esistente” che quello di “elementi più fondamentali”, si basano sul processo di ingrandimento. Ingrandendo il DNA si può notare come esso sia costituito da molecole e, ingrandendo queste ultime, notiamo come esse siano costituite da atomi e così via. Si noti che questo “processo di ingrandimento” è di per sé problematico, poiché non esiste un unico strumento universale in grado di ingrandire la realtà macroscopica fino ad intravederne le stringhe (o qualsiasi altro elemento “fondamentale”). L’unica vera differenza tra riduzionismo e anti-riduzionismo è che, per il primo, l’universo è stato “creato” solo con gli elementi primi e che tutte le proprietà emergenti e i “livelli di esistente” siano stati una conseguenza meccanica derivante da questi elementi primi, mentre per l’anti-riduzionismo, nell’universo oltre la “materia prima” (atomi, stringhe ecc.) sono state introdotte le regole per la strutturazione delle proprietà emergenti. Si noti che l’anti-riduzionismo non introduce alcun elemento “mistico” nelle proprietà emergenti, esso sottolinea soltanto la non riducibilità degli stessi. Tutto ciò invece tanto spaventa i riduzionisti, poiché questo anti-riduzionismo delle proprietà emergenti indebolirebbe gli argomenti a favore del meccanicismo.
    Valutando queste due opzioni reputo che, oggigiorno, ad abbracciare il riduzionismo siano o coloro che non hanno ben compreso l’affermazione chiave dell’anti-riduzionismo (la non riducibilità delle proprietà emergenti), oppure gli scientisti accaniti che, quasi dogmaticamente, non riescono a contemplare l’idea dell’esistenza di strutture non riducibili ad elementi costitutivi. Infine, si noti che naturalismo e anti-riduzionismo non sono incompatibili. Si può benissimo credere nel naturalismo e al contempo in una visione anti-riduzionista dell’universo;

    • Conoscibilità VS non conoscibilità metafisica


    ● abbracciando l‘anti-riduzionismo si può scegliere se optare per la conoscibilità degli enti primi o per la loro inconoscibilità (ciò non può avvenire se si abbraccia il riduzionismo, poiché è proprio il concetto di riduzione che sottintende la conoscibilità degli elementi costitutivi):


    1. la conoscibilità degli enti primi ci porta ad una posizione come quella di Schopenhauer. Per il filosofo di Danzica infatti la volontà è alla base della rappresentazione e possiamo giungere alla conoscenza della prima proprio perché essa si riflette nel piano della rappresentazione. Ritengo questa posizione altamente contraddittoria, poiché si arriva ad un principio primo quasi per “miracolosa deduzione” a partire dal piano della rappresentazione. Allo stesso modo con cui Schopenhauer ha selezionato la volontà alla base del mondo come rappresentazione, chiunque altro potrebbe selezionare un altro aspetto della realtà. Si potrebbe supporre, come fa Eraclito, che alla base del tutto vi è il conflitto e che sia esso a fondare la volontà (e non viceversa come dice Schopenhauer). Insomma: conoscibilità e anti-riduzionismo non vanno molto d’accordo a causa della profonda soggettività nella scelta di questo elemento primo;


    2. la non conoscibilità degli enti primi ci porta ad una posizione come quella kantiana. Kant afferma la distinzione tra fenomeno e noumeno proprio in base alla conoscibilità di queste due sfere. Il noumeno fonda il fenomeno, ma noi esseri umani possiamo conoscere solo il fenomeno e non il noumeno.
    Rispetto questa posizione, poiché riconosce i propri limiti e li mantiene pienamente senza alcuna presunzione a priori di sapere (cosa che avviene invece per i riduzionisti);

    Esiste tuttavia un’altra posizione all’interno del anti-riduzionismo, una posizione che trascende il dualismo conoscibilità/non conoscibilità degli enti primi: il nichilismo. Il nichilismo infatti, affermando che non esiste alcuna essenza alla base dell’esistenza, non solo sfata qualsiasi tipologia di riduzionismo, ma bypassa la sua conoscibilità, poiché l’essenza non esiste (almeno non antecedentemente all’esistenza).
    Ma perché finora non si è mai sentita l’esigenza di teorizzare un nichilismo ontologico? Perché non esistono precedenti nel pensiero filosofico? Credo che la risposta a queste domande risieda nella profonda interiorità della psiche umana che adesso ci apprestiamo ad analizzare.

    “La realtà è una semplice illusione, sebbene molto persistente.”

    Albert Einstein

    3 – Il perpetuo errore

    Fra tutti i pensatori che hanno elaborato un modello ontologico, il modello kantiano è quello maggiormente apprezzato dal sottoscritto. Eppure, Kant stesso compie il “perpetuo errore” di assumere l’esistenza di una “cosa in sé” al di fuori della nostra conoscibilità (il noumeno) che a sua volta genera il mondo che conosciamo (il fenomeno). Questa intuizione è in realtà presente nel pensiero filosofico umano praticamente da sempre. Secondo essa, esistono separatamente un “mondo” e un essere umano che lo contempla. Già Talete stesso (uno dei primi filosofi occidentali), cercando di indagare il principio metafisico della realtà, assume implicitamente che questa realtà esista indipendentemente da noi. Ripensiamo per un attimo alla spiegazione scientifica di come facciamo a vedere un oggetto (ad esempio una sfera) che abbiamo davanti agli occhi. L’ottica, la branca della fisica che si occupa dei fenomeni legati al senso della vista, spiegherebbe tale situazione più o meno in questi termini: esisti tu, l’oggetto (la sfera) e poi la luce; quest’ultima, rimbalzando sulla sfera, arriva ai tuoi occhi e il cervello trasforma queste informazioni nella vista della sfera stessa. Eppure, anche questo modello presuppone l’esistenza, indipendente da noi, sia della luce che della sfera. Insomma, dall’antichità fino ai giorni nostri, qualsiasi assunzione di qualunque fatto circa il mondo, presuppone che questo mondo esista al di fuori e indipendentemente da noi. È ovviamente da questo pregiudizio che è nata l’indagine metafisica della realtà poiché, se quest’ultima esiste “lì fuori” (nel mondo) deve pur esserci un qualcosa di comune che la genera. Il nichilismo ontologico effettivamente non nega l’esistenza di essenze o di principi primi; semplicemente li subordina all’esistenza di una coscienza di tipo 0 (C0). Ma perché abbiamo questo diffuso pregiudizio di un’essenza che, non solo è indipendente dall’esistenza, ma che addirittura la genera? Alcuni dicono “siamo fatti di atomi”, altri “siamo fatti di stringhe”, altri ancora (i più poetici) affermano “siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatte le stelle” (cioè degli elementi chimici che provengono da esse). E se invece avesse ragione Shakespeare secondo cui “siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni”, cioè del nulla? Si noti però che quest’ipotesi è altamente destabilizzante a livello psicologico.

    • Genealogia dell’errore

    Quando da bambini scopriamo di non poter controllare tutto (di non poter ad esempio giocare dalla mattina alla sera) attribuiamo questa conseguenza al volere dei genitori, ma poi, crescendo, quando ci accorgiamo che esistono fenomeni che addirittura nessun uomo può controllare (come ad esempio il muoversi dei pianeti) iniziamo a costituirci un’idea di una qualche divinità che controlli tutto ciò o di “leggi di natura” che si sono autogenerate (o addirittura di una divinità che ha generato delle leggi di natura). Il fatto che non tutto vada secondo il nostro volere ci fa presupporre intuitivamente l’esistenza di un potere esterno al nostro volere. Ritornando all’esempio della nostra osservazione della sfera: esiste la sfera davanti a noi che rimane un oggetto non riducibile al nostro volere; noi non possiamo farla sparire, non possiamo spingerla telepaticamente e dunque essa deve avere una qualche consistenza, un qualche potere che, in ultima analisi, attribuiamo ad un volere più ampio che chiamiamo genericamente “natura” (si noti la profonda correlazione psicologico-linguistica tra la parola “volere” e la parola “potere” in questo processo descritto).

    • Il nichilismo ontologico ingenuo

    Immaginiamo di accettare il nichilismo ontologico. La sfera dunque non esiste se non in funzione ad una C0 che la sperimenti. Immaginiamo che gli esseri umani siano gli unici enti ad avere questa coscienza di tipo 0 (C0). L’estinzione della razza umana porterebbe dunque all’annichilimento dell’intero universo. Quando io esco di casa e al suo interno non vi è più nessuno, allora l’arredamento interno della casa, in quanto non è più osservato da nessuno, smette di esistere. Se tutta l’umanità si addormentasse nello stesso istante, l’universo non esisterebbe e ricomparirebbe “a frammenti” man mano che le persone si risveglierebbero. Ovviamente si noti che tutte queste descrizioni hanno un qualcosa di folle, di in-credibile nel vero senso del termine. Eppure, queste sarebbero le conseguenze dell’accettare una forma ingenua di nichilismo ontologico. Credo che siano stati questi due elementi a non aver fatto mai affermare il nichilismo ontologico: la grande intuitività dell’esistenza di una “natura” e l’immensa controintuitività di un nichilismo ontologico ingenuo.
    Ovviamente, il nichilismo ontologico che propongo in questo scritto non fa miracolosamente “sparire” l’universo contemporaneamente all’estinzione dell’uomo (perché ammette un protopanpsichismo), così come non fa sparire il mobilio interno della casa se non vi è nessuno che l’osserva (perché esso rimane richiamabile ad una coscienza d’accesso).

    • Precedenti storici

    Si noti che non è strettamente vera l’affermazione che ho precedentemente fatto circa il dato che mai nessuno, nella storia del pensiero umano, ha elaborato una qualche forma di nichilismo ontologico. Si pensi ad alcune affermazioni nate in seguito a degli esperimenti di fisica moderna (come ad esempio nell’esperimento della doppia fenditura di Young) come la seguente: “L’osservatore modifica il risultato dell’esperimento mostrandoci talvolta l’onda e talvolta la particella”. Una tale affermazione racchiude l’idea che l’osservatore, in quanto esistente, intervenga nel mostrarci l’onda o la particella. Da tutto ciò, pur di continuare ad affermare l’esistenza di un qualcosa di indipendente dall’osservatore, è nato il concetto di dualismo particella-onda. Allo stesso modo il film Matrix ci mostra un universo simulato la cui base metafisica è un codice informatico. Eppure, questo codice, l’essenza dell’universo simulato, risulta essere il frutto di un’esistente (i creatori del programma di simulazione). Alla stessa maniera, la letteratura intorno all’argomento della “mente estesa” sembra sempre di più dichiarare una decentralizzazione della mente umana; questo fenomeno potrebbe arrivare ad una “diluizione” della mente dell’uomo all’interno del mondo, affermando che sia la mente stessa a generare il mondo (altra dichiarazione che presuppone il nichilismo ontologico).
    In realtà negli ultimi anni sono molti gli elementi che concorrono all’idea rivoluzionaria di un nichilismo ontologico, mi sento dunque obbligato a cercare di delinearne una versione che sia accettabile a livello formale e che permetta il compiersi di questa rivoluzione epistemologica che mina a soppiantare un pregiudizio insinuato nelle profondità della mente umana. Vediamo adesso, punto per punto, le assunzioni della versione di nichilismo ontologico che propongo.

    Scopri cosa ne pensa il nostro filosofo dell'Innovazione

    Fallimento, Istruzione ed Educazione

    di Shanti Curcio | Filosofo dell'Innovazione

    4 – Il nichilismo ontologico

    • Nucleo

    “Non esiste alcuna cosa in sé (essenza) precedente all’esistenza.”

    A fondamento della realtà non esistono ontologicamente essenze come atomi, quanti, stringhe, monadi ecc.; esse sono modelli con caratteristiche precise. Il concetto di essenza si basa infatti su un modello che sottostà alle seguenti caratteristiche:
    1. esistono un numero finito di tipi di essenze che sono tra di loro identiche qualitativamente;
    2. sono eterne;
    3. si distribuiscono uniformemente nell’universo;
    4. aggregandosi, formano pian piano la realtà macroscopica.

    Infatti, secondo il modello atomico esistono, ad esempio, atomi di carbonio indistinguibili che hanno tutti le stesse caratteristiche In realtà questo modello si è espanso includendo le differenziazioni dovute agli isotopi, ma le caratteristiche che prima erano di tutti gli atomi di carbonio slittano ai suoi singoli isotopi. Così tutti gli atomi di Carbonio 14 sono, a patto che abbiano una neutralità elettronica, identici. In realtà, la mente umana elabora numerosi modelli, alcuni dei quali identifichiamo come essenze. Si noti che il termine essenza a volte viene usato in senso lato per modelli che non seguono le caratteristiche delle essenze su esposte; a tal proposito si parla ad esempio di “essenza umana” anche se dovremmo parlare più propriamente di “modello umano”. In realtà, per il nichilismo ontologico, si può affermare che effettivamente esista un’essenza dell’universo e che questa sia il “nulla”. Ma cos’è questo “nulla”?
    Non dobbiamo immaginarci il nulla come l’universo svuotato da tutto; il nulla non è definibile in termini di negazione. Anzi, esso equivale al concetto kantiano di dio in quanto totalità delle totalità. Il nulla è infatti formato caoticamente da tutte le informazioni possibili. Immaginiamo il nulla come un mare nella cui acqua scorrono le informazioni. Ovviamente con il termine “informazione” mi riferisco ad un ente ben preciso che chi volesse approfondire può trovarlo delineato nell’articolo di Claude Shannon dal titolo “Una teoria matematica della comunicazione”.

    • Parametri

    “è esistente tutto ciò che possiede una coscienza di tipo 0 (C0).”
    Così come non possiamo egoisticamente far dipendere l’universo dalla nostra esistenza, allo stesso modo non possiamo pensare ad un universo indipendente da qualsiasi esistente. Dobbiamo dunque selezionare una forma minima di esistente che ha la capacità di fondare le essenze. Ho individuato come ottimo candidato a questo ruolo la coscienza di tipo 0 (C0) che in altri scritti ho chiamato anche autoaffezione immediata o coscienza non tematica di sé, essa è una primitiva relazione immediata a sé stessi. Reputo che non sia solo l’uomo ad avere una C0. L’albero stesso, in quanto ente unitario deve avere una qualche forma di C0. Ciò significa che esso deve allora avere un qualche sistema di “selezione delle informazioni dal nulla” in modo da poter rappresentarsi una qualche forma di realtà. Dobbiamo allora affermare che anche l’albero fonda delle essenze e che l’esistenza stessa dell’universo dipenda anche da esso. Si noti che con il termine “universo” mi riferisco alla “totalità” degli enti.

    “l’esistente fonda le essenze e gli enti astratti.”
    Affermare che le essenze non esistono sarebbe parecchio controintuivo. Possiamo però inserire il concetto di essenza all’interno di un quadro esistenzialista affinché esso abbia un certo valore. In questo quadro è l’esistente a fondare le essenze. Un albero fonderà delle essenze coerenti con i modelli strutturali che impone il suo grado di coscienza allo stesso modo con cui lo farà un essere umano. L’uomo incarnato è dotato di sensi e di un insieme di sistemi strutturali in grado di fargli percepire una data realtà. Gli stessi “qualia” possono essere definiti come delle essenze che sono fondate dalla coscienza fenomenica. Noi vediamo il rosso non perché esso esiste “nel mondo”, ma perché il nostro sistema percettivo seleziona le informazioni dal nulla e li converte in maniera da fondare il rosso. Si noti che ovviamente è l’uomo in quanto esistente a fondare il rosso in quanto essenza (tutto coerentemente con il nichilismo ontologico). Non dovremmo dunque dire che esiste una sfera che noi percepiamo “nel mondo”, anzi è il nostro sistema percettivo che ci fa separare quell’oggetto che chiamiamo sfera da quello che consideriamo lo sfondo. Ma questa sfera particolare che ovviamente non è un’essenza, deve pur essere formata da qualcosa. Se vogliamo essere minuziosi possiamo applicare quel procedimento di “ingrandimento” fino ad arrivare a quella che vogliamo considerare un’essenza prima. Ma non dobbiamo mai affermare che la sfera è costituita da questa essenza prima. Gli atomi e la sfera son due cose separate entrambe frutto della nostra selezione percettiva delle informazioni e della selezione degli strumenti che utilizziamo per farci da tramite con il nulla. Siamo noi a fondare gli atomi, non solo concettualmente o linguisticamente, ma proprio a livello ontologico. Ad esistere vi è solo l’immenso mare del nulla in cui scorrono le informazioni in maniera caotica. Siamo noi a “scegliere” cosa estrapolare, siamo noi a fondare le essenze. Dobbiamo infine precisare che quando scrivo “noi” intendo “noi uomini incarnati con il nostro sistema percettivo, cognitivo ecc.”. Insomma, non è che la mia ferrea volontà di far comparire dal nulla milioni di euro faccia sì che questo accada, anzi è proprio il mio stesso “io” ad essere stato fondato dall’esistenza del mio corpo e dei suoi “sistemi funzionali”. Senza il mio corpo non potrei avere un’autocoscienza, sono dunque io stesso la prima essenza che viene fondata dalla mia esistenza incarnata. Allo stesso modo, quando scrivo la parola “scelta” non la intendo come un “atto libero”, ma come ciò che il nostro corpo esistente estrapola tramite i filtri strutturali dei suoi sistemi funzionali. Non scelgo liberamente di fondare il rosso come essenza. Sono i miei sistemi percettivi e la mia coscienza fenomenica a fare tutto ciò. La fondazione delle essenze avviene dunque per lo più a livello inconscio. Come dobbiamo considerare dunque tutti quegli enti che non hanno una C0 e che non sono delle essenze? Essi sono degli enti astratti. Questi non possono infatti venir definiti come enti, in quanto non hanno una C0, e non possono nemmeno essere definite come essenze, in quanto non fondano altri “livelli ontologici”. Essi sono degli enti di tipo astratto che dipendono interamente dagli esistenti. Una sfera non esisterebbe se essa non ricevesse la nominalizzazione e il riconoscimento da parte di un osservatore. Si noti che ovviamente ogni specie fonda dei differenti enti astratti. Per la rana, la mosca smette di esistere nel momento in cui quest’ultima smette di muoversi. La rana infatti percepisce la mosca soltanto se essa è in movimento. Per la rana, solo se la mosca è in movimento essa è accessibile come un ente nel proprio campo visivo. Quella stessa rana, proprio perché ha dei differenti sistemi funzionali, fonderà degli enti astratti che noi non discerniamo.
    Possiamo per lo più considerare le essenze come una sottocategoria degli enti astratti. In tal caso il principio diverrebbe il seguente: “l’esistente fonda gli enti astratti (tra cui le essenze)”.

    “Le essenze e gli enti astratti permangono finché possono essere richiamati da una coscienza d’accesso.”
    Dunque se smettiamo di credere al modello atomico, gli atomi smettono di essere delle essenze? Assolutamente no. Fintanto che si studiano gli atomi nei libri di scuola essi saranno le essenze alla base della realtà per molte giovani menti. Non importano le scoperte scientifiche, non importano le scoperte filosofiche: finché un’essenza può essere richiamata alla memoria, essa rimarrà un’essenza. Al massimo bypasseremo questo problema attraverso una narrazione del tipo: “Prima si credeva che esistessero solo gli atomi, ma poi…”, ma non potremmo mai affermare che gli atomi non sono essenze. Si noti che questo punto è strettamente correlato a quell’ambito della filosofia del linguaggio che verte a studiare le cosiddette verità di significato e le verità di fatto. Insomma, la frase “Gli atomi sono l’essenza dell’universo” sarà vera finché esisterà qualcuno che percepirà, coscientemente o no, gli atomi come essenza dell’universo. Tutto ciò non è controintuitivo se pensiamo che le essenze sono una sottocategoria degli enti astratti. Allo stesso modo, quando esco di casa, è inutile prendere una posizione agnostica di fronte alla domanda “I tuoi mobili continuano ad esistere indipendentemente da te?”, la risposta deve essere positiva. I mobili esistono perché, a patto che non siano capitati furti o altri eventi insoliti, essi sono accessibili alla mia coscienza d’accesso. Le informazioni a cui la coscienza d’accesso accede sono lì, nella mia “mente” in seguito ad un processo di abitudine. A furia di vedere i mobili in quel luogo specifico di casa mia, essi anche in mia assenza rimangono lì immaginativamente. Questo non significa che il mobilio esista indipendentemente da me, né che esso “ricompaia” magicamente ogni volta che lo osservo; il significato di ciò è uno solo: l’esistenza si configura come una proprietà degli enti astratti che deriva dall’abitudine e dalla convenzione linguistica degli esistenti che li fondano. Sono io in quanto ente con una C0 a fondare il mio mobilio e a donargli, nominalizzandolo, la proprietà di esistente. Tale proprietà è un’etichetta che poniamo sugli enti astratti, nulla di profondamente ontologico. Il mobilio, se non esiste nessun osservatore umano che ce l’ha accessibile alla coscienza d’accesso, semplicemente non esiste.

    “nell’universo vige il protopanpsichismo.”
    Definiamo intanto cosa sia il protopanpsichismo. Il protopanpsichismo (detto anche panprotopsichismo o panesperenzialismo) afferma che una qualche forma di coscienza è presente in tutto l’universo secondo gradualità differenti. Non occorre confondere il protopanpsichismo con altre sue varianti più famose come:

    1. il panpsichismo: chiamato anche ilozoismo, afferma che tutto nell’universo è “animato”. Per esso fenomeni psichici e fisici emergono da una realtà che è sia fisica che psichica;
    2. il monismo neutro: afferma che fenomeni psichici e fisici emergano entrambe da una realtà neutra.

    Per il protopanpsichismo non ha senso parlare di una realtà terza da cui fenomeni psichici e fisici emergano. All’interno del fisico, infatti vi è presente uno psichico secondo gradualità differenti. Ovviamente non dobbiamo confondere il termine psichico con qualcosa di “mistico” o di nettamente separato dal fisico. Lo psichico è una proprietà strutturale che emerge dal fisico. Proprietà che è tanto più complessa quanto più lo è il sistema elaborativo fisico. Perfino il granello più piccolo di polvere deve avere una qualche forma di “psiche”. Non conosciamo ancora il livello necessario affinché una proprietà psichica si articoli in una C0, ma può essere svolto un programma di ricerca a tal proposito. Può dunque essere che anche il granello di polvere cooperi alla fondazione di essenze, così come può essere che vi sia un limite netto tra chi ha una C0 e chi non ce l’ha. La stessa candidatura della C0 come base per la descrizione di un esistente può essere messa in discussione. Credo tuttavia che ci siano delle forti evidenze empiriche che la classificazione “organico-inorganico” sia equivalente alla classificazione “presenza di una C0-assenza di una C0”.
    Questo scritto non vuole però essere un’esauriente, coerente e incontrovertibile presentazione di una forma definitiva di nichilismo ontologico. Vuole invece essere una sua prima bozza che serva da spunto per un programma di ricerca in questa direzione. Credo che oggigiorno il terreno sia fertile per una nuova rivoluzione del pensiero che segua quella già avvenuta all’epoca di Kant. La fisica quantistica, le scienze cognitive, il modello informazionale: abbiamo tanti spunti che concorrono ad una nuova visione ontologico-metafisica della realtà.
    Il nichilismo ontologico non toccherà le scienze in quanto tali, né le teorie filosofiche, ma inserirà tutto ciò in un nuovo quadro epistemologico che sicuramente sarà in grado di ispirarci nuove direzioni di ricerca e nuove scoperte che fino ad ora ci sono precluse.

    La realtà esiste nella mente umana e non altrove.

    George Orwell

    5 – Note conclusive

    Terminiamo infine questo scritto con una serie di note riguardo alla posizione di nichilismo ontologico esposta:

    ● non tutti gli argomenti esposti hanno uguale importanza nella delineazione del nichilismo ontologico. Esiste infatti un nucleo concettuale centrale che imposta univocamente il nichilismo ontologico e ci sono poi delle variabili che lo delineano in maniera più specifica. Il nucleo centrale è la negazione di essenze prime che fondano tutto l’esistente e l’affermazione che è l’esistente a fondare il “tutto”. La suddivisione di questo “tutto” in enti astratti ed essenze è già uno dei primi parametri del nichilismo ontologico. I parametri possono essere modificati in seguito a teorie più coerenti o a scoperte di qualche genere senza che ciò comporti l’esclusione di un nichilismo ontologico. Cambiando invece il nucleo si otterrà qualcosa di diverso dal nichilismo ontologico. Altri parametri che ho introdotto sono l’esistente come caratterizzato dalla C0 e il protopanpsichismo. Anche questi, in quanto parametri, andranno definiti ulteriormente con la possibilità di abbandonarli del tutto se non rispetteranno una certa coerenza con ciò che sperimentiamo empiricamente.

    ● Possiamo affermare che, in quanto esistenti, siamo centri di aggregazione ontologica degli enti astratti e dunque dell’intero universo. È inutile fare affermazioni di carattere neuroscientifico come “siamo centri di aggregazione sensoriale”, poichè i sensi sono sì uno dei sistemi funzionali che permettono l’aggregazione ontologica, ma non sono gli unici; inoltre, in questa maniera, sembra mascherarsi la generazione del percepito da parte dell’esistente.

    ● L’aggregazione ontologica non avviene soltanto per mezzo di una costituzione passiva dovuta alle nostre strutture funzionali, ma è anche il frutto di una costruzione top-down dovuta a filtri emozionali-telici. Ad esempio l’aggregazione ontologica del rosso cambia di significato in base allo stato d’animo in cui ci troviamo. Allo stesso modo, in base ai nostri intenti, uno stesso oggetto può diventare più cose. È infatti l’utilizzo degli oggetti a determinare il loro significato di ente astratto. Una penna può dunque essere uno strumento artistico indispensabile per uno scrittore, così come può diventare una pericolosissima arma letale per un assassino professionista. Non esiste differenziazione tra ente astratto e significato associato. La penna è, agli occhi del primo, uno strumento artistico e, agli occhi del secondo, un’arma. Sono queste due persone esistenti a percepire, attraverso una costituzione strutturale, uno stesso ente astratto geometrico chiamato “penna” che si differenzia nella costruzione emozionale-telica. Le parole costituzione e costruzioni ovviamente non sono state scelte casualmente. Costituzione implica un processo bottom-up (dalle strutture funzionali al piano mentale) molto simile all’interno della stessa specie, costruzione indica invece un filtro finalistico più o meno volontario che si configura come top-down (dal piano mentale di “ordine superiore” al piano mentale di “ordine inferiore”).

    ● Nel quadro del nichilismo ontologico, le parole mondo, realtà e verità vanno ridefinite:

    o il mondo diventa l’insieme degli enti astratti privati del filtro emozionale-telico;
    o la realtà diventa un costrutto mentale che ingloba, oltre agli enti astratti, tutto il piano teorico di credenze di determinate essenze, di una morale, di un’ideologia ecc. La realtà diventa la controparte soggettiva del mondo;
    o la verità viene a configurarsi paradossalmente come al nulla stesso. Solo il nulla è vero, ma poiché nel nulla vi è il tutto, ad essere vero diventa qualsiasi cosa, poiché tutto è inglobato nel nulla. In questo senso, non esistono gradi di verità, solo prospettive differenti. Tutto è ugualmente vero, poiché tutto è nel nulla.

    ● Il protopanpsichismo non è una teoria ad-hoc che s’intreccia al nichilismo ontologico per dargli maggiore credibilità. Il nichilismo ontologico sarebbe logicamente affermabile indipendentemente dall’effettiva concretezza del protopanpsichismo. Esso infatti non è nel nucleo della teoria, ma è una delle variabili. Si potrebbe sostituire ad esso un dualismo, un monismo neutro, un monismo anomalo, un panpsichismo o altro. Anche in questi casi occorrerà trovare un limite per delimitare cosa è esistente e una regola di permanenza degli enti astratti.

    ● Il motivo per cui associo una C0 (e dunque l’esistenza) agli esseri organici è che questi ultimi si autodistinguono da uno “sfondo” indipendentemente dalla nostra selezione percettiva. Non importa quali informazioni selezioniamo dal nulla, un albero mostrerà, a chiunque abbia un intelletto, una forma di finalità interna. Vi è una profonda differenziazione ontologica tra enti telici e non telici. Batteri, piante, animali sono tutti esseri organici che hanno un telos di conservazione della specie, enti come sassi o polvere non hanno alcun telos interno. L’albero, così come tutto ciò che contiene una C0, trascende la nostra nominalizzazione, il sasso no. Nell’universo esistono dunque esistenze e basta. Essenze e enti astratti derivano dalle esistenze.

    ● Cosa significa comporre il nichilismo ontologico al protopanpsichismo? Vuol dire che quando nominalizziamo qualcosa stiamo esteriorizzando una parte della nostra “coscienza”. A definire il termine di “coscienza” sarà proprio una teoresi metafisica basata sull’esperienza empirica fenomenologica. Per il momento accontentiamoci di concepire questa “coscienza” come una forma di energia che tratterò meglio in una nota successiva. Questa coscienza, nel momento di fondare enti astratti, dona ad essi una parte della propria energia per processo di “riflessione” (si pensi al giudizio riflettente kantiano). Tutto ciò che chiamiamo “mondo” diviene allora pieno, in gradi diversi, della propria energia. Questo significa protopanpsichismo + nichilismo ontologico.

    ● Si noti che concetti come acqua, aria o fuoco sono delle essenze allo stesso modo di modelli come atomi, quanti, monadi ecc.

    ● In questa prospettiva di nichilismo ontologico è interessante notare come ogni cosmologia presente nei miti, abbia più meno le stesse caratteristiche. All’origine vi è sempre un caos che diviene ordine. La psicanalisi junghiana è partita da ciò per sviluppare una teoria degli archetipi. In realtà, questi archetipi sarebbero una conseguenza delle strutture funzionali che fondano il “mondo”. In questo senso, il caos coinciderebbe con il nulla e l’ordine (cosmos) sarebbe l’emergere del “mondo” da parte di un esistente come centro di aggregazione ontologica. Ogni disciplina esistente andrebbe rapportata al nichilismo ontologica. Dovremmo capire perché selezioniamo certe informazioni e in che misura questa selezione cambia da uomo a uomo e da specie a specie.

    ● Il nichilismo ontologico non ha alcuna caratterizzazione pessimistica. Esso anzi dà il via ad un ricco insieme di considerazioni ottimistiche e ad una grande fiducia negli esistenti e nelle loro capacità.

    ● Il nichilismo ontologico apre le porte ad una serie di studi epistemologici molto al di là della sperimentazione scientifica. Fenomeni come l’entanglement quantistico potrebbe essere dovuti alla non località del piano informazionale. Il nulla infatti è esterno allo spazio-tempo (che sono invece caratteristiche degli esistenti). L’entanglement sarebbe dunque una prima dimostrazione dell’esistenza di un piano non locale che per ora facciamo coincidere con il nulla (in un futuro potremmo scoprire l’esistenza di più piani non locali oltre al nulla). Si aprono le porte alla possibilità di esistenti che noi non percepiamo o di esistenti che non percepiscono noi (come la mosca che “appare e scompare” nel mondo visivo della rana in base al movimento. Fenomeni che per ora vengono scartati perché pseudo-scientifici potrebbero divenire oggetti di studio. Le siddhi buddiste, la parapsicologia e i cosiddetti fenomeni paranormali potrebbero risultare delle discipline di studio perfettamente inseribili in un quadro epistemologico dovuto a questa ontologia. Il nichilismo ontologico infatti non delimita a priori la possibilità o meno di esistenza di una classe di fenomeni piuttosto che di un’altra. L’emergere delle informazioni e le specie esistenti possono assumere una qualsiasi forma. Piuttosto, a divenire basilare, sarebbe lo studio delle strutture funzionali. Di seguito alcuni esempi di domande che potrebbero scaturire da questi studi: perché una determinata specie seleziona un insieme di informazioni ben specifici e li ordina gerarchicamente in una forma? Può l’uomo agire sul piano del nulla modificando l’emergere di certi enti astratti ben oltre il semplice filtro emozionale-telico? Esistono metodi di comunicazione inter-specie (come ad esempio poter comprendere la maniera in cui un albero aggrega la sua realtà)? Come si può sfruttare un piano non locale come quello del nulla?

    ● Per evitare la controintuitività della non esistenza indipendente di quelli che abbiamo chiamato enti astratti possiamo cercare di ridefinirli in questo modo: gli enti astratti sono un’entelechia prima di nominalizzazione da parte di una determinata specie esistente. In questa maniera Il sasso assume più “solidità ontologica”, poiché qualsiasi uomo di qualsiasi lingua sarà portato inconsciamente a nominalizzare questa struttura informativa che in italiano chiamiamo “sasso”. In questa maniera si mostra ancora di più come la permanenza alla coscienza d’accesso diventa un prodotto necessario al processo di abitudine nel nominalizzare quelle entelechie prime che abbiamo definito enti astratti.

    ● Che dobbiamo dire degli enti che non mostrano ancora la loro differenziazione dagli enti astratti? Prendiamo l’esempio di un seme. In che misura esso è differente ontologicamente da un sasso? Anche in questo caso possiamo utilizzare il termine aristotelico di entelechia prima. Il seme non va considerato in quanto tale, ma in correlazione necessaria a ciò che potrebbe divenire. Il sasso non diverrà mai un essere organico con un fine interno, è per questo che esso è un ente astratto. Un seme, invece, ha già in sé il fine interno che si esteriorizzerà divenendo pianta. È per questo che semi e sassi sono oggetti ontologicamente diversi.

    ● Finora abbiamo trattato gli esistenti come dei “fantasmi dentro la macchina” (per citare Gilbert Ryle). Il corpo di un uomo è ente astratto quando esso è cadavere, ma in vita esso sembra abitato da una sorta di “anima”. Questo concetto è molto errato in quanto presuppone a priori un dualismo ontologico mente-corpo. Gli esistenti sono delle proprietà emergenti ontologiche che si sviluppano a partire dalla prima formazione di una C0. Quello che per noi è un mondo immutabilmente fisso per quanto riguarda specie esistenti ed enti astratti, è in realtà un mondo in continuo mutamente sul piano temporale. Basta sviluppare un sistema elaborativo abbastanza complesso per far emergere una C0 per divenire un esistente. Come questo avvenga è uno dei quesiti che la ricerca futura forse potrà risolvere. Nel nichilismo che ho proposto non esiste alcun dualismo mente-corpo. Esiste un profondo monismo che tiene conto dei fenomeni psichici e di quelli fisici, esiste un protopanpsichismo.

    ● Ho più volte usato il termine “coscienza” come se fosse un significato univocamente identificabile, in realtà la situazione non sta per nulla così. Con il termine “coscienza” ci riferiamo quotidianamente a innumerevoli campi semantici differenti; è per questo che ho sempre specificato a quale tipo di coscienza mi riferissi (coscienza d’accesso, coscienza fenomenica, coscienza di tipo 0), non ho tuttavia specificato a cosa mi riferisco quando uso il termine “coscienza” all’interno del contesto protopanpsichista e in che senso esso sia simile al concetto di “energia”. Ho affermato che tutti gli enti, anche quelli astratti, hanno un grado di “coscienza”. Ho anche spiegato come gli enti astratti abbiano questa “coscienza” sviluppando l’idea di un processo di dono di “energia” attraverso l’atto della nominalizzazione. Anche il termine “energia” non va confuso con qualcosa di mistico o di separato dal mondo fisico. L’energia è una capacità di compiere un qualcosa (in senso fisico è la capacità di compiere un lavoro), una capacità che emerge dal piano fisico. “Energia” è quindi un termine astratto, non ontologicamente concreto. Allo stesso modo si deve intendere il termine “coscienza” all’interno del protopanpsichismo. Essa non è la C0, essa è una nominalizzazione per un qualcosa che designa la capacità di agire attivamente nel mondo. Questa “coscienza”, come il termine “energia”, è un ente astratto. Così si capisce meglio come lo scambio di energia-coscienza sia possibile, poiché l’esistente, attraverso il processo di nominalizzazione, unifica sul piano mentale un ente astratto che possiede una propria capacità. Il sasso occupa una “parte” della nostra memoria, è lì, disponibile alla coscienza d’accesso. Sul piano mentale (che è un’astrazione di un insieme strutturale di proprietà emergenti dal piano fisico), il sasso ha una qualche capacità. Solitamente trasliamo queste capacità su un piano semiotico affermando che le parole ci possono influenzare. Questo è possibile perché queste parole hanno una capacità (che abbiamo chiamato “energia-coscienza”). Le parole non sono dunque separate dalle cose. Parola e ente astratto sono un tutt’uno.

    ● La dualità risiede, in senso minimo, a livello dell’informazione, non nel nulla. Il nulla è l’insieme indiscriminato di queste informazioni, esso è un “uno”. La dualità inizia a configurarsi sul piano informazionale per poi divenire sempre più macroscopica nelle strutture selezionate dagli esistenti. Perfino spazio e tempo divengono strutture a priori di gnoseologia dell’esperito, anzi possiamo affermare che noi esistenti aggreghiamo la realtà a partire da spazio e tempo proprio perché questa è la minima base esperienziale dualista. La dualità minima dell’informazione diventa, nella C0, spazio-tempo. Quando inciampiamo in un sasso non è perché esso esisteva lì “nel mondo” e noi abbiamo attraversato lo spazio e lo abbiamo preso con il piede. L’intera ambientazione è un macro-concetto astratto. L’albero non esiste lì nello spazio, siamo noi a collocarcelo (anche se l’albero esiste in sé in quanto dotato di una C0). Alla stessa maniera avviene per il sasso su cui inciampiamo. Tutte quelle che noi chiamiamo “leggi di natura” son leggi strutturali che noi esistenti umani costituiamo a partire da una dualità spazio-tempo. In questo senso si può davvero affermare che ciò che sperimentiamo sia, in ultima analisi, un’illusione ontologica (una “maya” direbbe qualcuno), un’illusione che però diventa concreta nella misura in cui noi siamo esistenti e tutti quelli nella nostra specie costituiscono le informazioni nella stessa identica maniera (poiché abbiamo simili sistemi funzionali).

    ● È l’esistente a fondare lo stesso piano informazionale. Nel nulla, infatti, tutto è “uno” e non vi è spazio per un dualismo, seppur minimo, che scaturirebbe già nel piano informazionale. L’esistente, seppur percepisce solo le strutture emergenti, fonda le informazioni nel momento di una selezione dal nulla. Un po’ spinozianamente dobbiamo concepire il nulla come non divisibile e come potenziale per tutte le informazioni che l’esistente fonda e struttura. Usando sempre la metafora della rete da pesca: nel mare del nulla, tutto è unico e non duale; è immergendo la rete da pesca (l’esistente) che si vengono ad aggregare informazioni le quali, non appena vengono estrapolate dal mare, prendono forma come enti astratti.

    ● Ci restano da analizzare due concetti che sono alla base del nichilismo ontologico:

    o struttura: si tratta di un termine prettamente semiotico che caratterizza la totalità di relazioni tra unità che cooperano nel generare un fenomeno emergente estraneo alle singole unità. Possiamo immaginarci la struttura come ad una rete da pesca. Essa si immerge in qualcosa da cui estrapola qualcos’altro;
    o sistema: è l’unità funzionale costituita da unità interagenti che contribuiscono ad una finalità comune.

    In questo senso si può capire meglio come i sistemi funzionali di una specie facciano da strutture per l’aggregazione ontologica della realtà.

    Niente è più reale del nulla.

    Samuel Beckett

    6 – Due storie zen

     La realtà

    Un dì, Svetaketu domandò al maestro:
    “Maestro, cos’è la realtà?”
    “Seguimi e te la mostrerò” rispose il saggio maestro.
    Svetaketu lo seguì fino al tavolo delle offerte e vide il maestro liberare il tavolo da ogni oggetto tranne che da un sasso. Allora il saggio disse:
    “Poniti di fronte al tavolo e prendi in mano il sasso, o Svetaketu”
    L’allievo fece come gli fu detto, allora il maestro chiese:
    “Svetaketu, dimmi: il sasso esiste?”
    “Così mi pare, maestro. Io lo vedo e lo tocco, esso dunque esiste”
    Il maestro, soddisfatto, chinò il capo; poi disse:
    “Posa il sasso sul tavolo, poi chiudi gli occhi e riprendi il sasso, o Svetaketu”
    L’allievo fece come gli fu detto: con gli occhi chiusi tastò il tavolo e prese in mano il sasso. Allora il maestro chiese:
    “Svetaketu, dimmi: il sasso esiste?”
    “Così mi pare, maestro. Io lo tocco, esso dunque esiste”
    Il maestro, soddisfatto, chinò il capo; poi disse:
    “Adesso poni le tue mani in questa acqua ghiacciata finché non sentirai più di averle. Poi torna al tavolo, chiudi gli occhi e riprendi in mano il sasso, o Svetaketu”
    L’allievo fece come gli fu detto: immerse le mani nell’acqua ghiacciata per un po’, tornò al tavolo e, con gli occhi chiusi, cercò invano di prendere il sasso. Allora il maestro chiese:
    “Svetaketu, dimmi: il sasso esiste?”
    “Ora non so, maestro. Non lo tocco, e non lo vedo, ma lo immagino davanti a me sul tavolo, dunque esiste”
    Il maestro, insoddisfatto, non chinò il capo; poi disse:
    “O Svetaketu, apri gli occhi”
    L’allievo fece ciò e vide che sul tavolo non vi era più alcun sasso. Poi il maestro aggiunse:
    “Non fidarti mai dell’immaginazione, o Svetaketu. Non è il sasso a sfuggire alla tua percezione, sei tu a smettere di generare il sasso. Ascolta bene: ciò che sperimenti è reale, perché sei tu a renderlo tale. Questa è la realtà: un nulla che rifiutiamo di accettare”

     Il sasso e il seme

    Un giorno, dopo la lezione del maestro, Svetaketu chiese:
    “Oh maestro, tu ci hai insegnato che sasso e seme non sono uguali, che l’uno è una nostra creazione e che l’altro non lo è, io però non riesco a vederne la differenza. Tutti e due li tocco, tutti e due spariscono alla vista se chiudo gli occhi, perché il seme non è una mia creazione?”
    Allora il maestro rispose:
    “Non con fretta scoprirai questa risposta, ma con grande pazienza. Porta con te un seme e un sasso e ti mostrerò ciò che tu chiedi”
    L’allievo fece come gli fu detto e, con in mano un sasso ed un seme, seguì il maestro in un campo pianeggiante. Allora il maestro disse:
    “Scava due fosse tra loro distanti, riponi il sasso in una e il seme nell’altra, poi ricoprili di terra ricordando bene dove hai scavato le fosse; infine vieni con me al villaggio. Tra 5 anni avrai la tua risposta”
    L’allievo fece come gli fu detto e aspettò per 5 anni, nel villaggio, la risposta dal maestro. Passati i 5 anni, Svetaketu chiese:
    “Maestro, la pazienza è dimorata in me per 5 anni. Posso adesso aver la risposta sulla differenza tra seme e sasso?”
    Il maestro rispose:
    “Certo, o Svetaketu, andiamo a riprenderci il sasso e il seme”
    L’allievo seguì il maestro fino al campo pianeggiante e, ricordatosi dove aveva sepolto il sasso e il seme, cominciò a scavare su indicazione del maestro. A tempo debito, il maestro disse:
    “Dov’è il sasso, o Svetaketu?”
    L’allievo rispose:
    “Esso non vi è più: è diventato terra”
    Allora il maestro chiese:
    “Dov’è il seme, o Svetaketu?”
    L’allievo rispose:
    “Esso non vi è più: è diventato pianta”
    Allora il maestro disse:
    “Ascolta bene, o Svetaketu. Questa è la differenza tra un sasso e un seme: il primo, senza l’uomo è destinato a ritornare al nulla, il secondo, senza l’uomo è destinato a proliferare. Ecco perché l’uno è una nostra creazione e l’altro no”
    Detto questo, il maestro e Svetaketu, ora soddisfatto, tornarono al villaggio.

    Lupo Stefano

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